Cammarata2 • parte 1di6 – La leggenda del lupo grigio

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La testa pulsava come fosse un tamburo picchiato da un complesso rock e gli occhi rifiutavano di aprirsi preferendo rimandargli immagini velate di quello che era lo spazio circostante. Oscar ci era andato pesante la sera prima. E soltanto i suoi ripetuti dinieghi gli avevano permesso di evitare una sbronza con i fiocchi. Succedeva sempre così quando lo incrociava al sabato sera ed era fuori servizio; una strenua lotta all’ultimo boccale di birra e, puntualmente, Vito Cammarata era costretto a giungere ad un passo dall’ubriacatura.
«Mannaggia a te, Oscar… ma quanta segatura ti hanno messo in testa?» Imprecò il commissario in un misto di severità e rimprovero. In parte verso se stesso e in parte verso l’amico.
«Ti trovassi una donna, invece di prenderti delle balle al sabato sera, non sarebbe più redditizio?» Rintronava alle orecchie la voce della sorella rimasta a Catania. Gli sembrava di sentirla quell’eterna cantilena. Certe volte pensava che in polizia fosse entrato il Cammarata sbagliato, sotto certi aspetti, Elena, era molto più rigida di lui. Nonostante fosse la minore tra i due. Ma la tarda domenica mattina non era stata l’unica a sorprenderlo tra le lenzuola. In realtà, il tamburo che avvertiva non era soltanto dentro la sua testa. Echeggiava anche dentro casa, e faticava a coglierne l’origine. Infine comprese che il rullo esterno era di gran lunga meno ossessivo di quello interno a lui; stavano bussando alla porta di casa.
«Un momento… arrivo, arrivo… (se la capocchia smette di girare)..»
si appoggiò alla spalliera e si mise seduto per qualche istante, per uscire definitivamente dal torpore del sonno e dai rimasugli di alcol. Afferrò la vestaglia vicina, dato che l’abitudine a dormire nudo non era rimasta al Sud con la famiglia. Si augurava che non si trattasse di una qualche emergenza, confidando nella squadra di bravi ragazzi che lavoravano in centrale. Scese al piano inferiore del suo casolare di campagna che abitava da poco più di un anno, e osservò dallo spioncino della porta chi fosse il suo visitatore domenicale. Non la conosceva e il nome con cui si presentava non gli diceva nulla. Benchè non gli fosse invece estraneo il fagotto scuro che teneva tra le braccia.

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«Roccolo! Ma dove ti eri cacciato…? Hai combinato qualche guaio?»
Chiese rivolgendosi al gatto, mentre allungava le braccia per riprenderlo.
«No.. non ha combinato niente di male, stia tranquillo, commissario. Ho solo ritenuto opportuno riportarlo a casa, visto che gironzolava nella zona di caccia. Abito qui sotto, dopo il secondo tornante e Roccolo frequenta spesso il mio cortile. Probabilmente conoscerà mio cugino Oscar, immagino..»
il sorriso di lei dissipò completamente i resti della serata brava, e Vito constatò che portava la divisa con un’eleganza rara.

«La cugina di Oscar…?!? Mi aveva accennato di avere una cugina nella guardia forestale, ma non credevo… prego, prego.. vuole accomodarsi? Posso offrirle un caffè?»
«Grazie, commissario.. un caffè lo prendo davvero volentieri!»
Quel giorno, Vito Cammarata incontrò Diana Sintuosi. E non poteva immaginare come la sua domenica stesse per cambiare radicalmente…

Autore testi: Keypaxx © Copyright 2009. Tutti i diritti riservati.

Cammarata – parte 4 di 4

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Il Faro della Vittoria illuminava con il suo fascio di luce regolare Poggio di Gretta.
Situato a sessanta metri sopra il livello del mare era costituito da un ampio basamento ricoperto di pietre e prendeva vita da un ex bastione austriaco.

Era considerato alla stessa stregua di luoghi come la Cattedrale di San Giusto o il Castello di Duino; autentici e rinomati patrimoni turistici di Trieste.
Il Faro però, a differenza delle altre attrazioni, rappresentava per la città un vero e proprio simbolo.

A Vito Cammarata il posto appariva un’oasi dedicata al mare. Il sapore della salsedine si mischiava al rumoroso ronzio dei vaporetti dei pescatori che si preparavano all’uscita per il giorno successivo.
Alzando gli occhi nascosti da un paio di occhiali scuri, diede un rapido sguardo al capitello sulla cima del faro; una gabbia in bronzo e cristallo che conteneva la lanterna con la sua fonte di luce.
Sopra la stessa, sostenuta da una cupola in bronzo e da decorazioni a squame, capeggiava la statua in rame della Vittoria.

Si erano fatte le sei di sera ed il tempo che il commissario aveva deciso di prendersi era ormai giunto al termine.
Stimava ancora meno di due ore di sole.
Terminate le quali si sarebbe dovuto recare in sede per avviare la pratica della sparizione di Ana.
E se i suoi sospetti si fossero rivelati errati non avrebbe avuto altra scelta.

Le piste si riducevano a quello stesso luogo, dove la ragazza praticava la professione vecchia come il mondo. Dove le domande fatte nel pomeriggio non avevano raccolto risultati incoraggianti.

In realtà, la traccia del conducente di tram, era il suo obiettivo primario. Le altre fungevano da meri riempitivi per non lasciare nulla al caso.
Attese pazientemente un’altra mezz’ora, poi la figura scarna di Orlando Buttafuogo si stagliò sulla linea di orizzonte, all’inizio del viale che procedeva parallelo al Faro.

L’ufficiale si nascose dietro un rientro formato da uno dei due grossi proiettili collocati ai lati del monumento.
Poi, trascorso un arco di tempo ragionevole, si incamminò verso l’abitazione del Buttafuogo.

Percorse un centinaio di metri e raggiunse le prime case che si affacciavano sul mare.
La seconda del gruppo di abitazioni a schiera al di là di una siepe formata da cipressi ed allori era quella del tramviere.
Il cancello in ferro battuto presentava una chiusura difettosa. Caratteristica che Cammarata non esitò a sfruttare a proprio favore per avvicinarsi ad una delle basse finestre.

Dietro i vetri, facendo attenzione per non tradire la sua presenza, il commissario vide due figure dialogare all’interno. E non ebbe più dubbi.
Raggiunse il campanello dell’uscio d’entrata decidendo di buttare alle ortiche ogni ulteriore indugio.

«Un attimo… sto arrivando!» dichiarò una voce maschile dall’altra parte «….Ma… commissario Cammarata?!?…»

«Buonasera, signor Buttafuogo…. Mi fa entrare?» gli rispose l’ufficiale serio in viso dopo una breve attesa.

L’uomo rimase ad osservarlo a bocca aperta. Apparentemente incapace di proferir parola, avvolto da un’aria si smarrimento che lo allontanava incisivamente dalla persona sicura di sè dello stesso pomeriggio.

A toglierlo da una situazione a lui ingestibile intervenne la donna uscita dalla stanza attigua
«Non c’è bisogno di mandati, commissario… eccomi qui…»

I tratti somatici descritti da Tasha e la fotografia in suo possesso gli furono di secondaria importanza; intuiva già di essere dinanzi ad Ana, la ragazza scomparsa.
«Tua sorella è molto in pena per te… lo sai, vero…?»

«Si… posso immaginare… ma non ce la facevo più. Troppa paura. Il poliziotto mi faceva paura…»

«Lo so. Ma stai tranquilla; Mario non si avvicinerà più a meno di cinquanta metri da te. Hai la mia parola…»

«Lo spero bene… sennò io….» iniziò a bofonchiare il tramviere rimasto in mezzo tra i due.

«Tu niente. Ti sei già messo in tali casini che non ti consiglio di persistere con altri. O la prossima volta ci vedremo direttamente alla centrale, senza più sconti per nessuno!»

«No… lui buono… lui mi… ama…»
azzardò Ana abbracciando il ragazzo puntato da Cammarata.

«Si, si… va bene. Adesso però torni da tua sorella e gli spieghi per bene che non deve preoccuparsi più. Sei magggiorenne e sarai poi libera di fare quello che ti pare. Se vi amate davvero starete insieme… sennò non c’è  bisogno di nascondersi. Va tutto bene, adesso. Te lo ripeto!»
concluse l’ufficiale rassicurando la giovane con un’espressione comprensiva e risoluta.

«So bene quello che pensi.
Sei delusa, sei impaurita, cercavi protezione. Lo capisco ed è naturale.
Ti sei sentita tradita da quell’organo che dovrebbe garantire la sicurezza anche a te, nonostante il mestiere che fai e al fatto che sarebbe dovuto… fino ad un certo punto.
Ma certe volte le persone agiscono senza pensare.
Senza rendersi conto di agire in maniera sbagliata.
Tradendo, per prima cosa, se stessi e quanto rappresentano.
Per fortuna c’è spesso qualcuno ad aprirci gli occhi.. e a darci altre possibilità…»
Un sorriso solare e sincero dipinse la bocca del commissario, riflettendosi sui vispi occhi celesti che ricordavano un cielo sereno e privo di nubi.

«Andiamo adesso… ho la macchina poco lontano da qui….»

«Ti amo…. Tornerò, Orlando…»
disse lei rivolta al padrone di casa che doveva assorbire ancora del tutto la nuova situazione, sfiorandogli le labbra con un bacio.

Il giorno seguente, rincasando al solito orario dal commissariato, trovò la figura femminile ad attenderlo accanto al parapetto del suo casolare di campagna
«Va tutto bene, eh…?»
esclamò con un pizzico di divertita apprensione nella voce.

«Si, commissario…volevo solo ringraziarti…» disse Tasha porgendogli un bacio vicino alla bocca «Non dimenticherò mai quello che hai fatto per noi…».
Lambendogli dolcemente un braccio, se ne andò. Vito Cammarata osservò la sensuale silhouette della prostituta dileguarsi verso le case del centro. Poi, con un sospiro, infilò la chiave nella toppa…………………..

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Cammarata – parte 3 di 4

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Mario Santalea aveva vuotato il sacco.

Il commissario Cammarata non nutriva alcun dubbio in merito. Le informazioni raccolte dalla slovena Tasha coincidevano perfettamente con quanto il poliziotto gli aveva confessato nella trattoria di Giacomino cercando di salvarsi il posto .

‘Un risultato positivo e negativo al tempo stesso’ meditò l’ufficiale di origine catanese attraversando a piedi la “Napoleonica”; la strada creata nel primo ottocento dall’imperatore d’Austria.

Una parte di lui sperava di trovare in Santalea il responsabile della sparizione di Ana. Sia per risolvere il caso in tempi brevi e sia perchè i poliziotti che molestavano le prostitute non gli erano mai andati a genio.
Perlomeno era certo che il sottoposto si sarebbe ora ben guardato dallo sfidare direttamente il suo superiore e  la prostituta corsa a chiedergli aiuto non avrebbe rischiato ritorsioni.

Ma lo smilzo gendarme non gli era stato di particolare aiuto, alla fine.
Ormai era già scoccato il terzo giorno dalla scomparsa della giovane slovena e gli indizi accumulati davano poche speranze di concludere l’indagine.

Si sarebbe concesso di condurre il caso da solo sino al tramonto.

Al termine di quel tempo sarebbero scattate le ricerche su ampia scala come prevedevano le regole vigenti del commissariato.
E, soprattutto, la questione sarebbe divenuta di pubblico dominio.
Con differenze negative per ognuno; Santalea ci avrebbe rimesso posto e moglie e figlio, innocenti ed estranei alle colpe del capofamiglia, probabilmente. Ana non avrebbe ricavato nulla di buono, appartenendo ad una categoria sottostimata dagli stessi organi di polizia e dalla stampa.

La sola traccia percorribile emergeva dai punti comuni espressi dalla sorella della scomparsa e dal poliziotto.

Vito raggiunse il tratto asfaltato della “Napoleonica”, alla cui destra si ritrovò una massiccia parete rocciosa. Con alcuni scalatori intenti a salirla nel mezzo di un’arrampicata sportiva.

La vista successiva dinanzi a lui si compose del suggestivo panorama del Golfo da dove poteva chiaramente distinguere l’ampiezza della città triestina, la costa istriana ed i cantieri navali di Monfalcone.
La giornata molto limpida gli concesse anche la visione dell’arco alpino.

Si fermò assaporando il momento.
Le mani in tasca della giacca aperta stuzzicata da un leggero vento estivo.
Erano le poche occasioni in cui riusciva a non rimpiangere la lontana Sicilia.

Valutò scrupolosamente i pochi elementi di cui disponeva per decidere in quale direzione muoversi per prima.
E decise di cominciare dal punto più ovvio; il posto dove Ana era stata avvicinata da Santalea per l’ultima volta.

Montò sulla sua vecchia utilitaria di un blu scuro e dal chilometraggio impensabile ed ingranò la marcia verso piazza Oberdan e la trenovia di Trieste.

La linea a trazione elettrica collegava la città marittima con quella collinare coprendo una lunghezza totale superiore ai cinquemila metri.
Vito Cammarata arrivò alla stazione di partenza prima delle due del pomeriggio, considerando di avere a disposizione poco più di altre cinque ore per trovare un bandolo alla sua matassa.

Il tram sarebbe partito dopo pochi minuti dalla piazza per colmare il lungo tratto che lo separava da Villa Opicina inerpicandosi, con l’ausilio della funicolare, su per l’altipiano carsico.

«Conducente… permette una parola?» richiamò l’uomo in procinto di mettersi alla guida del mezzo «Sono il commissario Cammarata… avrei bisogno di pochi minuti…»

Il tramviere diede un occhio all’indirizzo del presunto ufficiale di polizia ormai a pochi passi da lui
«Va bene… ma tra dieci minuti devo partire…»

«Oh, non si preoccupi… le ruberò anche meno!» sottolineò Vito con l’usuale sorriso sornione di cui era capace
«Certo che è davvero bella, eh! Un vero pezzo di storia triestina questa carrozza… quanti anni ha compiuto? Cinquanta, sessanta…?»

«Ha superato da un po’ i cento anni…»

«Cento anni?!? madre mia… vedi che è tanto!…»

«Si… è tanto. Ma le interessa parlare della mia motrice… o ha qualche altro argomento particolare di cui discorrere, commissario?»
chiese il conducente padrone di una scarsa e limitata pazienza.

«Si, signor…»

«Orlando Buttafuogo… faccio questo lavoro da quasi dieci anni, non ho mai avuto problemi con la legge e mi reputo un bravo cristiano…»

«Ma certo, signor Buttafuogo… Mica sono qui per qualche problema suo! Ci mancherebbe…» fece l’ufficiale sollevando ironicamente le mani «Lei ha mai conosciuto o visto questa ragazza sul suo tram o nei dintorni?»

L’uomo rimase quasi impassibile osservando la fotografia estratta dal commissario da una tasca interna della giacca
«…Non credo di averla mai vista da queste parti…»

Superava di parecchi centimetri in altezza il graduato di polizia.
Un fatto ricorrente in molti dei triestini con cui Vito si trovava a dover avere a che fare con il suo scarso metro e settanta di altezza distribuito in un fisico tendente al tozzo.

«E’ davvero sicuro di non averla mai vista prima…?»

«Sono sicuro… Adesso posso partire o deve farmi delle altre domande..?»
concluse visibilmente stizzato e trattenendosi a fatica per il tempo perso.

Il siciliano conosceva svariati sottili modi per farsi dire dalle persone quanto desiderava. Una dote caratteristica sviluppata nel corso di molti anni trascorsi nella polizia, ma anche una sua predisposizione naturale di base.
Così come sapeva quando restare ad attendere di raccogliere i frutti seminati.

«No, no… dovevo solo chiederle questo… Le auguro una buona giornata lavorativa e la ringrazio molto per la sua disponibilità…»
Il suo fiuto lo spingeva ora ad optare per la soluzione passiva. Era certo di essere vicino al suo bandolo………

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Cammarata – parte 2 di 4

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La trattoria di Giacomino ha come specialità i piatti a base di pesce. Probabilmente non si può annoverare tra le più eleganti di Trieste, ma di sicuro la nomea maturata tra i residenti e qualche buongustaio proveniente da fuori ne fanno un luogo ben frequentato tutti i giorni della settimana.

Fregula con le vongole, pasta con le sarde, linguine ai gamberi e, naturalmente, gli spaghetti ai frutti di mare rappresentano il fiore all’occhiello dei primi.

Vito Cammarata era seduto aspettando il piatto di spaghetti ai frutti di mare. Senza ombra di dubbio il suo preferito tra le gustose portate sfornate dal compaesano Giacomino.
Si alzò subito con un ampio sorriso dal tavolo cui prendeva posto notando l’arrivo di Mario Santalea
«Mario… vieni, vieni… cominciavo a chiedermi quando ti saresti fatto vedere…»

Il poliziotto rimase perplesso nel ricevere quello che somigliava un eccesso di cordialità da parte del suo commissario.
Ma in fondo era abituato alle stranezze dell’ufficiale. Uomo spesso riconosciuto per repentini sbalzi di umore non sempre totalmente comprensibili a chi gli stava accanto.
In questo giocava una parte fondamentale il suo temperamento mediterraneo e siciliano.

Gli imprevedibili mutamenti di carattere non avvenivano comunque senza una ragione, e Santalea si sentiva a disagio ben sapendo la cosa.
Con fare incerto e cauto, il lungo e smilzo gendarme si avvicinò al suo superiore
«Mi dispiace, Vito… Purtroppo non sono riuscito a liberarmi prima. Sto seguendo le indagini sul furto di quelle auto nel quartiere adiacente ai Filippini e…»

«Non preoccuparti! Prima il dovere, eh! Vuoi che non lo sappia io, Mario..?
Accomodati…. ti faccio portare un piatto di pasta ai frutti di mare anche a te, vero?…»

«Beh… avrei un certo appetito infatti, ma…»

«Giacomino, Giacomino! Ce ne porti uno al mio collega, per cortesia?… Grazie!»
ordinò ad alta voce il commissario senza lasciare al sottoposto il tempo di terminare la frase.

«Come li prepara lui questi spaghetti non li prepara nessuno! Però…» disse avvicinandosi con aria complice e soddisfatta «…sono riuscito a carpirgli ormai gran parte della ricetta. Un ingrediente un giorno, un passaggio il giorno successivo, un altro ingrediente il giorno appresso… Secondo i miei programmi entro la fine del mese dovrei riuscire a prepararmeli a casa tali e quali!»

Si diede una veloce grattata alla nuca tormentandosi i capelli rasati corti e prese la bottiglia del vino bianco offrendone un bicchiere all’ospite, per poi riempirsi il proprio
«Non è affatto facile dargli quel tocco in più, sai?
Ci ho provato tante volte in cucina e, sebbene modestamente mi ritenga un discreto cuoco, mi sfugge quel.. quel certo… sapore finale che trasforma un buon piatto in un piatto superlativo come questo!»

Cammarata assunse un tono più serioso che gli fece socchiudere leggermente gli occhi celesti. Sporgendosi in avanti con aria da confabulatore aumentò ancor più incisivamente la differenza di statura detenuta nei confronti del sottoposto
«In realtà, Mario, certi segreti gastronomici fanno la fortuna di trattorie come questa. Perchè alla fine non è lo spicchio d’aglio, i pomodorini, le vongole o le noci o le cozze a differenziare i miei spaghetti da quelli di Giacomino.
Anche io utilizzo il pesce fresco, le mie dosi di olio d’oliva, il sale ed il pepe esattamente come fa lui…
Ma sai quale davvero è la differenza?..»

«….Non saprei dirti, Vito…»
disse di rimando l’allampato poliziotto sempre maggiormente confuso dai discorsi del superiore.

«Beh, è presto detto; il segreto consiste nel trovare l’armonia d’insieme!
La perfetta quantità di uno e dell’altro ingrediente, i giusti minuti di cottura, la qualità delle singole parti!
Se soltanto uno dei pezzi è fuori posto, se è fuori regola, se è insufficiente, non otterrai mai lo stesso risultato!»
rispose l’ufficiale appoggiando nuovamente la schiena contro la sedia imbottita in paglia e gesticolando irrequieto.

«Vedi.. l’arte culinaria è esattamente identica a qualsiasi altra cosa, riuscita o meno, al mondo.
Tutto ha bisogno della sua armonia, del giusto equilibrio tra le varie componenti per riuscire a raggiungere il risultato migliore.
Tra le sculture, tra i palazzi… persino tra gli organi di polizia!»
aggiunse accennando una risatina smorzata.

Mario Santalea prese a sudare.
Non per la temperatura estiva o per quella interna al locale. Il sudore del poliziotto usciva copioso per le parole che temeva di sentire.

«Se i poliziotti non agiscono esattamente come la ricetta ai frutti di mare del nostro bravo chef… ci scappano i piatti insipidi, malriusciti. Il commissariato diventa tale e quale ad una trattoria dove il cuoco cucina sbagliando le portate.
Ecco allora che la trattoria perde i clienti… ed il commissariato perde la fiducia e la credibilità dei cittadini..».

Il poliziotto si asciugò la fronte con un fazzoletto e deglutì.

«Ora.. io so che gli ingredienti, come i poliziotti, possono non essere sempre di prima scelta. Però non posso neppure permettere che una porzione dell’insieme mi vada a guastare il resto.
Ci siamo capiti, Mario?…..»

Santalea si sentiva come il pesce della frittura appena tolto dall’acqua.
Boccheggiava alla ricerca delle giuste frasi, ben sapendo che non poteva sfuggire ormai al fuoco cui era destinato
«Vito, sono sempre stato un bravo poliziotto. Ho sempre fatto il mio dovere, lo sai anche tu… Mi sono sposato, ho un figlio, ho messo la testa a posto.. te lo giuro, Vito! Non ho fatto mai nulla per giocarmi la tua fiducia, credimi.. qualsiasi cosa ti possa essere stata detta… sono perfide illazioni!»

Cammarata avanzò la mano destra con un gesto chiaro e secco
«Tua moglie e tuo figlio non centrano nella questione. Però sono gli unici a salvarti ancora il culo, per il momento, o ti avrei già preso a calci da qui fino a dove non vivono neppure i pinguini. Cosa per te non ancora scampata… a seconda di quanto mi dirai sulla slovena Ana!»

Il poliziotto sbiancò in viso e sentì un brivido freddo percorrergli il corpo da capo a piedi.

Pochi istanti dopo comparve il cameriere con gli spaghetti ai frutti di mare
«Mangia, Mario… altrimenti si raffreddano!» lo invitò il commissario con tono amichevolmente ipocrita ed immergendo la forchetta nel proprio piatto.
Era tornato radioso in viso come Santalea lo aveva veduto appena entrato nel locale……………………….

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Cammarata – parte 1 di 4

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Quando la vide davanti alla porta venne preso subito di soprassalto.
Non si attendeva l’inattesa apparizione e desiderava raggiungere le mura domestiche per rilassarsi da una giornata di lavoro decisamente pesante.

Ma, a quanto sembrava, il destino gli aveva riservato delle sorprese.

«Ha bisogno di qualcosa…?»
le chiese con ferma gentilezza nel tono della voce sebbene la domanda apparisse retorica già a se stesso.

La ragazza si guardò attorno con gesto rapido, in uno stato d’animo visibilmente turbato
«Vorrei parlarle…. è possibile..?»

Vito Cammarata lasciò la risposta sospesa in un breve lasco di tempo.
L’accento della giovane denotava una provenienza dall’Est, forse dalla vicina Slovenia. Gli abiti che indossava erano vistosi e tendevano ad evidenziarne ostentatamente le curve femminili ricoperte da un tono di colore decisamente pallido nonostante i pesanti segni del trucco. La giacchetta aperta faceva fuoriuscire un corpetto che sosteneva i seni in modo provocatorio e la cortissima gonna fungeva da contorno alle calze a rete scure perse dentro due stivali dal tacco pronunciato.
Un abbigliamento che fugava ogni dubbio sull’attività condotta dalla bionda platinata.

«Prego… le offro un caffè, signorina…?»
«Tasha… mi chiamo Tasha, commissario…»
l’ufficiale di polizia aprì la porta dell’uscio della sua casa situata nella zona collinare fuori Trieste; un vecchio casolare di campagna ristrutturato alla bisogna.
Rivolgendo un composto sorriso di circostanza alla giovane la fece accomodare in un ampio salotto arredato dignitosamente.

Sul lato meridionale dello stesso prendeva posto l’angolo cucina ed il fornello. In pochi gesti misurati preparò la moka con la miscela di caffè da porre sul fuoco, prelevando dall’armadietto soprastante tazze e zuccheriera
«Sono qui da oltre un anno… ma faccio ancora fatica a perdere le vecchie abitudini che mi seguono dalla mia originaria Catania..»
disse ironizzando sull’incertezza nel recuperare i cucchiaini dal cassetto del tavolo accanto
«…L’armadietto a muro che ho in Sicilia tiene dentro di tutto; coltelli, forchette, cucchiai, mestoli, pentolame.. una volta ci ho trovato infilato persino Roccolo; il mio gatto…».

Il rapido sguardo indirizzato verso la ora sorridente Tasha gli confermò che il suo tentativo di alleggerire la tensione provata dalla ragazza stava avendo un discreto successo
«..Qui, invece, nonostante abbia parecchio spazio.. perchè ne ho davvero tanto, eh, sia chiaro.. non sono riuscito a trovare un armadio sufficientemente grande da metterci dentro le stesse cose. E sono quindi stato costretto a dividerle per casa.
Perchè, sinceramente, nonostante Roccolo si portasse via da solo l’ala predisposta al pentolame.. io sono un casinista per natura!»

La conseguente risatina divertita della prostituta gli fece capire di essere riuscito nel suo intento iniziale.
«Anche io ho un grosso gatto.. in Slovenia. Mangia tanto che è sempre più grosso e pesa tantissimo…» gli rispose di rimando «..da molto però non lo vedo…» concluse a metà frase, passando da un tono ilare ad uno più serio e triste mentre Vito si sedeva sul divano di fronte alla poltroncina dove si trovava lei.

«Mi manca la mia terra… ma qui, a Trieste, per uno strano caso della vita, ho trovato un ambiente tanto simile a Catania. La montagna vicina, il mare, il porto.. ci sono un sacco di cose che me la ricordano, una moltitudine di profumi ed odori.
Ma l’odore di casa… beh, quello nessun altro posto al mondo può offrirtelo uguale..»
concluse il poliziotto rinfrancandola
«Ecco! il nostro caffè pare essere in arrivo..»
sottolineò ravvisando l’inequivocabile fischio della moka in ebollizione.

«Sei venuta qui da sola…? O vivi con qualche tuo… parente?»
esordì poi con attenzione
«Parente…? Oh, si… ero venuta a Trieste con mia… sorella… Entrambe senza soldi in Slovenia.
Qua abbiamo trovato casa e… lavoro…»
fece lei abbassando per un momento gli occhi in pudico riserbo.

«Andava bene… riuscivamo a mangiare e mandare soldi, parecchi soldi, a casa… a nostri fratelli e sorelle più piccoli. Poi però, Ana, mia sorella, è stata presa di mira da ragazzo grande… più grande di lei e anche di me.. Forse quarantacinque, forse cinquant’anni. Non saprei dire con precisione…»
Tasha reggeva la tazza tra le mani che iniziavano a tremare «…Lui ha iniziato a cercarla. Prima un giorno, poi due, poi tre.. Poi ogni giorno. Era cliente generoso.. la pagava bene. Ma faceva paura…».

«Paura..? La trattava male..?»

«No, no.. mai picchiata, mai. Però… era geloso.. gelosissimo. Voleva sempre stare lui con Ana. Una volta ha minacciato.. cliente. Un’altra ancora ha.. picchiato altro cliente..»

«Non è stato denunciato..? Dovevate suggerirgli di venire in commissariato…»

«Commissariato..? No, no, no… Impossibile farlo.»

«Perchè, Tasha..? Come stai parlando adesso con me vi avrei ascoltate anche là dentro.. te lo assicuro.»

«Oh si, questo lo so.. tu, commissario, sei brava persona..le voci su di te sono buone in giro… però..»
si soffermò indecisa su come continuare o meno il discorso, le mani che non accennavano a smettere di tremarle.

«Però….?»

«Non è facile come sembra… io ed Ana abbiamo sempre saputo difenderci bene.. e quando non lo facevamo noi c’era sempre il nostro… protettore, Kalebh. Solo che ci sono cose da cui.. poco possibile proteggersi.»

«..E come mai hai pensato di rivolgerti a me solo adesso?..»
la interrogò Cammarata iniziando a sospettare che la situazione fosse persino più complessa di quanto già non sospettasse dal principio.

«Ho dovuto farlo ora… perchè mia sorella Ana è… è sparita da quasi due giorni! Non so più dove possa essere finita… ho paura.. e non posso venire a denunciare la scomparsa…»

«Perchè non puoi..? Domattina vieni da me, verbalizziamo la cosa e ti prometto che farò tutto il possibile per ritrovarla.. se non se ne è andata di sua volontà…»

«No, commissario… no.. tu non capisci… non posso venire..» sospirò profondamente e decise poi di rivelare il resto «..Lui… quello che la voleva sempre… è… un poliziotto!…» ………………

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