Lila e il mago di Napoli

Perduto il portafoglio e il telefonino, Lila cercava il modo migliore per lasciare Napoli e il quartiere di Fuorigrotta. Sulla sinistra i boschi spingono fino a un monte assolutamente rispettabile, cinto dalla riga bianca di una strada e sulla cima del quale biancheggiano le mura di un antico castello. Credo che questa collina si chiami Monte Sant’Angelo, diceva Sigmund Freud, aveva letto la ragazza dai capelli ramati, da qualche parte di una guida turistica prelevata in un angolo della strada. In realtà, Lila si sentiva piuttosto scoraggiata: era scesa dal Piemonte per trovare la giusta direzione sulla strada della magia.
Per la prima volta, da quando si era incaponita in tal senso, iniziava a temere che la zia Costanza non avesse tutti i torti: l’occulto non esiste e se dovesse, per assurdo, esistere sul serio, come pensi di poterlo trovare tu? Non si chiamerebbe così! Le diceva la sorella della madre, che l’aveva adottata da bambina, insieme al fratello Arturo. Lila rimase seduta sul bordo del marciapiede, pensando al fratellino rimasto da solo, su al nord perché lei, da irresponsabile, aveva preferito seguire i propri impulsi. Finora, la ragazza aveva collezionato delusioni di ogni tipo, passando da fasulle messe nere a grotte infestate da fantasmi con le lenzuola bucate. In alcuni frangenti, Lila aveva rischiato la propria incolumità fisica, delle relazioni sessuali non consenzienti con sconosciuti e persino l’innocenza del fratello minore Arturo: l’aveva scampata, spesso, per un soffio. Adesso non le sarebbe dispiaciuto immergersi in una nuova esperienza senza dover correre i soliti rischi. Sperava nel mago Hudinni: uno stralunato ometto, più basso di lei, che vestiva in frac e non conosceva un’acca della lingua inglese.
«Vuole dire Houdini, il celebre illusionista. Lei ha scelto di chiamarsi come l’uomo delle fughe impossibili?»
Aveva domandato lei.
«Hudinni, certo. Hudinni. Io che ho detto, peccerella*?»
Aveva risposto lui.
Tentennante, ma senza niente di meglio da escogitare Lila si era aggregata al buffo ometto. Perché no, si disse, come dice zia, devo vedere l’occulto per essere sicura che esista: chi meglio di un prestigiatore potrebbe indicarmi la via?
Hudinni, sebbene in apparenza innocuo, evidenziò subito un difetto pesante: fumava come un turco. Lila dovette riempire le tasche della salopette bluette, che indossava sopra una t-shirt verde come il colore dei suoi occhi, con pacchetti di Marlboro.
«Allora, vi mostro come una sigaretta abbia una vita breve. Anzi, brevissima. Voi l’accendete, la portate alle labbra e puff, svanisce via come un coriandolo soffiato dal vento» disse Hudinni, accendendo una sigaretta dopo l’altra, accanto a un banchetto che aveva improvvisato in mezzo alla strada: fuma di qua, fuma di là, i pacchetti venivano consumati che era un piacere. Lila vide le tasche svuotarsi con una velocità sbalorditiva, passando ogni singola sigaretta al buffo ometto. Tra qualche applauso e qualche mormorio di apprezzamento, il numero di sparizione della sigaretta proseguiva senza intoppi e il piattino sopra il banchetto si riempiva di monete. Andarono avanti così. L’odore di fumo divenne insostenibile, per Lila, sul finire della serata: non capiva da dove provenisse. Guardò verso i piedi, le sneakers rosse con le strass, e vide uscire degli sbuffi grigi: le sue scarpe stavano fumando. Hudinni le tirò un’occhiataccia. Ma Lila, insieme al fumo, avvertì anche delle ondate di calore alle piante dei piedi e urlò spaventata.
«Stàtti cìttu**, peccerella. Cìttu. Cìttu!» le disse il mago, allarmato per il rischio che la gente scoprisse il suo trucco.
«Eh? Se credi che me ne stia qui a farmi bruciare dalle tue sigarette, sei davvero un illusionista illuso» gli rispose Lila. Tolse le sneakers e gliele scagliò dietro, imprecando contro la nicotina, i maghi improvvisati e chi non conosceva l’inglese.

*Ragazza
**Stai zitta

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Red Hair Girls” archivio web
Nella ideale parte di Lila ho scelto dal 2017 Chloë Grace Moretz.

Annunci

Lila, voodoo e cera da scarpe

Lila strabuzzò gli occhi, animando le efelidi sopra le gote del viso: sembrava una fata irlandese, una banshee uscita dai miti scozzesi. Le accadeva di non riuscire a trattenere una smorfia di perplessità, trovandosi di fronte a spettacoli incerti come quello. Il suo viso rifletteva pienamente le emozioni, procurandole spesso noie e smascheramenti. Forse, una delle rare situazioni in cui la cosa poteva non rivelarsi un problema, era proprio quella: il maestro Baron Turbe non le prestava alcuna attenzione, troppo impegnato nel suo rito.
Speriamo, chissà sia la volta buona si disse la sedicenne dai capelli ramati. Presa da un vago senso di scoramento, Lila aveva deciso di spingersi al sud, per raggiungere lo scopo della sua giovane vita; diventare una vera strega. Aveva letto di un celebre sacerdote che si trovava a Fuorigrotta: una sorta di santone capace di praticare alcune delle misteriose e suggestive cerimonie della religione Vodun, molto diffuse a New Orleans e ad Haiti. Appena conosciuto il maestro, che esercitava in uno dei più popolari quartieri napoletani, in una stanza adibita con maschere e ornamenti di ogni genere, candele e un altare al centro, Lila avvertì sensazioni contrastanti. Di buono c’era che Baron Turbe non le aveva fatto domande a carattere sessuale, né le aveva chiesto di spogliarsi nuda. A parte quello, l’uomo le destava comunque varie perplessità. Allampanato, nero come la notte, con barba bianca e pelato, aveva folte sopracciglia che si alzavano e abbassavano per via delle continue smorfie: Lila temeva fossero dei tic nervosi, perché il maestro ripeteva le stesse frasi, come se avesse dimenticato di averle pronunciate poco prima. Aveva rincorso una gallina per un buon quarto d’ora, per riuscire ad acchiapparla e stringerla al collo: con il fiatone, la sventolava a mezz’aria, come si farebbe con un fazzoletto.
«Maestro…» disse Lila, con timore, sollevando un dito «è proprio necessario fare del male a questa gallina? Io sarei, ehm, contraria alla violenza sugli animali.»
Baron Turbe si voltò verso di lei, come se la vedesse solo in quel momento. Il viso del maestro presentava vari graffi, dovuti alle reazioni agitate della pollastra, indossava una lunga vestaglia bianca – in netto contrasto con il colore della pelle – che presentava varie macchie e chiazze non ben identificate.
«Ragazza, il rito ha bisogno di un sacrificio per funzionare. Altrimenti i Bokor ci volteranno le spalle, lasciando campo libero agli Yoruba: non bisogna contrariare i Loa» le rispose il maestro. Lila comprese solo la minima parte del discorso. Chi fossero le persone nominate da Baron Turbe, era un mistero.
La gallina, probabilmente imparentata con un gallo cedrone, decise di tentare un’ultima sortita: piazzò una nuova serie di vistosi graffi sopra il voluminoso naso adunco del maestro e ingaggiò battaglia anche con il becco, chiocciando come una furia pennuta. Baron Turbe ne ebbe ragione dopo uno scontro cruento, il sangue imbrattò la vestaglia già sporca di suo. Senza fiato, seduto di peso sopra una panca, fece cenno a Lila di aspettare qualche istante, mentre la gallina ancora si dibatteva nel suo pugno. Quindi si alzò, avanzò claudicante verso lo stereo e lo accese: dalle casse ne uscì una canzone, che la ragazza con le efelidi parve riconoscere.
Lascia che il mio Voodoo lavori eh / Funziona con tutte ma non con te! / Latte di letto, talismani e fiori / È un filtro speciale fatto apposta per te.
La gallina, ispirata dalle note blues chiocciò. Mentre il colore scuro, simile a cera da scarpe che colava dal viso di Baron Turbe, insieme al sangue dei tagli, rivelò il bianco sottostante; la pollastra si mise d’impegno e l’uovo le spuntò dietro. Lila, allibita, guardò il finto cerimoniante che perdeva i pezzi e il complice sbucato dalla porta d’ingresso che metteva il palmo della mano sotto la gallina: «Guagliò…» disse il nuovo venuto «fagliene fare un altro, che stasera si mangia!»

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Red Hair Girls” archivio web
Nella ideale parte di Lila ho scelto dal 2017 Chloë Grace Moretz.

Lila e la guida sicura

«La prima regola è di non mentirmi mai. Perciò ti ripeto la domanda: sei vergine oppure non lo sei?»
«Tecnicamente sì. Lo sono» rispose Lila con un sospiro, gli indici delle dita l’uno contro l’altro, in imbarazzo.
Carmilla alzò lo sguardo verso il soffitto, rassegnata. «Ne sei certa? Non hai avuto delle esperienze sessuali con altre persone? Ho bisogno di totale trasparenza, da te.»
«Beh, ecco… esperienze, vere e proprie, no. Però –»
L’esperta strinse la parte superiore del naso con due dita: sembrava sul punto di perdere la poca pazienza che, Lila aveva già notato, non era tra le sue qualità migliori. Seduta su una sedia dallo schienale patronale, foderato in velluto scarlatto, Carmilla aveva acceso cinque candele e le aveva appoggiate ai bordi del tavolo rotondo, a formare i vertici di un pentacolo. Lo studio in cui Lila era stata ricevuta odorava d’incenso, vaniglia e qualcosa di curiosamente molto simile alle carote fritte: nascosta sotto un drappo che scendeva dal soffitto, c’era una padella con gli avanzi del pranzo.
«Ci sono vari tipi di specializzazione. Abbiamo la Wicca, legata al culto della natura con l’uso di erbe, oli e cristalli. Abbiamo il Druidismo, legato alla tradizione e ai riti del paganesimo e alle pratiche ancestrali. Abbiamo le stregonerie esoteriche, come i Fari e la Santeria, che richiedono un legame particolare con il proprio luogo di appartenenza. Ma –» precisò Carmilla, sollevando le folte sopracciglia bianche che celavano occhi di un celeste slavato e profondo «se non conosci la tua condizione fisica e spirituale, se nutri dei dubbi in relazione a ciò che hai fatto, il tuo cammino sarà incerto e la meta nebulosa.»
Lila si sentì avvampare in viso. Forse non conosceva così a fondo se stessa, come sperava. L’aspirante strega rincorse i ricordi che le si accavallavano in testa: li mise in ordine e tentò di illuminare la confusione che la domanda diretta le aveva scaricato addosso.
Sei vergine, Lila? Dunque vediamo: c’è stata quella volta in terza superiore, durante la gita scolastica a Ivrea — no, ci siamo fermati a un bacio sulle labbra. Quindi quella sera in cui io e Mirta ci siamo scolate una bottiglia di Pinot e mezza di Grignolino? — no, è stata lei ad andare fino in fondo e io mi sono fermata un attimo prima. Allora quella volta che Arturo mi ha spalancato la porta della doccia, mentre io stavo provando un massaggio inguinale che mi aveva suggerito mia cugina Roxana? — no, Arturo è scivolato sul sapone e mi ha tirata giù facendomi sbattere le chiappe.
Lila osservò Carmilla in attesa, a braccia conserte. Ora sudava freddo. Pigiò di nuovo gli indici uno contro l’altro. Sentì salire le lacrime agli occhi. L’esperta guida alle arti occulte piegò la curva schiena verso il pavimento, prese la padella e aprì il ripiano di cottura alle spalle. Lila sbiancò. I singhiozzi le esplosero dalla gola.
«Io non lo so più. Giuro. Sono confusa — sob. Mi dispiace.»
Carmilla inarcò un sopracciglio, con un tono quasi materno, disse: «Su, su Lila, dovevo giusto prepararmi delle polpette di carote. Suppongo tu sia ancora a stomaco vuoto, vero? Con la pancia piena ti sentirai molto meglio.»
«Sob — grazie, sei molto gentile. Sì, non mangio da ieri. Ero così preoccupata di questo incontro…»
«Ma no, ma no tesoro. Mentre mangiamo, ci rilassiamo anche con un po’ di televisione: inizia tra poco Ragazze interrotte, la mia telenovela preferita.»
«Cosa? Una telenovela? Ma io ero venuta qui per –»
«Lo so. Apprendere le arti della magia. Ecco perché abbiamo bisogno di partire dalle basi: su Ragazze interrotte iniziano dagli sguardi, poi il bacio sulla bocca e così via. Vedrai: non ne perderai una sola puntata. Io lo seguo da dodici anni.»
Lila restò a bocca aperta davanti all’esperta guida. Guizzò gli occhi da lei alla padella con il pangrattato, alla sigla iniziale della telenovela.
«Ce l’hai una coca-cola? Quando piango, le bollicine mi aiutano» disse la ragazza, tirando su con il naso.

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Red Hair Girls” archivio web
Nella ideale parte di Lila ho scelto dal 2017 Chloë Grace Moretz.

Lila è una strega

«Adesso taci. Devo concentrarmi. Altrimenti ti trasformo in un rospo a sei zampe: poi chi li sente più, i monaci.»
Bozo sistemò gli occhialini tondi, facendo attenzione a non piegar troppo l’astina destra, messa insieme con del nastro isolante bianco. Si schiarì la voce e agitò le mani in aria: Lila si domandò per l’ennesima volta chi glielo avesse fatto fare.
«Forse ti riferisci alle formiche, Maestro Bozo.»
Lui la squadrò da capo a piedi, spazientito.
«Il numero di zampe, intendo: sei ne hanno le formiche, otto i ragni, mentre quattro soltanto ne possiedono i rospi» precisò Lila, mordendosi la lingua per la consueta petulanza.
«Oh-oh-oh…» rispose Bozo, sarcastico. «Ha parlato l’esperta, la donna che fu la rovina di Sansone, portandolo a tradire fede e ideali: la più subdola e malvagia femmina della Bibbia.»
Con un gesto brusco, Bozo ritenne conclusa la questione. Si comportava sempre a quel modo, quando la ragazza dai capelli rossi e gli occhi verdi smeraldino osava correggere le sue presunte imprecisioni. Si aggrappava al nome anagrafico completo che lei odiava più di ogni altra cosa: Dalila. A chi desiderava stuzzicarla, bastava conoscere quella sua debolezza.
Lila si strinse nelle braccia. Maledì la Val di Susa e i torrioni freddi della Sacra di San Michele. Poi si mise l’animo in pace: era piena notte, durante il solstizio d’autunno. Che altro poteva aspettarsi, di meglio? Almeno, grazie all’amica Mirta, era riuscita a svincolarsi dal fratellino Arturo.
Bozo prese a borbottare frasi incomprensibili, muovendosi a scatti, come una marionetta rotta. A Lila ricordava Ernesto, lo zio alcolizzato finito in delirium tremens.
«Anal Natrack…» attaccò il Maestro, smanacciando in direzione della ragazza, che strabuzzò gli occhi perplessa «Orth’ bháis’s bethad! Do chél dénmha!»
Intorno ai due, si sollevò un vento gelido che penetrò dentro le ossa, per poi tuffarsi giù, in mezzo ai torrioni e nella valle.
«Ecco… abbiamo terminato: adesso sei una vera strega. Ti porgo il mio benvenuto nel mondo delle arti occulte.»
Lila scrutò con attenzione il proprio corpo, partendo dai piedi piccoli, risalendo lungo le gambe magre e nude, oltre il pube esposto, i seni tondi e liberi. Non avvertiva alcun cambiamento. Tutto era familiare in lei e fuori: compresi i versi pronunciati da Bozo. Un sottile dubbio le serpeggiò dentro.
«Quelle frasi magiche… io le ho già sentite, prima» disse.
«Ovvio. Le pronuncia Merlino in Excalibur e nel mio telefilm preferito» le fece eco una terza voce, sbucando dalle ombre.
«Arturo. Tu che cosa cavolo ci fai qui?» lo incalzò Lila, imbarazzata. Per quanti sforzi facesse, poteva coprirsi solo una parte dei seni e l’inguine, con le mani.
«È altrettanto ovvio, Lila. Per trasferire in te le facoltà magiche di Morgana avevo bisogno della presenza di Artù. Non ricordi la leggenda? I due fratellastri consumano l’incesto, per generare ser Mordred, figlio del loro rapporto e culmine della stregoneria desiderata dalla potente incantatrice Morgana.»
Lila iniziava a provare un forte disagio nell’aver acconsentito a mettersi nuda di fronte al Maestro Bozo, quasi sospettava che le venisse richiesto un prezzo di natura sessuale. Arturo le scrutava le parti scoperte, interessato quanto un adolescente ottuso in piena tempesta ormonale.
«Ti prego, Maestro Bozo: aspettami. Voglio onorare Dalila, il suo cuore nero come l’inferno e velenoso quanto una vipera» disse Lila.
Dopo quella notte, i monaci s’interrogarono a lungo sulla possibile identità delle tre figure che correvano fuori dall’abbazia: un tizio basso e grasso in fuga, una giovane nuda armata di bastone che lo rincorreva e dietro un ragazzino che canticchiava le frasi rubate a un film su re Artù.

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Red Hair Girls” archivio web
Nella ideale parte di Lila ho scelto dal 2017 Chloë Grace Moretz.

Arriva Lila

Sembra una fata irlandese, magari una banshee uscita dai miti scozzesi. E invece no: è solo un nuovo progetto narrativo a cui sto lavorando. Sciagurata e un po’ folle, ingenua e caparbia troverà spazio, per ora, sopra le pagine del mio laboratorio di scrittura… prossimamente, — scrivevo così, all’inizio di questo stesso anno in un post pubblicato attraverso i vari social network dove sono iscritto. Dopo Belladonna, apparsa per la prima volta a febbraio, tocca al nuovo scritto presentato, molto essenzialmente, con le righe ripetute in apertura: Lila, per amici, parenti e conoscenti; Dalila, all’anagrafe. Occorre tenerlo bene a mente, perché lei non ama il suo nome proprio per esteso, come le ricorda Bozo – il primo compagno di avventura di cui, a breve, farai la conoscenza – la donna che fu la rovina di Sansone, portandolo a tradire fede e ideali: la più subdola e malvagia femmina della Bibbia. Se sia davvero figlia di questa descrizione, non lo anticipo. Tuttavia, se è vero quanto si dice sulle persone con i capelli rossi, sulla storia di Maria Maddalena, sulle poesie di Apollinaire e Baudelaire, oltre che su numerose altre testimonianze, le rosse sono femmine da prendere con le molle. Verità o mito, gli egiziani diffidavano di loro, nel Medioevo quel colore di capelli rappresentava il marchio della stregoneria ed era sinonimo di passione proibita, di tradimenti e animi infuocati. Persino oggi, nel disincantato ventunesimo secolo, c’è il sospetto che quando una donna cambia tinta di capelli nel colore rosso il tradimento è dietro l’angolo. Ovviamente nulla di tutto ciò è mai stato scientificamente provato: le dicerie si accompagnano alle infinite altre che, da sempre, abitano il pregiudizio umano. Ho avuto difficoltà, stavolta, a visualizzare il volto e il corpo che, abitualmente, caratterizzano le fattezze delle mie eroine: in parte a causa della giovanissima età e di una chioma scarlatta non immediata, nelle attrici in erba. Alla fine, la scelta è ricaduta sulla piccola Chloë Grace Moretz, celebre per l’irriverente Kick-Ass, Amityville Horror e per Hugo Cabret: simpatica, abile nello sberleffo e smorfiosa quanto basta. Al momento di ideare questa nuova serie ho tenuto in considerazione quanto sopra ricordato e molto di più.
Da bambino seguivo una serie di cartoni animati che adoravo: Bia, la sfida della magia. Chi ha superato la quarantina, oppure chi ha avuto la fortuna di vederne, come me, le repliche non ha bisogno di presentazioni. Bia è una streghetta quindicenne, scesa sulla terra per intraprendere un apprendistato nelle arti occulte e diventare la prima pretendente al titolo di Regina delle Streghe. Il cartoon è molto divertente, frizzante e, in alcune situazioni, persino piccante. Lila è figlia naturale di quelle atmosfere, ma soltanto nello spunto e in qualche accennato frangente: nulla di più e nulla di meno. Volevo creare un serial votato al fantasy, meglio ancora al dark fantasy: ne è venuto fuori un testo ben diverso dai presupposti iniziali, dove il genere pare voler sbeffeggiare se stesso e compare appena di sbieco, in chiave adulta. Dalila – pardon Lila, perché non è il caso di farla arrabbiare – non vive in un cartone animato ma nel nostro stesso mondo con pregi, difetti, gioie e angosce di noi tutti. Abita in una Torino da sempre accostata alle arti occulte e le insegue, senza mai perdersi d’animo. È l’allegoria delle fiabe e dei sogni, il pretesto della storia, come spesso scrivo. E, sullo sfondo, non c’è solamente il capoluogo piemontese, perché i sogni non hanno confini: vanno desiderati, bramati, mai dimenticati. Sono come aquiloni leggeri, seguono il sottile e invisibile sentiero del vento, ci portano verso l’orizzonte lontano solo per rammentarci che, alla fine, il filo sottile è legato, indissolubile, alla nostra mano. C’è quindi una ragazza dai capelli rossi e le efelidi ad attenderti, dietro la porta: ci sono Arturo e Bozo, Carmilla e Baron Turbe.
Dissacrante, impertinente, ingenua e libera c’è la voglia di esaudire i desideri. Lila sta arrivando.

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini © Copyright aventi diritto: “Ragazza capelli rossi e Chloë Grace Moretz” dalla rete.

L’amore ferisce, distrugge, ricrea

A mio parere, uno dei migliori archetipi della figura femminile, in narrativa, è la ragazza invisibile dei Fantastici Quattro. Scrivo narrativa anche se la protagonista è l’unico membro donna di un gruppo fumettistico, perché i comics sono prima scritti e poi disegnati. Susan Storm Richards – Sue o Suzie, per amici e parenti – ottiene il potere più discutibile di tutto il quartetto: l’invisibilità. Solo nel corso degli anni le sue facoltà si evolvono offrendo a Suzie il ruolo di membro più potente del quartetto. In principio gli autori non sapevano che farsene, di una donna all’interno del fumetto: da qui l’invisibilità. Nati nell’ormai lontano 1961 e proseguiti sino ai nostri giorni, i Fantastici Quattro rappresentano un ottimo esempio di come sia cresciuto il concetto stesso di femminilità: Sue vive all’ombra degli altri compagni per diventare, in anni recenti, la figura cardine.
Cora, identità fittizia di Bianca ne L’amore ferisce, è figlia di questa evoluzione e della nostra società: ne possiedi pregi e difetti ed è la mia nuova scommessa in campo letterario. Da Luna senza Inverno, passando per Caprice e il cavaliere, ho posto al centro della mia penna le figure femminili e, più in generale, la tematica del sentimento. Se consideriamo il mestiere scelto da Cora, probabilmente già il titolo del libro appare stonato: come è possibile scegliere, quale ambasciatrice della parola amore, una ragazza come lei? Perché ogni persona, nella sua esistenza, attraversa varie fasi ed evoluzioni: voglio immaginare gli attori che descrivo al pari degli esseri umani che rappresentano. Una persona nasce con alcune caratteristiche e, nel corso della sua vita, ne abbraccia altre. Lo fa per scelta, per necessità, perché restare sempre uguali a se stessi significherebbe morire un poco dentro. Se Susan Storm Richards non avesse cambiato il suo ruolo all’interno del gruppo, oggi non avrebbe lo stesso appeal. Se Bianca non avesse compreso come l’amore stava rischiando di distruggerla, oggi non ci sarebbe nessuna Cora.
L’amore ferisce non è soltanto una provocazione a un concetto positivo come deve essere il sentimento, ma è una delle sue conseguenze. Se termina, se viene corrotto, se inganna rischia di provocare danni immensi: può annientare chi lo ha provato. La vera forza non è nei suoi sconfinati benefici, ma nella capacità di reazione che il nostro spirito riesce a trovare quando tutto, intorno a noi, sembra destinato a crollare. Bianca si ricrea, forse non nel modo migliore ma nel modo necessario.
È quando riusciamo a ridere delle nostre cicatrici che esse iniziano a scomparire.

! Aiuta un autore emergente !
! Regala e regalati ora L’amore ferisce !

af_blog

Lo trovi in tutti gli store digitali. Ecco i principali:
Amazon Kindle Store >> QUI
Kobo inMondadori >> QUI
Apple iTunes >> QUI
Google Play >> QUI
Lo puoi avere su ordinazione nelle migliori librerie.
Ordinalo ora per salutare l’estate: idea perfetta per l’autunno 2017.

! Appena letto scrivi la tua recensione sullo store di acquisto !

Grazie! 🙂

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini © Copyright aventi diritto: “Jennifer Love Hewitt aka Cora, Jessica Alba aka Susan Storm” elaborazione grafica

La sorella di Cora

«Lasciati abbracciare sorellona! Sei sempre più bella!»
«E tu sempre più ruffiana: non sei cambiata di una virgola, Giorgia.» Sorrido alla mia sorellina minore appena rientrata da Londra, dove studia.
Mi somiglia parecchio, tranne per la spruzzata di lentiggini tra naso e guance. Ci dividono cinque anni di età e negli ultimi due l’ho vista con il contagocce. Le sorelle Mucciardi sono comunque molto unite. Abbiamo intrapreso strade agli antipodi: io il mestiere più vecchio del mondo, lei studia inglese presso un istituto cattolico. Viste dall’esterno, è Cora, l’altra me, a percorrere i sentieri tortuosi del peccato e di tutti gli altri vizi capitali. In pochi conoscono davvero la mia esplosiva sorellina. E quei pochi hanno ancora mal di denti.
«Ti fermi molto?» le chiedo, sapendo quanto abbia l’argento vivo addosso. «Sei già passata a salutare papà e mamma?»
«Scherzi? Casa nostra è talmente vuota da mettere angoscia.»
«Forse. Però anche se te la cavi abbastanza bene, sono loro a darti il resto per continuare a studiare. Stare a Londra costa.»
Lei volge lo sguardo sporgendo il labbro inferiore. Lo fa sempre quando cerca di svicolare arrampicandosi sopra gli specchi. Stavolta no. Giorgia ha deciso di cominciare a stupirmi.
«Va bene, non hai torto. Stamattina ci sono stata per il cambio stagionale di scarpe e vestiti. Stasera potrei tornarci a dormire, invece di andare da Lorella: tanto dobbiamo prendere l’aereo domani pomeriggio… tu come fai a sapere che Londra è cara?»
«Otto anni fa lo era. Non credo sia molto migliorata, nel frattempo.» Le rispondo abbassando gli occhi, travolta dai ricordi del mio lungo viaggio all’estero.
«Giusto. Me ne ero scordata. Anche perché non hai mai voluto parlarmi del tuo giro intorno all’Europa.» Sottolinea lei, rimarcando uno dei periodi più controversi della mia esistenza. Adesso tocca a me sgusciare via da un discorso sgradito.
«Accetti il suggerimento di andare a trovare i nostri genitori, dimentichi il mio viaggio dopo la maturità… ti sarai mica innamorata, sorellina?»
«Chi, io? Ah! I ragazzi mi stanno alla larga. Li stendo già a partire dal pranzo di mezzogiorno. A sera non arriva nessuno.»
Purtroppo, il ragazzo seduto al tavolino del bar a poca distanza, che ha adocchiato Giorgia, si è perso l’ultima parte del nostro discorso. Altrimenti rimarrebbe a scambiare opinioni con il compagno seduto di fronte. È caruccio, con il suo ciuffo sulle ventitrè e il giubbino borchiato. Ha scelto la tipa sbagliata, decidendo di puntare mia sorella.
«Ehi, mi chiedevo se ti andava di fare quattro salti stasera. C’è un nuovo locale giusto in fondo al quartiere. Vicino a me non sfigureresti di sicuro. Sei graziosa.» Afferma ciuffetto assurdo, con aria spavalda. Giorgia ha un ghigno demoniaco.
«Vacci con il tuo amichetto. Se ti chiedi perché, è per la tua stessa incolumità: l’ultimo che ci ha provato con me ha perso un testicolo. Scelgo io i miei galletti e tu sei solo un pollo.»
«Ma… che razza di risposte: chi ti credi di essere?» obietta lui, scosso fino alla punta degli anfibi.
Giorgia guarda me. Io guardo lei. Ci alziamo entrambe in piedi.
«Siamo le Mucciardi e voliamo sopra le scope!» berciamo in coro. Lui, inebetito, sgrana gli occhi. Noi raggiungiamo la cassa e ridendo divertite ritroviamo il nostro spirito di sorelle.

Cora nasce sette anni prima di questa storia
Al ritorno da un viaggio all’estero.
Scopri le sue origini, il ruolo della sorella Giorgia.
Il primo amore maledetto della sua vita.
Il primo amore che l’ha salvata.
Continua a seguirla nel nuovo romanzo: L’amore ferisce
Una ragazza in fuga.
Una sottile vendetta.
Un cuore graffiato.

af_blog

Lo trovi in tutti gli store digitali. Ecco i principali:
Amazon Kindle Store >> QUI
Kobo inMondadori >> QUI
Apple iTunes >> QUI
Google Play >> QUI
Lo puoi avere su ordinazione nelle migliori librerie.
Ordinalo ora per averlo a casa tua in pochi giorni: idea perfetta per salutare l’estate 2017.

! Appena letto scrivi la tua recensione sullo store di acquisto !

Grazie! 🙂

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Jennifer Love Hewitt” archivio web
Nella ideale parte di Cora ho scelto dal 2011 Jennifer Love Hewitt.

Cora in chat

“Dai, mandami una tua fotografia. Voglio vederti ancora.”
Scrive timido95, figlio delle nuove tecnologie e degli smartphone. Stando alla sua descrizione, sarebbe un novello Superman. O forse Superboy, visti gli anni. Un autentico ragazzo d’acciaio, come nei telefilm.
“Te ne ho già mostrate una decina. Non ti bastano le misure e le mie preferenze sessuali, gattone?”
“Sei così bella… che cosa ci posso fare?”
“Ne scrivo una a caso: per esempio potresti incontrarmi.”
La velocità sulla tastiera di Superboy svanisce in un lampo. È come se calasse un silenzio improvviso tra due persone. Odio la modernità, la mancanza della mimica facciale, del linguaggio degli occhi e delle labbra che disegnano emozioni chiare sopra visi aperti. Quando riprende, timido95 prosegue con il freno tirato. Non vola. Precipita attaccato a un paracadute.
“Mi piacerebbe conoscerti meglio, prima. Sapere cosa fai quando non chatti… cosa ti piace mangiare… giusto per creare una sintonia.”
“Hai vinto le gare atletiche all’università, sei stato primo del tuo corso nelle immersioni, hai conquistato la medaglia nel canottaggio, sei entrato in finale nel pentathlon moderno nazionale, e ti occorre entrare in sintonia per uscire con me? Gattone dobbiamo fare sesso, mica fidanzarci. Ricordi?”
Altro silenzio. Altra riconferma del nick che si è scelto. Del desiderio di non farsi vedere in webcam.
Mi sono iscritta alla chat per ampliare il giro dei miei clienti, perché stando alle mie colleghe più emancipate tecnologicamente, oggi tutto passa per la rete. Anche la timidezza.
“Ok. Ma parliamo ancora un po’?”
Lo accontento. Resto con il mio Superboy dal mantello spiegazzato punta in un istinto materno che non dovrei avere. Il lavoro rischia però di diventare un servizio sociale gratuito per cuori infranti. Nutro ancora qualche speranza, lo accontento. Il ragazzo d’acciaio riprende velocità, pare rinvigorito dalle chiacchiere, da una nuova fotografia che acconsento di inviargli. Nell’immagine, ho una scollatura vertiginosa, lo sguardo languido, i capelli scarmigliati e un contorno occhi assassino. Se non gli accendo i sensi con questa, se non si decide a invitarmi fuori stavolta, sarebbe meglio cominciare a pensare di cambiare mestiere.
“Sei da sballo!”
Esclama, finalmente, il timidone. In mente, ho almeno tre ottimi ristoranti dove si mangia egregiamente. Li metto subito in ordine di preferenza, mentre lo stomaco brontola e si prepara ad accogliere della buona cucina.
“Adesso accendo la webcam: ti spogli?”
Cala un nuovo silenzio. Il mio. E casca anche tutto il resto.
Chiudo la chat, esco dalla stanza. Vado a farmi un piatto di spaghetti all’arrabbiata.

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Jennifer Love Hewitt” archivio web
Nella ideale parte di Cora ho scelto dal 2011 Jennifer Love Hewitt.

Cora e il pattinatore

Il Natale è il periodo migliore per gli ipocriti. Qualcuno pensa veramente che nell’animo degli uomini, d’improvviso, cali un buonismo assoluto? Prima delle festività, la mia agenda di lavoro trabocca: arrivo a triplicare gli appuntamenti e ce n’è per tutti i gusti, soprattutto padri di famiglia o mariti esemplari. Devono in qualche modo rifarsi per il periodo di magra che passeranno fino all’epifania, costretti a stare incollati a parenti, suocere e mogli. Sono una dei pochi liberi professionisti a poter contare su una tredicesima persino superiore ai normali introiti mensili. L’importante è rispettare le proprie stesse regole facendosi pagare in anticipo.
«Ti piace qui?» mi domanda il pattinatore calvo, tenendosi al muretto della pista ghiacciata.
«È da qualche annetto che non pattino. Ma se piace a te…» gli rispondo, dritta sui miei schettini con un’abilità mai dimenticata.
Lui, invece, sembra sul punto di rovinare sul ghiaccio da un momento all’altro, con l’aria di chi avrà non poche difficoltà a cercare di rimettersi poi in piedi.
«Certo. Di solito ci vengo con un paio di amici. Sai, quando siamo stufi di sentire le mogli e vogliamo prenderci una pausa di un paio d’ore. Immagino capirai di cosa parlo.»
«Come no: capisco benissimo.» Gli rispondo, e scommetto di non vederlo arrivare in piedi al termine del primo giro.
La pista è mezza piena di persone che si muovono con il tipico atteggiamento di chi teme che il ghiaccio possa spezzarsi a ogni passo. Alcuni si tengono per mano, altri sono imbambolati ai margini del circuito. L’idea del mio cliente è quella di infilarsi negli spogliatoi del lato opposto perché, dice: voglio provare il brivido di farlo in un luogo affollato, come da ragazzino. Per ora, gli unici brividi che prova, sono quelli del freddo e della fifa. Le gote del viso gli sono diventate bluastre.
«Quindi hai capito, Cora: ci basta arrivare nella zona gialla. Ho dato una buona mancia al custode per assicurarci una certa intimità dentro lo spogliatoio. Ho pianificato tutto nei dettagli. Sei pronta?»
«Quando vuoi.» Gli dico, evitando di fare commenti sul suo stile claudicante e bradiposo.
Il pattinatore provetto non ha notato la piccola figura che si avvicina veloce dal lato sinistro. Silenziosa e abile, persino più di me che ho pattinato durante gli anni dell’adolescenza, riduce le distanze in un baleno e apre la bocca in un’espressione di felice complicità, guardandomi.
«Papà! Ehi papà! Hai visto che ti ho fatto una sorpresa? Sono venuta a trovarti con la zia Giuditta!» esclama la bimba. Dalla direzione da dove è partita, scorgo la figura austera e allampanata della zia Giuditta, una suora.
Il bluastro sopra le gote del pattinatore diventa un verde oliva, poi un giallo limone. Infine cade pesantemente, facendo rimbombare la lastra di ghiaccio con le natiche ossute. La figlioletta lo scruta allibita e delusa. Io, in una piroetta artistica, mi allontano salutando la suora con un mezzo inchino: a Natale occorre essere buoni.

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Jennifer Love Hewitt” archivio web
Nella ideale parte di Cora ho scelto dal 2011 Jennifer Love Hewitt.

Cora e la Superstar

Lui è una Superstar, di quelle che riempiono gli stadi richiamando frotte di fan ad ogni concerto. Il suo nome appare da anni sopra i rotocalchi dello spettacolo e le sue esibizioni sono richiestissime anche all’estero: a Parigi, Londra, Madrid, Berlino. Non è mai stato bellissimo, nemmeno quando aveva vent’anni. Non un Brad Pitt, per intenderci. Ma neppure io sono Angelina Jolie. Rimango comunque stupita quando il manager della Superstar mi contatta per una notte particolare alla conclusione del concerto allo Stadio di San Siro.
«Mi raccomando: deve fare il suo lavoro, poi esce dalla porta di servizio dell’albergo alle prime luci dell’alba.» Precisa il manager, con la sua esse sibilante, dietro occhiali spessi come fondi di bottiglia e una magrezza che sfiora l’anoressia.
Io inarco un sopracciglio in tutta risposta, quindi sfoggio i miei denti bianchi spezzando l’aura asettica che lo circonda.
«Massima precauzione. Non vogliamo che l’artista abbia altri generi di conseguenze dovute all’incontro. Ha portato i preservativi?» chiede il secco tirapiedi, premendosi gli occhiali sul naso adunco.
«Certo. Fanno parte del mio normale equipaggiamento. Li preferisce alla fragola o usiamo quelli anallergici?» chiedo, aprendo la borsetta e mostrando varie scatole sigillate.
«Niente di tutto ciò.» Sentenzia. «Volevo solo appurare il suo livello di professionalità: l’artista utilizza profilattici appositi.»
«Prego?» gli domando confusa, piegando il capo di lato.
«Questi.» Dice lui, e sfila dalla giacca laminata una scatola rettangolare con brillantini. «Sono progettati su misura presso un’azienda farmaceutica: i più sicuri e confortevoli che possano trovarsi in commercio, in rapporto di cinque a uno, rispetto a un preservativo classico.»
«Caspita.» Rispondo, increspando le labbra e fingendomi interessata, in una tipica espressione da schiaffi. «Ok, ciao ciao bello. Ora vai pure a riposare che io devo lavorare.»
Arraffo la scatola luccicante dalla mano del manager, che se ne sta impettito come uno stoccafisso con l’espressione inorridita, e mi infilo nella stanza d’albergo a cinque stelle. L’interno è buio. La Superstar è sdraiata sul letto, ancora vestito. Già dalla porta sento il profondo russare e l’odore di alcol diffuso nell’aria. Abbraccia le lenzuola dandomi la schiena. In una mano tiene stretta una Crown Ambassador da novanta dollari a bottiglia. Vuota. Ai piedi del letto scorgo altre due bottiglie di birra, rovesciate, vuote e della stessa costosa marca. Dorme come un bambino, ma sbronzo come uno scaricatore di porto dopo aver girato tutti i bar della zona. Mi siedo sulla poltrona di fianco, rimirando i profilattici che brillano anche nella penombra.
Una cosa la devo ammettere: è intonato persino quando russa.
Punto la sveglia del cellulare alle cinque e trenta: forse riuscirò a dormire un paio d’ore.

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Jennifer Love Hewitt” archivio web
Nella ideale parte di Cora ho scelto dal 2011 Jennifer Love Hewitt.

Cora e Kubrick

«Lo conosci Stanley Kubrick, vero?»
«Non ho mai avuto l’onore, mi spiace.»
Rispondo alla maschera da pinguino.
Il tizio in frac porta un grosso testone di cartone sul capo, con tanto di becco aperto e una lingua rosso fuoco, che pare aver ingerito mezzo chilo di peperoncino piccante. Del pinguino sfoggia anche l’altezza: potrei quasi raggiungerlo, senza tacchi, e non arrivo al metro e settanta.
«Ah, sei spiritosa. E sei anche molto carina, a quanto vedo.» Aggiunge lui, squadrandomi da capo a piedi, lascivo. «Penso gli saresti piaciuta. Peccato sia morto da un po’.»
«Sul serio? Peccato davvero: se ne vanno sempre i migliori.» Gli rispondo, senza troppa fiducia che colga la sfumatura rivolta a lui.
E infatti, Mr. Pinguino mi resta incollato peggio del super attak. Sarò costretta a sorbirmi il resto dei suoi vaneggiamenti, mentre officianti e baccanti nude ci sfilano di fianco in una patetica rivisitazione di Eyes Wide Shut.
«Fai parte delle officianti o delle baccanti? Perché, nel primo caso hai un costume sbagliato. E, nel secondo caso, beh…» incespica allusivo sulle parole, muovendo il testone di cartone dalla cima dei miei capelli alla punta delle scarpe.
«Vuoi sapere se sono più Cruise o più la Kidman?»
«Eh! La Kidman non credo proprio.»
«E perché?»
«Ti mancheranno quasi una ventina di centimetri!»
Lo fisso per un momento, indecisa se colpirlo subito nelle parti basse o fingere d’essere ancora una tipa di una certa classe. Mentalmente, mando a quel paese il cliente che mi ha ingaggiata per fare la ragazza immagine, in un salone pieno di pinguini e donne svestite.
Non avrai nessuna difficoltà: devi solo venire in tailleur e tacchi alti e, quando la maggior parte degli invitati sarà arrivata, ti piazzerai sopra il lettone centrale e comincerai il tuo spogliarello. Ignora i tizi con la maschera da pinguino, sono solo per coreografia e pagano meno degli altri; mi ha detto il cliente, contattandomi per il lavoro.
Ma come potrei rispettare scrupolosamente regole tanto ingiuste? I pinguini sono animali talmente deliziosi. Lo invito a seguirmi con un sorriso ammaliante, ancheggiando sopra i tacchi fino alla dispensa della villa. Tra salami appesi, prosciutti e pancette, la temperatura mi aggredisce subito la pelle scoperta. Stringo i denti per trenta secondi buoni: quanto basta affinché Mr. Pinguino tenti di slacciarsi i pantaloni, con la vista limitata dalla maschera. Poi scappo fuori e richiudo a chiave.
«Ehi! Dove sei finita? Aprimi subito: che scherzi sono?»
«Nessuno scherzo, stai tranquillo. Vado a conoscere Kubrick, poi ritorno…».

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Jennifer Love Hewitt” archivio web
Nella ideale parte di Cora ho scelto dal 2011 Jennifer Love Hewitt.