L'altra metà dell'amore

Sono stato molto combattuto nell’inserimento di questo film. Non per quello che reputo essere il valore dell’opera. Ma per la ricerca di una fonte, in rete, che potesse coincidere almeno parzialmente con il mio pensiero ampiamente positivo ed ammirato nei confronti di questo suggestivo lavoro.
Lo dedico a tutti voi, come sempre.

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Jessica Paré e Piper Perabo con Misha Barton sullo sfondo Forse il titolo originale – Lost and Delirious – consente di introdurre meglio queste storia di passione e follia che si consuma all’interno del Perkins Girl’s College; certo che un titolo come L’altra metà dell’amore, adatto forse ad un innocuo romanzetto rosa, peggio non poteva presentare e promuovere l’ultima fatica della cinquantenne svizzera (ma operante in Canada) Lea Pool. Questa regista è attiva fin dagli anni Ottanta e prima di quest’ultima opera ha realizzato sei lungometraggi in francese non distribuiti in Italia. Il successo ottenuto al Sundance Film Festival 2001 le ha fatto ottenere una distribuzione più capillare arrivando così nel nostro paese.

Piper Perabo e Jessica Paré



L’altra metà dell’amore
, tratto dal romanzo The Wives of Bath di Susan Swan, almeno inizialmente è raccontato dall’occhio esterno e obbiettivo di Mary Bradford (Mischa Barton), soprannominata Mouse, che sta per essere affidata al College femminile da suo padre e dalla sua matrigna.

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Mouse è ancora in pena per la morte della madre naturale e suo padre è più affezionato alla nuova moglie che non alla figlia. Giunta in college Mouse divide la stanza con Tory (Jessica Parè) e Pauline (una straordinaria Piper Perabo), anch’esse accomunate all’ultima arrivata da un profondo dolore che ha origine nel mondo famigliare: Pauline è stata adottata e viene respinta dalla madre naturale, Tory è succube delle Piper Perabo e Misha Bartonpretese dei suoi genitori. A detta della protagonista narrante c’è una strana dolce tensione quando Tory e Pauline sono insieme: dormono "molto vicine"; Mouse, che viene da una cittadina che "non è cambiata dagli anni ’50", non capisce ciò che vede. Perfino quando scorge nell’oscurità della sera le due sue compagne baciarsi pensa che stiano facendo pratica per i ragazzi. Quando una mattina le scoprirà discinte nello stesso letto, capirà che le due vivono una relazione amorosa. Tutto sembra procedere per il meglio fin quando le due amanti non vengono sorprese in atteggiamenti compromettenti da alcune studentesse del college; qui il sogno si spezza a causa dell’inconciliabile coesistenza tra il loro amore e le ferree regole sociali. Tory si rende conto che la sua famiglia non accetterebbe mai il suo amore omosessuale e lascia Pauline; questa non riesce nemmeno a concepire la vita senza la sua compagna, per lei "l’amore dura in eterno"; comincia così la sua rovinosa discesa verso la tristezza, la disperazione, la follia.

Piper Perabo e Jessica Paré



Ed è proprio la seconda metà del film a riservare i momenti più riusciti. La Pool mette in scena con estrema e dura coerenza il progressivo desiderio di morte – si pensi alla teoria freudiana sulla contrapposizione tra la pulsione di morte (Thanatos) e la pulsione di vita o (Eros) – che si insinua nella mente di Pauline fino a culminare con la tragica climax finale.

Piper Perabo e Jessica Paré

"L’altra metà dell’amore è un film difficile da valutare perché non sempre la tensione resta alta" e il ritmo e la capacità di coinvolgimento sono altalenanti; se da una parte l’opera restituisce assai bene quel senso di assolutezza con il quale gli adolescenti vivono le proprie esperienze, dall’altra in alcuni momenti la messinscena si appesantisce per le frequenti citazioni shakespeariane che Pauline usa per esprimere a Tory la sua condizione, e per alcune metafore (su tutte quella del falco ferito) che conferiscono una certa ridondanza alla narrazione. L’opera dellJessica Paré e Piper Peraboa Pool ha comunque dimostrato una certa abilità nell’affrontare il tema dell’amore lesbico senza convenzionalità e soprattutto pone alla ribalta internazionale una promettente star del futuro: Piper Perabo. L’interpretazione della giovane attrice dell’Ohio, già vista ne Le ragazze del Coyote Ugly, risulta davvero sorprendente, buona parte dell’opera funziona grazie alle intense sfumature che la Perabo ha saputo conferire ad un personaggio così complesso ed intenso.


Particolarmente a suo agio con la macchina da presa
appare Piper Perabo, che si è fatta notare, fra l’altro, per la sua simpatia (pari quasi alla bellezza), all’edizione 2002 del Festival "Schermi d’Amore" di Verona.

 

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La locandinaTitolo: L’altra metà dell’Amore (Lost and Delirious)
Regia: Léa Pool
Sceneggiatura: Judith Thompson
Fotografia: Pierre Gill
Interpreti: Piper Perabo, Jessica Paré, Mischa Barton, Jackie Burroughs, Graham Greene, Mimi Kuzyk, Luke Kirby, Caroline Dhavernas, Amy Stewart, Noel Burton, Emily VanCamp, Peter Oldring, Alan Fawcett, Grace Lynn Kung, Stephan Mwinga, Noël Burton, Lydia Zadel, Felicia Schulman, Gabrielle Boni, David Dean, Sheena Bernett, Meaghan Rath, Melissa Pirrera
Nazionalità: Canada, 2001
Durata: 1h. 38′

 

[Fonte: http://www.cinemavvenire.it]

 

Qualcuno volò sul nido del cuculo

Uno di quei film che hanno segnato, in positivo, la carriera di un attore?
Uno di quei film che fanno pensare non una ma dieci volte alla sua conclusione?
Un cast di prim’ordine che interagisce per la riuscita di una pietra miliare nella storia del cinema?
Un viaggio nella natura umana e nelle sue molteplici contraddizioni?
Già… sarebbe niente male tutto ciò in un unico film… Possibile fare una pellicola simile?
Si. E’ stata fatta. Signori e signore, per i pochi o molti tra voi che non lo hanno ancora veduto, eccovi un ricco antipasto…  

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Condannato ai lavori forzati, Randall McMurphy finisce per essere dichiarato insano di mente e quindi internato in un ospedale psichiatrico.

Qui giunto, si rende conto che i pazzi non sono poi molto più pazzi di tanta gente che gira libera per strada, ma i suoi tentativi di "normalizzare" la vita dei malati si scontrano con la calma metodica della capo-infermiera Ratched, per nulla disposta a lasciare che quell’uomo cambi il Sistema.

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Jack Nicholson e Will SampsonUno dei più bei film mai realizzati. Adattato per lo schermo da Lawrence Hauber e Bo Goldman a partire dal romanzo di Ken Kesey già trasposto sul palcoscenico da Dale Wasserman, "Qualcuno volò sul nido del cuculo" è un film terrificante nel modo in cui rappresenta lo spirito di ribellione che si viene a creare in un uomo già problematico di suo, quando messo all’interno di un ambiente spersonalizzante come quello di un manicomio.


Mantenendo le stesse idee del libro ma presentandole in modo meno schematico, più cinematografico, il film riesce ad essere attuale pur ambientando la storia nel 1963 (un anno dopo la pubblicazione del romanzo): Forman è stato bravo a non farsi influenzare dall’atmosfera a metà strada tra il poetico ed il paranoico che trasuda dalle pagine di quella che è diventata quasi una Bibbia atea per la generazione che ha manifestato contro la guerra in Vietnam.


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William Redfield, Will Sampson, Josip Elich, Jack Nicholson, Peter Brocco e Nathan GeorgeJack Nicholson offre la miglior interpretazione della sua carriera – sì, anche meglio di "Shining" – e per nostra fortuna è circondato da attori in stato di grazia. Ma al di là delle ottime prove di Louise Fletcher (Oscar), Brad Dourif (nomination) e Will Sampson, è Nicholson il centro del film.




O meglio: è il personaggio di Nicholson ad essere il centro dell’universo rappresentato in questo film, un universo in cui lo spirito umano sembra essersi definitivamente arreso, dove gli sforzi di un singolo rimbalzano contro l’indifferenza di chi si cerca di aiutare.

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Ma "Qualcuno volò sul nido del cuculo" non è solo una parabola anticonformista, è un viaggio nella paura più umana di tutte: quella che i nostri difetti vengano ingigantiti agli occhi degli altri, e che questo ci renda degli emarginati. Emozionante come poche altre pellicole nella storia del cinema.


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[Fonte: http://www.cinefile.biz]

Ragazze interrotte

Qui andiamo sui gusti moooooolto personali.  Adoro queste due attrici diammetralmente opposte.

E, cosa che non guasta affatto, in grado di sfornare interpretazioni da nomination ed Oscar (come la Jolie nel caso specifico).
Insomma; belle, brave, grande film…

Non lasciatevelo sfuggire (e se vi dovesse capitare tra le mani il libro che anche il sottoscritto deve, ahimè, ancora finire, non sarebbe male )

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Winona Ryder e Angelina JolieAngelina Jolie ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista per il suo ruolo in questo film. Angelina Jolie “fa la parte della cattiva”, come dice il suo personaggio ad un certo punto. Essere il cattivo paga spesso più che non essere il buono, almeno cinematograficamente. Winona Ryder, che qui recita la parte della più sana di tutte, avrebbe meritato la stessa considerazione della Jolie, perché è molto brava a dar vita ad un personaggio non semplice, più sfaccettato ed intrigante di quello della sua collega. Ma in fondo questa sembra essere una costante, nella sua carriera: all’inizio finiva quasi sempre per essere alle prese con personaggi discretamente normali inseriti in un’ambientazione fuori di testa, come in “Beetlejuice”, “Schegge di follia” e “Edward mani di forbice”, ed era l’ambientazione ad avere la meglio; in seguito credo che il suo viso da ragazzina le abbia creato non pochi problemi per poter essere convincente nei vari ruoli che si è trovata ad interpretare. A dir la verità ha ottenuto due nomination all’Oscar, per “L’età dell’innocenza” e “Piccole Donne”, però si tende sempre a sottovalutare la sua bravura, finendo spesso per inserirla nella categoria delle attrici “carine ma non molto brave”. La realtà è che è soprattutto grazie a lei che la bella sceneggiatura di questo film riesce ad essere efficace, innanzitutto perché è raccontata attraverso gli occhi del suo personaggio, e poi perché lei ha creduto talmente nel progetto da decidere di diventare produttrice esecutiva del film.

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Winona RyderSusanna è una diciottenne che ha appena tentato il suicidio per tirarsi fuori da una situazione molto difficile. Nonostante lei affermi che in realtà non volesse morire, il suo medico decide di farla ricoverare in una clinica psichiatrica, ufficialmente perché ha bisogno di riposo. Immersa in questa nuova realtà, Susanna finisce ben presto per diventare succube della personalità magnetica di una vera fuori di testa, Lisa. Solo allontanandosi da lei potrà ritrovare la via che porta fuori da Claymoore.


Il film è tratto da un romanzo di Susanna Kaysen. Il fatto che l’autrice del libro abbia lo stesso nome della protagonista del film non è casuale: il libro è autobiografico. La Kaysen ha passato quasi due anni, nel 1967-68, in un ospedale psichiatrico, e questo non fa altro che acuire i nostri sentimenti nei confronti della protagonista: pensare che la situazione in cui lei si trova è stata veramente affrontata da qualcuno è davvero sconvolgente. Una delle scene migliori del film, non a caso, è l’arrivo di Susanna in clinica, che ci trasmette perfettamente le sue sensazioni e le sue paure nell’entrare in un mondo che non ha nessun rapporto con quello reale-irreale in cui aveva vissuto fino ad allora.


Il regista James MangoldHo scritto reale-irreale perché Susanna tende a confondere la realtà con la fantasia, il presente con il passato. In tutta la prima parte del film assistiamo a dei flashback mentali in cui lei si estranea dal mondo che la circonda, lasciandosi sommergere dai ricordi. Questa scelta registica aiuta molto a dar un buon ritmo al film e soprattutto a capire la psicologia del personaggio, ma purtroppo viene abbandonata con l’andare del tempo. A quel punto, però, abbiamo capito perfettamente qual è la situazione. Come in ogni film tratto da un romanzo, anche in questo c’è la voce fuori campo della protagonista che ci racconta la storia. Questo succede essenzialmente perché molto spesso le frasi migliori, in un romanzo, sono dette dal narratore, e per conservare l’atmosfera generale del libro, riuscendo ad utilizzarne anche le parole, si ritiene necessario mantenere il narratore anche al cinema. Nel caso di “Girl, interrupted” la voce fuori campo è praticamente limitata all’inizio (molto belle le sue parole con Simon & Garfunkel in sottofondo) e alla fine (in cui ci accenna a ciò che è successo in seguito), in modo da lasciar spazio alle diverse situazioni che la protagonista si trova a dover affrontare.

 

Clea DuVall, Brittany Murphy e Angelina JolieIl regista James Mangold è alla sua terza prova, di gran lunga la più riuscita, dopo “Dolly’s Restaurant” (drammone sentimentale con Liv Tyler) e l’acclamato ma noioso “Cop Land”. Certo la sceneggiatura che si è trovato a mettere in scena era tutt’altra musica rispetto alle precedenti, ma la piattezza dei suoi film precedenti è interamente colpa sua, visto che ne è stato anche lo sceneggiatore. In questo caso, comunque ha scritto diverse belle scene, tra cui, oltre a quelle che ho già citato, risultano particolarmente emozionanti gli ultimi due dialoghi, anzi: gli ultimi due confronti, tra Susanna e Lisa.


Angelina Jolie e Winona RyderIl cast artistico offre una grande prestazione, in toto. Al di là delle reali capacità della Ryder e della figlia di Jon Voight, entrambe sono molto brave. Al loro fianco Whoopi Goldberg e Vanessa Redgrave non riescono a farci staccare gli occhi dalle due ragazze, segno che la recitazione di queste ultime riesce ad essere molto più convincente. Nel cast di supporto mi è parsa abbastanza brava anche Clea DuVall, nel ruolo di Georgina, compagna di stanza di Susanna. Personalmente, comunque, continuo a ritenere Winona Ryder meritevole dell’onore delle cronache quanto, e forse più, che Angelina Jolie. Ma la verità è che questo è un film interessante e mai banale, ben ritmato e con bei dialoghi. Insomma: un gran film.

 

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[Fonte: http://www.cinefile.biz]

 

Mission

Questo fa parte della mia personalissima classifica dei dieci film più belli che ho visto sinora in vita mia (e ne ho visti parecchi).

Chi lo avesse già visto, spero ed immagino in tanti, può avere un’ottima occasione per rivederselo in home-video.

Chi invece non fosse stato così fortunato da goderselo… beh, siete ancora qui?
Di corsa alla vostra videoteca di fiducia!

"Bollino" Keypaxx garantito! 

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Siamo nel 1767 in Sud America, in un territorio conteso da Spagnoli e Portoghesi per le sue straordinarie ricchezze.

Le missioni dei gesuiti sono l’ultimo rifugio dei Guaranì, altrimenti destinati alla schiavitù e allo sterminio da parte di mercanti di schiavi e mercenari.

In seguito all’uccisione di un suo confratello, padre Gabriel (Jeremy Irons) parte per una regione ancora inesplorata, non raggiunta dalla spinta colonizzatrice né dall’opera missionaria dei gesuiti, una terra abitata solo dai Guaranì che la difendono da qualunque intrusione.

E’ la musica a vincere la loro diffidenza nei confronti dell’uomo bianco, per la quale manifestano una straordinaria sensibilità.

In questa regione selvaggia avverrà il primo incontro con il capitano Rodrigo Mendoza (Robert De Niro), feroce mercenario al servizio del governo spagnolo, il cui cammino si incrocia misteriosamente con quello del gesuita.

Dilaniato dal rimorso per aver ucciso il fratello infatti deciderà di seguirlo alla ricerca di riscatto, legando il suo destino a quello della missione.

Ma i gesuiti sono diventati ormai un ostacolo intollerabile per i rappresentanti del governo spagnolo e portoghese.

A nulla vale l’intervento di un delegato papale (Ray McAnally) in visita alle missioni, che deve arrendersi alle ragioni di Stato e alla prospettiva di una scomparsa dell’ordine dei gesuiti in Europa.

Padre Gabriel, Mendoza e compagni decidono di non abbandonare i Guaranì, di condividerne sino alla fine, seppure in modo diverso, la sorte.

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Non è la prima volta che Roland Joffé legge la storia, già nel 1984 aveva diretto "Urla del silenzio" raccontando il genocidio cambogiano e l’incubo degli Kmehr rossi, esordio premiato con tre premi Oscar.


Un interesse costante quello per il passato, basti pensare a "Vatel" (2000), ultimo lavoro del regista inglese o alla "Lettera scarlatta" (1995), tratto dal libro di Nathaliel Hawthorne.


"Mission", Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1986, è un film notevole per la capacità di indagare l’umano senza farlo naufragare nella Storia, rischio sempre presente soprattutto quando se ne vogliono studiare le ragioni.


Le ragioni, sembra dirci il regista, risiedono negli uomini, ed è proprio su di essi che si sofferma lo sguardo dell’autore inglese, raggiungendo momenti di straordinaria intensità.


Non poca parte nella riuscita della pellicola hanno le interpretazioni di De Niro, bravo nel rendere credibile il miracoloso pentimento del feroce mercenario, e Jeremy Irons, straordinario nel ruolo di padre Gabriel, forse una delle più belle prove della sua carriera.


A rimanere impressi sono gli uomini con le loro colpe e sofferenze che Joffé è abile a riportare sullo schermo, in questo facilitato dalla sceneggiatura di Robert Bolt, mai banale, scarna perché il vero compito di tratteggiare i protagonisti è lasciato alle immagini.

 

Bellissima la sequenza in cui Mendoza-De Niro trascina il pesante fardello di un passato violento da cui non vuole e non può liberarsi e il cui nodo sarà sciolto dalle vittime della sua brutalità. 

 

Quale rappresentazione più semplice e nello stesso tempo più efficace della colpa?


Sullo sfondo, ma non meno protagonisti, i Guaranì che la fotografia di Chris Menges, premiata con l’Oscar nel 1987, ci restituisce in tutta la loro primitiva innocenza; fotografia nostalgica che nello stesso tempo documenta e dipinge un mondo che vive già nella memoria, irrimediabilmente passato.


Ma non si può parlare di "Mission" senza citare la bellissima colonna sonora di Ennio Morricone.


La musica forse è la vera protagonista della pellicola: ad essa è affidato il compito di veicolare il sentimento di un’umanità, che la ragione occidentale, alle soglie della Rivoluzione francese e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, stenta ancora a riconoscere.

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[Fonte: http://www.cinefile.biz]

 


Donnie Darko

Sapete cosa fare stasera?
E domani?
Beh, se avanzate un posto libero di un paio d’orette in questo week-end (o all’inizio della settimana ventura), non fatevi sfuggire questo film!
Sia che lo abbiate visto o meno, rappresenta un opera assolutamente atipica del panorama cinematografico. Con una serie di interpretazioni possibili che sfidano l’arguzia di chiunque.
Intensamente malinconico e fantastico, struggentemente allucinante e fantasioso. Una parabola sulla vita e su ciò che è aldilà della vita…. Non perdetevi questa occasione!
Perchè?

Perchè:
"Ventotto giorni, sei ore, quarantadue minuti, dodici secondi. È allora che il mondo finirà".

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É un misterioso miscuglio di fantascienza, teen movie e thriller psicologico quello che viene presentato al Sundance nel 2001. Una piccola produzione indipendente (tra gli esecutivi, anche Drew Barrymore, che nel film è la professoressa Karen Pomeroy) che diventa, inaspettatamente, un oggetto di culto per milioni di fan, dapprima in America, poi nel resto del mondo.

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A soli tre anni di distanza, il ventinovenne regista Richard Kelly ha goduto di un raro privilegio: quello di poter rimettere mano al film restituendolo alla sua integrità e arricchendolo anche, come ha fatto George Lucas con la vecchia trilogia di Guerre Stellari, di effetti visivi che il primo budget non aveva consentito di inserire. E ora la nuova edizione del film è stata presentata a Venezia con grande clamore e attesa da parte di pubblico e critica.
Donnie Darko è un ragazzo che vive nella periferia urbana, con i genitori (interpretati da Mary McDonnell e Holmes Osborne) e la sorella Elizabeth (Maggie Gyllenhaal). Suo padre vorrebbe che votasse per Bush alle prossime elezioni presidenziali, ma lui è più propenso per Dukakis. Donnie assume psicofarmaci, soffre di sonnambulismo e allucinazioni. La notte dell’8 ottobre 1988 riceve la visita di Frank, un uomo con la testa di coniglio, che lo spinge a uscire di casa e gli rivela che di lì a 28 giorni avverrà la fine del mondo. Subito dopo il motore di un grosso aereo si schianta sulla casa dei Darko, proprio sulla stanza di Donnie. Da quel giorno il ragazzo inizierà a cogliere strani segnali, convincendosi sempre di più sulla possibilità di realtà alternative e viaggi nel tempo.

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Nel frattempo si innamora di Gretchen (Jena Malone), una sua compagna di classe.
Donnie Darko è un’opera affascinante, di facile presa sul pubblico, per via di quell’atmosfera da fiaba nera che rimanda a un romanzo kinghiano come It (apertamente citato nel film), per l’ambientazione in una decade in odore di revival (gli anni Ottanta), per il gusto apertamente dark (il cognome Darko non è certo casuale), o per il fascino del paranormale che ultimamente fa furore e genera registi di culto. Eppure non si tratta soltanto di puro gusto esteriore, o di contenuti più o meno allettanti (potrebbe essere considerato la rilettura in chiave cupa e oscura di Ritorno al futuro).

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Il film in sé non è perfetto e a livello narrativo non risolve tutti gli enigmi che propone. La carne sul fuoco è tanta e qualcosa senz’altro si perde. Ma il punto non è questo. Ciò che fa di un film un cult per milioni di persone è la passione e l’ossessione che lo pervadono da cima a fondo. É questa passione/ossessione ad essere trasmessa alle persone, a generare un rapido e concitato passaparola, e infine a dare vita a un nutrito gruppo di adepti e a una nuova religione. Questo avviene anche per Donnie Darko, che, lungi dall’essere un progetto nato a tavolino, si rivela al contrario, da subito, un film estremamente personale, nonostante sia calato in una veste di film di genere (o di trans-genere).

Il film propone un dramma reale, ammantandolo di mistero e alimentandolo di reminescenze cinematografiche e letterarie precise (da Philip K. Dick a Lynch, o ancora meglio Philip Ridley) e oltretutto ha la capacitàdi ritrarre con grande sensibilità l’universo adolescenziale, grazie a dialoghi che sanno di vero e ad attori convincenti, in particolare il protagonista. E alla fine trova un suo equilibrio in una regia forte e che lascia il segno.
Divertentissimo il ruolo di contorno offerto da Patrick Swayze, nei panni di un insopportabile pseudo-guru new-age. Nel ruolo della dottoressa che ha in cura Donnie troviamo invece una vecchia gloria come Katharine Ross. Gli attori Jake e Maggie Gyllenhaal sono fratello e sorella anche da questa parte dello schermo.

[Fonte: http://www.cineclick.it]

K – Pax [Da Un Altro Mondo]

Chi è Keypaxx?

probabilmente qualcuno si sarà chiesto cosa significhi o da dove derivi…

Per la prima domanda vi rimando a qualche altro prossimo futuro post.

Per la seconda vi riporto di seguito l’opera che mi ha dato lo spunto per la creazione di questo nickname e, sotto alcuni aspetti, la mia prospettiva di vedere il mondo.

Occhio però!  E’ un segreto! Dobbiamo saperlo soltanto io e voi……. 😉


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TRAMA BREVE

Prot – ricoverato in una clinica psichiatrica perché ingiustamente accusato di aggressione – è convinto di essere un alieno proveniente dal pianeta K-Pax, che deve tornare a casa prima della fine dell’estate.
Nella clinica la sua strada si incrocia con quella del dottor Mark Powell, uno psichiatra persuaso, in un primo momento, che Prot soffra di disturbi della personalità.
Ma col passare del tempo il medico comincia a dubitare della sua analisi.
Le cose peggiorano quando le affermazioni di Prot vengono esaminate da un gruppo di astronomi scettici che rimangono disorientati dalle sue cognizioni.

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TRAMA LUNGA

Un giorno dal nulla appare Prot (Kevin Spacey), uomo che dichiara di essere un alieno proveniente dal pianeta K-PAX, questo gli costa l’immediato ricovero in una clinica psichiatrica nella quale incontrerà il Dr. Mark Powell (Jeff Bridges), pofessionista super impegnato nel lavoro tanto da trascurare la famiglia e lasciare una serie di relazioni familiari irrisolte.
Inizialmente anche il Dr. Powell ritiene Prot soltanto un malato di mente convinto di essere un’alieno, ma col tempo penserà che questo è il malato di mente più convincente che abbia mai avuto.
Il Dr. Powell non sembra prendere a cuore le paranoie dei suoi pazienti più di tanto, lo evidenziamo dall’occhiata che manda all’orologio durante una seduta con un altro paziente – Ernie (Saul Williams) -.


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Perché dunque ha scelto Prot e vuole salvarlo a tutti i costi?
A questa domanda, postagli dal capo dell’ospedale, risponde: "Perché lui ha scelto me".
Nel frattempo Prot vive la sua vita all’interno dell’ospedale psichiatrico circondato dall’affetto e dalla stima di tutti i malati i quali non nutrono alcun dubbio che lui sia realmente un abitante di K-PAX.
Il Dr. Powell cerca di dimostrare a Prot che K-PAX non esiste al fine di creare uno spiraglio che gli permetta di entrare in comunicazione con quest’uomo.
La sua convinzione è che se gli dimostrerà che K-PAX non esiste allora riuscirà a farlo smettere di sostenere di essere un alieno e potrà finalmente iniziare a curarlo.
Ma i piani del Dr. Powell vengono stravolti.

 

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In seguito, grazie a delle sedute di ipnosi, scoprirà chi si nasconde dietro il nome di Prot.
Adesso che la causa del trauma e la vera storia di Prot sono venute alla luce tutto sarà più facile e Prot non continuerà a sostenere di dover lasciare la terra il 27 luglio alle 5,51 a.m.
Nel frattempo i malati sono in subbuglio, tutti vogliono andare su K-PAX con Prot ma lui ha detto che potrà portare con sé solo uno di loro: colui che scriverà il miglior componimento.

 

 

E’ il 27 luglio: che farà adesso Prot? Tutti sono in attesa…


K-PAX è un film bellissimo che dal primo fotogramma all’ultimo immerge in un’atmosfera di pace.
Il personaggio di Prot, alieno dalle non-regole del suo pianeta, è molto più umano degli umani.
Su K-PAX non esistono legami familiari, non esistono leggi, ognuno ha in sé la distinzione del bene e del male, non c’è bisogno di polizia, carceri o altri strumenti coercitivi.
La terra è un pianeta di stadio evolutivo dal futuro incerto e a volte non si capisce come mai gli umani siano sopravissuti.
Tutto il film è costellato di frasi che fanno riflettere.