Cora e l’avaro

Lo ammetto: con il mestiere che faccio ho la presunzione di saper riconoscere gli uomini. Così accetto di lavorare fuori dal mio appartamento quando, Serafino, cliente da un anno, mi chiede di volerlo fare sopra un prato, ai limiti del bosco, in periferia. Non è un posto rassicurante: siringhe usate lasciate sull’erba, preservativi gettati accanto alle foglie morte, sbandati che lo usano come casa con un tetto di stelle sulla testa. Serafino vuole rivivere gli amori della sua adolescenza, quando si appartava, dentro la vecchia punto di seconda mano, con qualche ragazzina di scuola; la facile di turno. Non credo avesse problemi a rimorchiare, all’epoca. Oggi tende a essere obeso, ma ha dei lineamenti, con due occhi di un celeste incantevole, che fanno capire quanto fosse piacevole con vent’anni di meno. Qualche volta tendo a essere permissiva con questo genere di clientela, ma non dovrei permettermelo. Dicono che le prostitute abbiano il cuore dentro al portafogli – e qualcuno azzarda persino posti meno edificanti -. Forse proprio perché non amo i luoghi comuni sulla categoria faccio degli strappi alla regola. Negli ultimi sei mesi, Serafino ha affrontato una separazione dalla moglie – sveglia come una faina, che lo ha lasciato quasi in mutande – ed ho accettato di praticargli degli sconti occasionali, contro ogni logica. Lui inizia a esagerare con questo genere di richieste.
Si riveste, prende le chiavi della sua utilitaria – è tornato a una quattro ruote di seconda mano -, mi guarda e allunga delle banconote, con un sorrisino che non mi piace per nulla: «Ecco… Mi fai lo sconto? Tanto tu guadagni un sacco!»
È un attimo. Mi domando se davvero conosco così bene gli uomini. Guardo attorno e il profumo dell’erba umida mi invade le narici. Gli sorrido, mi avvicino: il mio ginocchio parte che è un piacere, centrando l’obiettivo e piegandolo in due.
Afferro le chiavi al volo e mi metto al volante: «Prova con l’autostop. Di solito sono gratuiti.»
Se arriva lo Spirito del Natale passato, si troverà un novello Scrooge tra le mani, penso. Quindi regolo lo specchietto sull’immagine, sempre più piccola, di un ometto in ginocchio e ingrano la marcia.

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Nella ideale parte di Cora ho scelto dal 2011 Jennifer Love Hewitt.

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Il tacco di Cora

«Mi occorrono sul serio, Cora. Sono nei casini!» esordisce così, l’amica Penelope.
Non riesco a ricordare una sola volta che la sua comparsata non portasse al seguito anche una robusta dose di guai. Le indico l’armadio delle scarpe, rassegnata. Ho appena terminato le pulizie di primavera e nel sacco dell’immondizia ci sono finite una quantità industriale di calzature. Lei mi abbraccia estasiata, dopo essere fuggita scalza per mezza città dal set del suo nuovo film hard, per incomprensioni con il regista.
«Sei un tesoro! se non ci fossi tu non so davvero cosa farei!».
Mi bacia e abbraccia, poi scompare con la stessa velocità con cui era entrata. Naturalmente ha scelto per lei il paio di scarpe migliori. Decisamente non posso rimandare oltre; afferro borsetta e carta di credito e mi infilo l’ultimo paio buono rimasto. Urge uno shopping immediato. Mi precipito in strada e prendo un taxi al volo: direzione il negozio di Gastone, all’angolo tra Viale Verdi e Viale Mazzini. Davanti alla vetrina finisco imbambolata: “accidenti a Penelope e al suo pressapochismo!” sbotto. Un cartello rettangolare avvisa di uno sciopero negozianti in tutta la città. Rigirandomi come un toro che ha visto rosso, sento il crack sotto il piede. Mi ritrovo immediatamente più bassa di dieci centimetri e quasi ci rimetto la caviglia, insieme al tacco. Il taxi ha già preso la via del ritorno e sono troppo lontana dalla fermata del bus. Camminare sui sanpietrini in queste condizioni sarebbe pura follia. Sfilo le scarpe e me la faccio a piedi nudi, martoriandomi le piante. Ogni metro è una pena e una nuova imprecazione rivolta a Penelope. Poi mi ricordo dove mi trovo. Macino mezz’ora sul marciapiede, mentre tutti mi guardano dietro – la metà scrollando la testa – e mi porto sotto casa della mia preziosa amica.
«Penelope… sono nei casini: mollami le scarpe!»
«Ma… che ti è successo? E io come faccio a tornarmene sul set? Perché sai, ci ho ripensato: ho voglia di tornarci.» La guardo incerta.
Non so se ucciderla o limitarmi alla tortura.
«Ho io la soluzione per te, cara!»
Torno a camminare sui miei tacchi lasciandomi una sbigottita Penelope alle spalle. L’omicidio era troppo. Sono così buona da averle offerto due opzioni; o se ne torna sul set zoppicando o con le vesciche ai piedi.

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Cora in ritardo

Quando leggo sul quotidiano la notizia, il cappuccio rischia di imbrattarmi la mini. Il cameriere non si è ancora del tutto allontanato; raccoglie gli ordinativi tra i tavolini del bar e fa cadere l’occhio sopra le mie cosce, sperando di vedere, grazie a un imprevisto, quel che lui da solo non potrebbe. Ho i nervi tesi e mi sento messa all’angolo. La pausa prima di incontrare il mio cliente è rovinata. Sono in ritardo, ma devo per forza rinfrescarmi alla toilette. Gli sguardi di due adolescenti mi spogliano e non posso dar loro torto; la sveglia non funzionava, così, per recuperare tempo, sono già mezza nuda ancora prima di cominciare a lavorare. Una camicetta in cotone leggero, semitrasparente sopra la pelle, e un paio di stivali a tacco alto, completano la mia ridotta mise. “Spero lo prendano presto…” mi dico, sistemandomi il trucco e bagnandomi i polsi sotto il rubinetto. Il maniaco ha fatto fuori la terza prostituta una settimana fa, e ne han ritrovato il cadavere solo ieri sera. Non ce l’ha con quelle sulla strada, ma con quelle delle camere d’albergo. Come me.
Scrivono di esserci vicini, e sarebbe solo questione di ore, ormai. Ha lasciato indizi pesanti sull’ultimo cadavere. Certo, vallo a raccontare al mio cuore, quando ha terminato di giocare a ping-pong. Esco e mi trovo un’altra sorpresa: il carro attrezzi si è portato via la mia macchina – tutta colpa dello sciopero dei taxi e della mia fretta di parcheggiare -.
Passo il resto della giornata, fino a sera inoltrata, nel comando della polizia stradale; ho come l’impressione che il graduato rallenti di proposito le pratiche. Ammicca e non mi piace. Sono a pezzi quando riesco finalmente a chiudermi la porta alle spalle; mi sono giocata le ultime riserve di energia per convincerli che non sono “una di quelle”. Senza nemmeno sapere come ci sono riuscita. L’unico colpo di fortuna di una giornata storta. Appena accendo la tv scopro che è soltanto il secondo, e il meno importante; lo hanno preso, il maniaco.
Stavolta il bicchiere di alcol mi casca dalle mani: era il cliente con cui avevo appuntamento.

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L’amore ferisce, storta venere atipica

Se dovessimo ricapitolare le caratteristiche di tutti i personaggi che ho scritto per la narrativa, la normalità sarebbe un concetto piuttosto sfuggente. Ho qui iniziato con Steve Travel, un wrestler; continuato con Esdy, una giovane dalle forti facoltà psichiche; poi è arrivato Prot, un alieno proveniente da K-Pax; quindi dobbiamo ricordare il Clown, che di atipico ha davvero tutto. E l’elenco sarebbe ancora piuttosto lungo. Eppure ognuno di loro ha qualcosa in comune con gli altri, un fattore all’apparenza nascosto, una particolare polvere che giace sempre sotto al tappeto: questo pulviscolo si chiama umanità. Nessuno ne è esente. Traspira da ogni poro, portandosi dietro un forte carico di fragilità. Perché è quello che siamo: un delicato e complesso alambicco che il più abile alchimista non riuscirebbe mai a rimettere insieme.
In questa affascinante debolezza, nella spirale senza fine dei sentimenti, sta la vera forza dell’uomo. Una delle creature più fragili, se ci pensiamo bene, è proprio Bianca: la ragazza che, a un certo punto della sua vita, ha deciso di assumere l’identità fittizia di Cora. Il nuovo ruolo le ha permesso di maturare una personalità impermeabile, capace di resistere agli urti della vita – come canta Luca Carboni – senza possedere un fisico bestiale. Cora non ha muscoli maschili da sfoggiare e nemmeno una bellezza femminile da togliere il fiato: anzi, a un certo punto della sua crescita, si è persino vista brutta, quasi come una strana venere storta. Qual è perciò la vera forza di questa atipica ragazza? La sua autoironia, la sua abilità dialettica, la sua furbizia, la sua coraggiosa determinazione. In altre parole, niente di trascendentale, solo la capacità di usare al meglio il suo carico di umanità.
Ne L’amore ferisce Cora incespica alle prime armi, vive un profondo conflitto con l’identità di Bianca. Trova l’amore, lo perde, lo ritrova, lo perde ancora e così via: precipita in quel gorgo senza fondo che affrontiamo, tutti, ogni singolo giorno. A volte l’acqua è agitata e gelida, altre volte è calda e piacevole. Non ci sono garanzie, appena iniziato il viaggio, perché il tempo è capriccioso. C’è la promessa di un porto sicuro, in lontananza.
Ed è per quella promessa che vale la pena proseguire il viaggio.

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Belladonna è faccendiera

Carmelo è immobile come uno stoccafisso. Farebbe un figurone, messo insieme agli altri pesci della mia pescheria. Taglio la testa al pesce castagna con un colpo secco; ricade dentro la bacinella sistemata a fianco del bancone, le orbite vuote fissano il picciarello* in gessato grigio, che gioca a fare il grande. Lui deglutisce, non me ne stupisco: l’ultima volta l’ho mezzo congelato dentro la cella frigorifera.
«Avete inteso, donna Sofia?» balbetta, con voce stridula.
«Ah. Sei tornato a darmi del voi, Carmelino?»
«In segno di massimo rispetto. Come meritate. Si capisce.»
«Credevo di meritare un’estorsione a mano armata. Ti sei impegnato il coltello da Rinuzzu l’ebbrèu**?»
Lui abbassa il capo, imbarazzato. Ho colpito nel segno; un pomodoro maturo è meno rosso di quanto sia lui ora. Tormentarlo è il minimo. Ed è un gioco che mi diverte.
«Vorrei… dimenticaste la nostra, ehm, precedente transazione, donna Sofia. Prima servivo Don Basile è vero, ma oggi sono alle dipendenze di donna Pasqualina. Vi prego di considerare la sua offerta, perché lei ci terrebbe davvero molto a considerarvi socia in affari. Del tutto onesti, voglio precisare» sottolinea il picciarello, rizzando il busto sull’attenti. Un’altra testa, questa volta di un’orata grossa quanto un gatto, rotola nella bacinella ormai piena. Agito la lama senza smettere un attimo di pensare: perché la moglie di Don Basile, che ho contribuito a far accomodare dentro le patrie galere, desidera stringere un accordo invece di chiudermi le mani attorno al collo?
«Puoi riferire alla tua padrona…»
«Vi prego, donna Sofia. Lo riterrei un favore personale che mi concedete, portare il vostro consenso a villa Terezzani.»
Si affretta ad aggiungere Carmelo, cambiando la tonalità delle gote in un biancore cadaverico. È straordinaria la sua capacità di riflettere le emozioni che prova variando i colori del viso; un semaforo lampeggiante non sortirebbe effetto migliore. Il picciarello ha la fronte imperlata di sudore, sotto il candido cappello a tesa larga, la mandibola gli trema quanto un treno a vapore che sbuffa e deraglia verso lo strapiombo. Dovrei ringraziarlo, in fondo, perché nel suo atteggiamento posso leggere le risposte che cercavo e smettere di decapitare pesci, almeno per un po’. Soffio via la ciocca di capelli che mi fende in due l’ovale del viso e gli pianto gli occhi addosso. Carmelo smette persino di respirare.
«Stavo dicendo, se hai la compiacenza di non interrompermi ancora, che puoi riferire alla tua padrona di starsene tranquilla a villa Terezzani, a sistemare le vigne e licenziare i ruffiani da cui è attorniata. Non ho intenzione di vendere pesce davanti alla pescheria dei Basile: possono contrabbandare in santa pace. E non voglio trattamenti di favore. Mi basta che se ne stiano fuori dai piedi. Ecco l’accordo: riferisci, se ti è chiaro.»
«Chiaro. Come acqua limpida di sorgente, donna Sofia. Vi ringrazio e vi porgo tutta la mia stima e simpatia» risponde lui, improvvisando una caricatura d’inchino che gli riesce ridicola, dentro gli abiti eleganti di una misura più grande.
Era una prova. Donna Pasqualina intende sfoltire il numero dei suoi picciotti: ho tolto dalla circolazione i due maggiori capifamiglia, ma con le loro donne occorreranno strategie più sottili. Ecco cosa accade ad avere il cuore troppo tenero, nonno me lo ripeteva sempre: Futti e futtitinni***. Ho salvato la pelle al picciarello, nessuno però taglierà queste teste al posto mio. Riprendo il coltello e lo affondo, decisa, in una carpa.

*Bambino.
**Ebreo e usuraio.
***Frega e fregatene.

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Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.

Belladonna è salomonica

«Siete sicura di quanto avete udito, donna Sofia?»
«Ne sono certa. Tanto quanto le campane che rintoccano dodici volte alla mezzanotte, Don Basile.»
Il padrino di Spannaci, l’uomo che aveva inviato un suo tirapiedi per farmi pagare il pizzo, spinge in avanti gli spaghetti alle cozze, disgustato. Un rivolo di sugo forma una curva, mentre scende in basso, lungo la collinetta dove il tovagliolo protegge la camicia. Don Basile avvampa e, con un gesto autoritario, ordina all’anziano maggiordomo di portare via i resti di un pranzo cominciato bene e terminato peggio. Il doppio mento del boss trema, mentre balbetta altre domande.
«È grave la vostra accusa. Minaccia la tranquillità del nostro paese. E voi, più di altri, ne dovreste conoscere l’importanza.»
«Ne sono consapevole. Ma l’acqua e il pesce, qui a Spannaci, non li abbiamo mai negati a nessuno. Dico bene, Don Basile?»
«Assolutamente» asserisce lui, alzando una mano.
Come immaginavo ho colto gli argomenti migliori, per convincerlo a darsi una mossa. Scosta la sedia dal pesante tavolo dell’ampio salone e troneggia, con la sua imponente stazza, sul resto della famiglia: ragazzi e ragazze della moglie di primo letto, una dozzina di figli in tutto, dai dieci ai trent’anni. Santino Basile è seccato, preferisce gestire il potere sfruttando la semplice aura di paura che lo circonda. Ed è stizzito ancora di più perché sono stata io, a portargli la drammatica ambasciata. Una donna. L’ultima rappresentante adulta dei Belladonna. Una stirpe antagonista che si augurava di veder sparire dalla faccia della terra. Mi costa, ma abbasso il capo, soffocando il desiderio di ucciderlo davanti a tutti. Perché, se pure mi hanno portato via il patrimonio di famiglia, non sono riusciti a togliermi la capacità di pensare. Ritta nel mio lungo abito scuro, con le mani giunte in grembo, muovo tre passi di lato, scostando Nicola, mio figlio. Soffoco un inchino plateale, per non osare troppo, e lascio libero il passaggio a Don Basile. Mi ritiro così. In silenzio. Abbandonando l’immensa villa dagli alti drappi e dagli sconfinati arazzi, gli infiniti saloni saturi di mobilia pregiata, mi tiro dietro Nicola e scendo la scalinata che porta al mare.
«Mamma e ora che succederà? Ieri, quando siamo andati a trovare Don Vitale, hai detto le stesse cose.»
«Oh, non preoccuparti. Si urleranno contro un po’ di brutte parole insieme a qualche gestaccio. Poi li chiuderanno in una stanza buia, per un po’, con altri loro amici, dove avranno la possibilità di riflettere bene sulla piega che hanno dato al nostro paese» rispondo a mio figlio, giunti ormai in fondo alla gradinata.
«Però Don Vitale aveva preso in mano la lupara, mamma. Sei diabolica.»
«Sono soltanto imparziale, Nicola. Infatti, ora telefoniamo al commissario Di Dio e gli riferiamo che, tra poche ore, troverà sulla spiaggia due grossi cilliuni* pronti a spararsi addosso per una cassa di pesce marcio e una botte d’acqua distillata.»
Stringo la mano di Nicola e saltello sopra la sabbia. Adoro stemprare le giornate pesanti come facevo da bambina, fischiettando allegramente E vui durmiti ancora**.

*Stupidotti, tontoloni.
**E voi dormite ancora.

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Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.

Belladonna si cautela

Ogni venerdì mattina, poco prima dell’ora di pranzo, Rosario Cellamare viene a comprarsi molluschi e crostacei per la frittura di pesce. Nonostante i consigli del medico e quelli che gli dispenso io stessa da dietro il bancone, lui ama accrescere il volume della sua pancia, per pavoneggiarsi con un profilo alla Alfred Hitchock: l’unico denominatore comune che divide con il leggendario maestro inglese della suspense. Perché Rosario si diletta di cinema ed è convinto di possedere i numeri per diventare un grande regista. Anzi, il più grande, a sentire lui.
«La produzione mi ha dato il via libera, Sofia. Ed ho ancora disponibile il ruolo di protagonista femminile della mia pellicola. Ti immagini i titoli dei giornali? Rosario Cellamare scopre la nuova Loren. Infatti, se ti ricordi…»
«Sophia Loren è stata lanciata da tuo nonno, l’immenso Petrosino Cellamare. Ma la sfortuna ha voluto riservargli un gigantesco torto e i suoi meriti sono andati a un altro» concludo per lui, ripetendo a memoria la storiella che mi racconta da mesi.
L’emulo di Hitchock non coglie nemmeno vagamente il mio sarcasmo e preferisce, invece, rincalzare la dose.
«Esattamente. Noi due, Sofia, abbiamo l’opportunità di riparare quell’incredibile ingiustizia e, allo stesso tempo lanciare, come meritano, i nomi dei Cellamare e dei Belladonna nel firmamento mondiale del cinema.»
«Suppongo al fianco di Angela Ghironiddi, la famosa star partita l’anno scorso, grazie a te, proprio da Spannaci» proseguo, spezzando con la punta del coltello un paio di molluschi più coriacei del previsto.
Il giovane regista diventa paonazzo e si gonfia in viso quanto un pesce palla. La mascella trema, sopra il doppio mento, le pupille gli si dilatano e diventano pezzi di vetro.
«Ehm… ho perso i contatti, con Angela. Purtroppo, certe attrici smarriscono il senso della realtà, una volta raggiunta la fama. La riconoscenza non appartiene a loro.»
«Dici? Strano, pensavo che la ragazza non avrebbe mai dimenticato il nome di chi le ha permesso di scalare le altissime vette del cinema internazionale. Di certo, qui al borgo non se l’è dimenticata nessuno. Un compagno di scuola ha mostrato al mio Nicola, proprio la settimana scorsa, la sua nuova pellicola: Angela ha le cosce calde e aperte. Un raro esempio di nona arte. A scuola ne parlano davvero tutti: preside, professori, genitori e, naturalmente, alunni» lo informo, mentre spezzetto in più parti un grosso merluzzo.
Rosario Cellamare è ammutolito. Balbetta un paio di frasi incomprensibili sulla facilità di smarrire la strada e sugli abbagli di alcuni contratti di lavoro. Basta una mia nuova occhiata per congelarlo all’istante.
«Portati via questi: sogliola, merluzzo, nasello e pesce azzurro. Niente frittura di pesce, dammi retta. Lascia il grasso ai registi inglesi e medita un po’ sopra sulle lezioni di tuo nonno.»
Lui, con i riflessi di un automa, prende il sacchetto, mi paga, abbassa lo sguardo sul ventre corpulento ed esce a prepararsi il pranzo. Oggi, fritto misto e cinema hanno subito un duro colpo.

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Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.

Belladonna è sottile

Ho la borsa nella gerla che trabocca di aguglie, branzini e palombi, la gola secca e il bar di Filomeno, una piccola baracca quadrata pregna dell’odore di paste appena sfornate, sul lato opposto della strada. Amo il mio lavoro, ma la levata notturna per arrivare al mercato del pesce e rientrare in tempo per l’apertura del negozio è pura fatica. Comare Maria Lucetta e comare Onofria, come al solito, spettegolano sedute a uno dei tavolini lungo il marciapiede: da quando si sono entrambe incartapecorite – e io non ho memoria di averle mai viste con una pelle meno rugosa di questa – hanno adottato le malignità quale mestiere principale delle loro giornate, e la caffetteria il posto preferito per ingurgitare bottiglie di Erice, Alcamo e frutta martorana.
«Il solito per te, Sofia?» domanda Filomeno, ammiccando, scorgendomi arrivare sulla soglia del suo locale.
Troppo stanca, gli rispondo solo con un cenno del capo e mi lascio andare sopra una sedia vuota, a due passi dalle comari.
«Ah certo. Ai nostri tempi erano gli uomini che si prendevano cura del benessere famigliare. Le mogli stavano a casa per badare ai figli, al bucato, a rendere dignitoso e onesto il giaciglio» borbotta Onofria, gesticolando a mezz’aria come suo solito.
«Verissimo. La dignità della famiglia era ben salda nelle mani del marito, ma la moglie contribuiva con un comportamento morale fondamentale. Ecco perché i figli crescevano con un senso dell’onore che oggi nemmeno possono immaginare» le fa eco Maria Lucetta, agitando il capo in un’espressione amara e sconsolata. I discorsi delle due comari proseguono sugli stessi toni per un buon quarto d’ora, destinandomi occhiatacce allusive che non mi impediscono di gustare la dissetante granita e masticare i deliziosi piparelli di Filomeno.
«Una donna che esce prima del sorgere del sole, ai nostri tempi, non si era mai vista. Restavano in casa, a preparare la colazione dei loro figli e a stirare le camicie dei mariti» mormora Onofria, sporgendosi verso l’altra comare allibita.
«Assolutamente. E quando finivano le faccende domestiche, si dedicavano al pranzo della famiglia. In modo che i mariti non avessero mai da lamentarsi, neppure con le suocere» le risponde Maria Lucetta, con aria sempre più affranta.
Mi alzo, riprendo la gerla piena di pesce e passo tra le due comari, fermandomi giusto nel mezzo. Dedico uno sguardo compiaciuto a comare Onofria, e un secondo a comare Maria Lucetta, quindi punto il naso verso la fine del borgo, dove ci sono entrambe le loro case.
«Giusto. Una donna onesta non dovrebbe mai uscire prima dell’alba e rientrare a colazione, per occuparsi di portare il mangiare in tavola a suo figlio. Rischia di incrociare i mariti delle altre, quando entrano nelle case delle loro amanti, mentre le mogli comari se ne stanno al bar a sorseggiare vino, mangiare dolcetti e sfiorarsi ripetutamente i bozzi sulla fronte.»
Sento il bisogno di salutarle come si deve, giusto per evitar critiche anche sulla mia educazione.

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Belladonna è persuasiva

Gioacchino La Rosa è il bullo di Spannaci da quando portavo i calzettoni lunghi e le trecce: per alcuni una vita intera – pace all’anima loro –, per altri soltanto una parentesi di qualche stagione, nell’immota dimensione del nostro borgo. Sia come sia, ho messo al mondo un figlio e l’ho cresciuto fino alle scuole medie, ma Gioacchino è rimasto il gradasso di sempre.
Amara a tia*, gli zufola dietro il vecchio Cipuddruzza, quasi rovinando giù per la scalinata in pietra che porta a mare. Il bullo non ha rispetto neppure per gli anziani; serpeggiando mezzo ubriaco, in vespa, sopra i sanpietrini scheggiati della stradina che s’inerpica fino al castello dell’ultima contrada.
«Come state?» chiedo all’anziano, offrendo le mani per sorreggerlo, prima dell’irreparabile.
«Ah, santa ragazza. Grazie. Se avessi vent’anni di meno, gli farei vedere io a quel perditempo. E pensare che lo cullavo sopra le mie gambe. Ah, che gioventù sprecata.»
«Non dite così, compare Cipuddruzza. Vi prego. Io e lui abbiamo quasi la stessa età.»
L’anziano mi scruta da sotto le folte sopracciglia candide, alla ricerca di una reminiscenza.
«Sì… certo, santa ragazza. Mi ricordo. Andavo a prendere il marsala e la cuddura, con tuo padre. E tua madre mi riservava un bicchiere di rosolio, al ritorno. Che bella che eri. Come oggi: una Madonna.»
Il tempo è un avversario temibile per ogni uomo e non concede sconti. Così, lui s’inventa una dolcezza. Carezzo il dorso della sua mano rugosa e secca, gli regalo un sorriso caloroso. Lo accompagno alla porta di casa, con la promessa di andarlo a trovare, come la bambina inesistente della sua memoria.
Gioacchino La Rosa non se ne rende nemmeno conto; la ruota della vespa si blocca e lui ruzzola giù per la discesa, come un sacco di inutili patate.
«Oddio… oddio… mi sono ferito. Chiama un dottore. Presto.»
Piagnucola, quando mi avvicino.
«A occhio, ti sei sbucciato solo un gomito. Poteva andare molto peggio. Se tu avessi ascoltato gli avvertimenti di compare Cipuddruzza, ora saresti ancora in sella al tuo catorcio.»
Gioacchino cambia colore. Dal pallore dello spavento, assume quello rosso dell’ira: il viso avvampa e apre la bocca per ricoprirmi di ingiurie. Il fiato gli muore in gola, perché lui sì che mi riconosce. Torna al comodo pallore della tremarella, appena mi piego sulle ginocchia per recuperare il bastone che gli ho scagliato sui raggi della vespa.
«Cariu pampina**, Gioacchino… Cariu pampina» dico, battendo il legno sul palmo della mano.
Il bullo rimonta in sella della sua vespa, a capo chino. Passa di fronte a compare Cipuddruzza seduto fuori dal portone di casa, e striscia via, distrutto nel suo orgoglio di sbruffone. Sono Sofia dei Belladonna. Sono la strega del borgo. A volte, un bastone sortisce miglior effetto di un incantesimo.

*Guai a te, bada bene, stai attento.
**Bambino che cade come una foglia.

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Belladonna è inibitrice

Definirmi bella sarebbe un azzardo. Sono filiforme, piccola di statura, con poco seno, un viso dai tratti morbidi e abbastanza comuni. Ho perciò imparato a esaltare i pochi punti di forza del mio corpo, come ad esempio gli occhi, grazie al dolce castano delle pupille e al trucco. Con Sauro Cacciacane, gli effetti sono superiori alle più rosee aspettative, sembrerebbe: mi si è incollato addosso sin dal primo appuntamento e già al secondo pare voler puntare immediatamente al sodo.
«Sei bellissima, Sofia. Io sento di non poter vivere senza di te.»
Mormora con una voce che, se mai ne avesse una, potrebbe appartenere di sicuro a un pesce lesso. Mi si avvicina e abbraccia, con la stessa capacità di una piovra: le sue braccia si moltiplicano, le mani scivolano ovunque. Per ogni volta che me ne sfilo una di dosso, inspiegabilmente, ne trovo due al suo posto. Difficile evitarlo, dentro l’abitacolo di una macchina.
«Sono le stesse cose che dici a tua moglie, Sauro?»
«Mia… che cosa c’entra, adesso? Ti sto confessando i miei sentimenti, donna. Parlo molto seriamente. Non mi credi?»
Lo fisso con gli occhi ridotti a due sottili fessure, dove una tonalità oscura ha già sostituito il castano rassicurante della terra fertile e arata di fresco.
«A furia di tagliare il pesce per il pranzo, ho sviluppato una discreta forza nelle dita.»
«Me ne sto accorgendo. Eppure non si direbbe, vedendoti.»
È incredulo, con i polsi bloccati nella presa decisa delle mie esili mani. La sorpresa non gli evita di tentare la solita meschina carta: l’espressione del cucciolo smarrito, quella che gioca sull’istinto materno posseduto da ogni donna. Con me non attacca. Ho un unico figlio: Nicola. La maggior parte dei finti marmocchi, come il bellimbusto di fronte a me, è spazzatura.
«Io voglio solo mostrarti le emozioni che riesci a provocarmi.»
«Intendi dire gli stimoli che provi nella zona inguinale?»
Lui risponde con un sorrisetto malizioso, svicola dalla mia presa e si slaccia la cintura dei pantaloni. Armeggia con le mutande e impallidisce a poco a poco, quasi avesse smarrito qualcosa di molto prezioso.
«Ti succede anche con tua moglie?» Insisto, sibillina.
«Lascia fuori quell’arpia, tesoro. Per amor di Dio, non la conosci. Se solo sapessi di cosa è capace quel mostro, tu…»
E si blocca, frenato da una sorta di sospetto. Più un intuito, di un ragionamento partorito da una logica che non possiede.
«Oh sì, invece. Siamo state compagne di scuola. Una cara ragazza, Matilde. Sempre prodiga a dare una mano con le lingue, dove io ero negata. In compenso, le offrivo il mio aiuto con la chimica e l’erboristeria. Non è mai diventata brava, in materia, ma abbastanza da inquadrare la soluzione a un problema. Poi ha chiamato me, mi ha spiegato la situazione e ci ho pensato io: un po’ di belladonna, marijuana e altre erbe, e ti toccherà tenerlo dentro le mutande per un bel pezzo.»
Scendo dalla macchina e inalo il profumo intenso del mare. I miei occhi, di certo, hanno recuperato la tonalità dolce del terreno. Ho saldato un vecchio debito con un’amica e messo la mordacchia al gallo.

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Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.

Belladonna è refrigerante

Setti cunigghia ‘nta cunìgghiaria, iu nccunigghiavu a iddhi e iddhi nccunigghiavanu a mia*, canticchio allegra, perdendomi tra le note della vecchia filastrocca che parla di conigli in fuga. Tipico: penso alla carne, mentre preparo i gamberoni e i totani per Nicola. È la forza dell’abitudine di una madre single, quella di stare sempre un passo avanti. Affilo il coltello, pulisco e sfiletto il pesce da mattina a sera: è il mestiere che mi sono scelta a Spannaci, nel cuore delle Madonie, in un paesino con meno di mille abitanti. Non mi pesa. Ancora meno se devo cucinare per mio figlio. L’ospite, intanto, si lamenta di suo. Non me lo sono dimenticato, ma non sono ancora convinta che abbia capito. Strofino il coltello sul grembiule e tolgo buona parte del sangue. Prendo il nastro rosa e mi ci lego i capelli, formando una lunga coda di cavallo corvina che mi arriva quasi alle spalle. Apro lo sportello e mi inginocchio di fronte a lui, che trasale picchiando la schiena, vedendo la lama stretta tra i miei denti. Ha gli occhi spalancati, come l’unico coniglio catturato della mia filastrocca; il corpo gli trema. E non solo per la paura. Del resto, un completo gessato, non è proprio l’indumento migliore per star chiusi dentro una cella frigorifera. Guardo l’orologio sulla mensola e decido che Carmelo dovrebbe ormai aver perso tutta la sua baldanza. Così gli sfilo anche il bavaglio dalla bocca.
«Tu… tu… tu…»
«Sembri un telefono. Devo rimetterti la museruola?» chiedo, con un sorrisetto maligno che m’illumina il volto affilato.
«Sei… completamente fuori di testa. Lo sai in che casino ti sei cacciata? Io rappresento gli interessi di Don Basile» ripete per la quarta volta, con sempre minor arroganza, rispetto al principio. Metti un uomo dentro il frigorifero e si spegnerà come un fiammifero sotto al rubinetto.
«Sì. E bla-bla-bla… Dal telefono sei passato al disco rotto. Ti lascio qui ancora un po’. Magari cambi musica.»
«No. Ti prego… finirai per ammazzarmi» obietta Carmelo, irrigidendosi come la testa del totano, buona solo per il sugo.
«Io sono Sofia, della famiglia dei Belladonna, che stavano in Sicilia quando il primo dei Basile doveva ancora uscire dalle grotte d’arenaria. Che non ha mai pagato il pizzo a nessuno e che non pagherà mai nemmeno una lisca di pesce. Io, il pesce, lo squamo per metterlo in padella. E, se non è buono, lo butto. Hai capito cosa devi riferire al tuo Don Vattelapesca?» domando, pulendo l’altro lato del coltello sulla patta dei suoi calzoni. Il picciarello**, poco più grande del mio Nicola, si affretta ad asserire ripetutamente con il capo. Quando taglio le corde della rete in cui l’ho infilato, copre in tutta fretta la chiazza che si è formata in basso, sul davanti, e corre, a rotta di collo, giù per le scale di casa. Non lo rivedrò per un bel pezzo.
Setti cunigghia ‘nta cunìgghiaria, iu nccunigghiavu a iddhi e iddhi nccunigghiavanu a mia, canticchio, preparando la cena e tagliando un’altra testa di totano. Adoro la soave tranquillità che si respira qui, a Spannaci.

*Sette conigli erano nella conigliera (gabbia), io volevo acchiapparli ad uno ad uno, mentre io ne prendevo uno, mi scappavano tutti gli altri.
**Bambino.

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
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Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.