Domande al Clown

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L’impresario non mi ha offerto denari per questo spettacolo, ma soltanto un biglietto di andata e ritorno. Ho portato animali di pezza e palloncini colorati, un copione scritto con penna di struzzo senza nascondere la testa dentro un buco nella terra. Ho portato tanta buona volontà e l’illusione di una pace lontana.
«Perchè?»
È la regina delle domande; non ha fanti, non ha cavalli e non ha re alcuno. Un punto interrogativo espresso con voce tenera; voce di bimbo. Un punto di domanda che mi spiazza e mi strapazza. Me, che ho soltanto delle virgole da offrire.
«Dovete immaginare. Immaginare. Immaginare. Un mondo diverso. Se chiudete gli occhi con me, se pensate agli alberi, se vedete il sorriso di vostra madre, se stringete la mano sicura di vostro padre, se sentite il calore dei raggi del sole… allora, ecco, questi rumori saranno fuochi di artificio. Ci saranno stelle filanti, ci saranno baracchini e ambulanti, ci saranno giostre e fiori freschi alle finestre. Chiudete gli occhi, respirate piano insieme a me. Ci saranno giorni migliori. Ci saranno.»
Li tengo per mano, formiamo un circolo di sagome di carta mentre la melodia dei cannoni avanza nell’aria infischiandosene delle sette note. I fuochi non sono falò improvvisati sulla spiaggia, sono schegge di follia che impazzano dalla notte dei tempi per ancora tempo a venire.
«Perchè?»
È la regina delle domande; non ha fanti, non ha cavalli e non ha re alcuno. Un punto interrogativo espresso con voce tenera; voce di bimbo. Un punto di domanda che mi spiazza e mi strapazza. Me, che ho soltanto delle virgole da offrire.

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Futuri da Clown

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“È questo quello che ti aspettavi?”
Gli alberi sono diventati di plastica, tra i rami cinguettano passeri caricati a molla, le automobili galleggiano nell’aria come tanti palloncini colorati dai fili sciolti. Cani e gatti meccanici fanno da dama di compagnia a uomini e donne che hanno ottimizzato ogni nanosecondo del tempo corrente. Autostrade costruite nel cielo formano piste da montagne russe; il traffico è stato deviato a molti metri sopra il suolo.
Le città sono protette da immense bolle d’aria che ricordano le fantasiose Atlantidi uscite dalla penna di Verne. Il giorno è programmato, predestinato, calcolato, lobotomizzato. La vita è diventata un investimento con calcoli percentuali ascendenti e discendenti, parabole arzigolate si rincorrono sopra grafici tridimensionali e quadrimensionali e altre diavolerie a effetto che non ho mai imparato e mai imparerò.
“È questo quello che ti aspettavi?”
«Ce lo fai vedere ancora una volta, pagliaccio?»
Mi chiede il ragazzino con i capelli intrecciati verso l’alto e gli occhi curiosi di un furetto di inizio ventunesimo secolo.
«Dai, andiamo via Sulk. Ci aspetta il convegno in diretta mondiale sulle nuove fonti di energia per il prossimo secolo…»
Scuoto la testa con divertita rassegnazione; ormai abbiamo consumato il sole. Mi chiedo quale sarà il prossimo astro a essere mangiato e faccio forza sul sottile bastone in titanio per rimettermi in piedi. Mi appoggio a un faggio finto ed estraggo cinque sfere di gomma con mani tremanti. Le faccio ruotare e saltellare con abilità consumata infrangendo le barriere del tempo. Sulk non perde un movimento con i suoi occhi da furetto, occhi che sprigionano l’unico elemento imbattuto dai rigori degli anni; lo stupore e la gioia delle anime innocenti.
Torno a sedere con il fiato corto; anche oggi, il futuro è dovuto scendere a patti con il passato.

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Definizioni da Clown

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L’uomo nano si aggira con aria sorniona tra le panchine del tendone. Il suo passatempo preferito è quello di attribuire nuove e diverse definizioni a quell’insieme di vocali e consonanti articolate che unite una ad una formano le parole.
«Buongiorno, miei cari amici. Ho lavorato così bene in questa giornata da trovare singolare ispirazione al sorgere delle prime luci della sera. Sono felice di trovarvi riuniti qui nel dopo spettacolo, voglio dividere con voi i miei pensieri.»
Guarda me, pagliaccio colorato, e il mio compagno di lavoro domatore di leoni. Siamo i suoi preferiti; l’uno abituato a stimolare emozioni con le risate del pubblico pagante, l’altro a strapparle con lo schiocco della frusta.
«“Amore”, miei cari amici. Ecco la parola che oggi ha trovato terreno fecondo nelle mie elucubrazioni mentali. Cosa è l’amore per voi?»
«Nano… stai chiedendo qualcosa che è molto personale. Ognuno vive l’amore a suo modo, e quasi sempre diverso.»
Ribatte il domatore di leoni, carezzandosi nervoso la barbetta ispida e scura come l’ebano di terre bruciate dal sole.
«E questo ti mette in difficoltà, domatore? tu così avvezzo ai pericoli, così temerario nell’addomesticare belve feroci da rinchiudere in gabbia? credevo non avessi timore di nulla. La mia teoria è che l’amore altro non è se non un gesto genuino e gentile, come due occhi di fanciulla che guardano con affetto una creatura ritenuta deforme, come me, ai più.»
«Dare una definizione all’amore impegnerebbe settimane, mesi e anni, amico nano. E ancora, probabilmente, non riusciresti a dare una definizione pienamente soddisfacente. Proprio perchè, per sua natura, l’amore è questo; l’indefinibile».
L’uomo nano, sempre a caccia di nuove sfide verbali, ascolta silente dal pagliaccio quell’insieme di vocali e consonanti articolate che unite una ad una formano le parole. Poi annuisce con aria compiaciuta e si allontana fischiettando in cerca di nuove sfide da sottoporre ai compagni di circo.

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Il Clown e l’invincibile nemico

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«Hai perso, clown. Non devi dispiacerti per questo. È un fatto, e lo devi accettare come tale. Semplicemente: hai perso.»
Lui è sicuro della propria forza, e non posso fargliene una colpa, non pecca di sicurezza. Ha dalla sua l’incontestabile ragione dei numeri; per quanto abbiano provato a superarlo, con la volontà o con l’inganno, non è mai servito a nulla. Lui vince. E non ho mai conosciuto persona in grado di negargli la vittoria. Sicuramente è uno dei nemici insuperabili.
«Potrei intrattenerti con un numero speciale, magari anche con un monologo. Potrei parlarti dell’umanità e di questo mondo. Ho letto e studiato a lungo, sai? finchè alla fine ho compreso che solo nell’ironia si può trovare la chiave per superare l’infinità delle domande. Sono sicuro che, con un po’ di impegno, riuscirei a strapparti qualche piccola risata. Magari anche un accenno di risata; è la mia specialità.»
Resta a fissarmi, quasi a valutare se io stesso credo in quello che affermo. Se io stesso credo veramente nella possibilità di sconfiggerlo. Immagino sia il suo divertimento più grande: trovare nei suoi avversari qualcuno che si ritenga abbastanza in gamba da opporre resistenza e, in un impeto di follia, abbastanza geniale da sperare in una illusoria vittoria.
«Ho attirato la tua attenzione? si? benissimo. Ora ascoltami bene: in realtà non ti invidio, la tua stessa esistenza è terribilmente noiosa, monotona, inutile. Hai il successo in tasca nel momento stesso in cui affronti un avversario. Io invece ho la creatività, la speranza, la competitività, ho la certezza che qualsiasi mia azione mi porterà a uno sbalorditivo risultato. Ecco perchè la mia è sempre, assoluta, amata, coccolata voglia di vita. Anche nella sconfitta più disastrosa è mille volte più saporita della tua vuota vittoria più grande. Addio. Vado a vivere.»
E lo abbandono nel luogo della sua caduta con questo inatteso estemporaneo epitaffio «Addio, ti lascio al tuo destino, crudele capello bianco.»

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Il saltimbanco e il Clown

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Se cercate un significato al suo ruolo vi imbatterete in due opposti:
Acrobata che dà prova della sua agilità in esibizioni circensi, in giochi spettacolari tenuti in occasione di feste o fiere paesane; funambolo.
Persona che svolge un’attività o esercita un’arte o una professione senza la dovuta serietà; ciarlatano.
Se fosse semplice capire dove finisce il cielo e iniziano le nuvole…
«Guarda, sta per saltare sopra la sua asse. Dove mai potrà arrivare? secondo te è davvero bravo come sembra oppure no?»
«Chi lo può dire… con quella camicia a scacchi, quelle bretelle così larghe a sorreggergli i pantaloni di quattro taglie più grandi, quel naso finto e i fiorellini dipinti sulla faccia…»
Loro sono perplessi. Il pubblico non sa mai bene da che parte stare. Non sa se lasciarsi avvolgere dal numero del saltimbanco, e dal suo collega pagliaccio che fa uscire coriandoli colorati dal cappello a tubo, o se scuotere il capo in segno di commiserazione. Esistesse il bianco e il nero soltanto, verità e bugia, realtà e sogno, luce e buio, felicità e tristezza, terra e cielo, forse, tutto sarebbe più semplice. Ma un cielo senza nuvole sarebbe un cielo piatto. Un quadro privo dei suoi colori.
«Certo che… sta saltando sempre più alto. Dove arriverà?»
«Credo che finirà per sfondare l’asse di legno, con quelle capriole infinite. Penso sia un numero concordato con il pagliaccio. Tra poco concluderà la sua esibizione… per forza.»
Gli sguardi saltano con il saltimbanco; da me a lui, da me a lui, da me a lui. Poi, con un nuovo balzo, il saltimbanco svanisce.
«Ehi! non è possibile! è sparito… è svanito nel nulla!»
Se cercate un significato al suo ruolo vi imbatterete in due opposti:
Acrobata che dà prova della sua agilità in esibizioni circensi, in giochi spettacolari tenuti in occasione di feste o fiere paesane; funambolo.
Persona che svolge un’attività o esercita un’arte o una professione senza la dovuta serietà; ciarlatano.
Se fosse semplice capire dove finisce il cielo e iniziano le nuvole….

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L’uomo perfetto e il Clown

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Il suo vestito ha le giuste pieghe, sembra appena uscito dalla sartoria, il suo cappello è bilanciato come il gallo di ferro sopra il tetto della casa di campagna; lui è l’uomo perfetto.
«Distribuisco volantini, clown. Quando la gente li riceve dalle mie mani è certa di riceverli dalle mani giuste. Il mio aspetto è la mia presentazione, il mio volto è un biglietto da visita.»
Il circo si trova nella esatta posizione descritta dai tagliandi promozionali che regala ai passanti. Non a un metro di più, non a un metro di meno. La superficie è rivestita dalla plastica, non si piegano e brillano sotto la luce del sole di mezzogiorno. Profuma di lavanderia e bucato pulito; lui è l’uomo perfetto.
«Dovresti imparare qualcosa da questo, clown. Le persone ti prestano ascolto per quello che vedono, e le persone si fermano all’apparenza perchè non hanno nè il tempo e neppure la voglia di scoprire altro. Potresti regalare i tuoi biglietti, ma loro sceglierebbero comunque di comprare i miei.»
Qualcuno si ferma all’altro angolo del marciapiede, qualche passante raccoglie i miei tagliandi di cartoncino leggero, li piega e li ripone nella tasca posteriore dei pantaloni. Tenendo tra le dita, con estrema cura, i suoi. Le parole che mi rivolse di primo mattino sono incise nella mia memoria. Sono parole d’effetto, parole che fanno pensare, che mirano a farti dubitare.
Sono parole di chi conosce solo il dolce calice della vittoria, di chi ha vinto con naturalezza innumerevoli battaglie. Ecco perchè quel domani in cui la sua plastica costerà troppo, in cui la sua lavanderia non accetterà più credito, in cui le persone non potranno più offrirgli la moneta che richiede, la sconfitta avrà un sapore velenosamente amaro. Quel domani, il tagliando brillante al sole di mezzogiorno, riposerà dimenticato sopra la scrivania di un bambino che non si potrà permettere lo spettacolo ma che non potrà dimenticarlo; lui è l’uomo perfetto.

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Chiuse da Clown

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«Anche per questa sera lo spettacolo è terminato, gentile pubblico. Lo so, forse vi attendevate un programma diverso. Qualcuno, tra di voi, sarà rimasto appagato. Ma qualcuno, tra di voi, sarà rimasto deluso. Fa parte del mestiere, il mestiere del pagliaccio, sapere che le ciambelle non escono sempre con il buco, rischiano di fare un grosso grosso booom: ah-ha!»
(risa)
«C’è del vero in questo, gentile pubblico. Si rischia di esplodere ogni volta che usciamo dalla porta di casa. Come un grosso palloncino pieno di aria, come quello che tu, si proprio tu che mi guardi, mettevi sulla sedia della vecchina maestra di scuola. Certo, il rumore non era esattamente dei migliori!»
(risa)
«Eppure, la vecchina maestra di scuola, ci ha insegnato tante cose. Ci ha insegnato a credere in noi stessi, a credere che ce la possiamo fare, a credere che, in fondo, non sarà un po’ di gas esploso da un grande sedere a farci cadere dalla sedia: ah-ha!»
(risa)
«Si, si! Ridete, fate passare delle emozioni positive e leggere sopra questo palco. Tornerete alle vostre case più sereni. Accenderete la luce, dietro a quella massiccia porta di ingresso, e vi lascerete cullare dal silenzio che vi accoglierà: chi non divide il proprio giaciglio con nessuno, chi lo divideva prima che lui o lei se ne andasse, chi lo divide ancora ma lui o lei non sono dell’umore giusto per salutare. Allora, in quel momento, ricorderete la vecchina maestra di scuola dal grande sedere, quella che vi ha insegnato a leggere, quella che vi ha insegnato a scrivere, quella che vi ha permesso di incidere i pensieri della vostra anima. Quella che vi ha insegnato a credere, prima di tutto, in voi stessi. Ecco, se ricorderete questo, se le parole di questo pagliaccio non si chiuderanno come le tende del palco, forse, oltre alla serenità riporterete a casa una nuova parte di voi stessi, gentile pubblico.»
(sipario).

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Clown tra i balocchi

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Come sono delicati quei capelli, sembrano fili di grano che pendono lisci come la seta, mossi da un vento colmo di sospiri.
Poggiano su spalle fragili e piccole, spalle di principessa.
Piedi leggeri dalla pelle candida e fresca scivolano come piume su tappeti soffici, un manto morbido d’erba artificiale si dispiega prolungandosi tra corridoi di cemento e tapezzeria. Conducono a un paese costruito da mani di bimba, un paese abitato da bambole, trenini e uccelli colorati; un paese di balocchi.
Tra loro il pupazzo del pagliaccio attende paziente il turno che verrà.
Intorno le luci si fanno fioche e accolgono il sopraggiungere della sera. Il giorno ha accumulato suoni e rumori, il giorno ha accumulato tristezze e rancori. La principessa si muove per la casa con cuore sereno, cuore piccino, cuore di bambino. Il mondo dei grandi, rimasto fuori nel giorno assassino, si ritira prolungando le ombre, trascinando i fili del destino. Il mondo dei grandi è distratto, è distante seppur vicino, è isolato come la cima di una montagna spoglia sotto le folgori del temporale. Ma durante la tempesta le principesse non dovrebbero stare fuori, durante la bufera non dovrebbero rimanere sotto alberi secchi, in balìa dei capricci della notte, della grandine meschina. Le urla dell’uragano attraversano i corridoi di cemento e tapezzeria, scompigliano i capelli delicati come fili di grano, i piedi leggeri dalla pelle candida e fresca scivolano come piume su tappeti soffici, corrono al paese costruito da mani di bimba, il paese abitato da bambole, trenini e uccelli colorati; il paese di balocchi. Fuggita dal mondo dei grandi cerca rifugio nel suo regno, lasciandosi alle spalle, fragili e piccole, spalle di principessa, le ombre lunghe, i suoni e i rumori, le tristezze e i rancori, la montagna spoglia. Cercando tra i balocchi l’abbraccio e il calore, cercando dei piccoli spicchi di cuore.
Tra loro il pupazzo del pagliaccio attende paziente il turno che verrà.

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Colloqui da Clown

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«Abbiamo molti progetti per te, amico mio. Lo spettacolo principale aprirà la strada al tuo numero, che sarà collocato esattamente nel mezzo dei due atti. Prima del numero del mago e subito dopo il numero degli elefanti ballerini. Vedrai, amico mio, ti troverai a tuo agio nel Circus Excelsior! nessuno potrebbe offrirti una opportunità migliore di crescere artisticamente. Sai qual’è il nostro motto, amico mio? “il tuo domani è già oggi!”».
Mostra i denti e una ferita a mezza luna si dipinge tra le mascelle squadrate. Mi abbagliano e sono irrimediabilmente fasulli. Come falso è il suo colore dei capelli, falso è il pubblico che assiste alle prove e punta i suoi fanali dal tuo capo ai tuoi piedi. False sono le scenografie ricostruite in puro stile hollywoodiano. Falsa è l’amicizia che offre al primo venuto. Se la falsità fosse oceano starei già annegando dentro i suoi capi firmati dai più grandi stilisti italiani (naturalmente falsi).
Il mio secondo colloquio della giornata mi spinge in periferia, tra tendoni rattoppati e circensi che si asciugano vero sudore dalla fronte. In mezzo a campi dall’erba calpestata e schiacciata da vere zampe di elefante. Dentro un telo che ha per cappello una targa scolorita, che si staglia con orgogliosa decenza sfidando i rigori del tempo e della polvere.

«Non posso prometterti grandi cose, sono abituato a costruire il futuro del mio circo giorno per giorno. A volte passiamo momenti luminosi, altri più bui. Ma siamo una grande famiglia, e se vuoi un posto al nostro tavolo posso offrirti la possibilità di guadagnarlo.»
I suoi capelli sono sale e pepe (più sale che pepe), e i denti non abbagliano pur nel loro sincero decoro. Ha spalle curve, piegate dal peso della fatica e dalla lotta degli anni, la fronte è un percorso stradale pieno di solchi e di curve, ma non lo nasconde affatto. È onestà principalmente, merce rara e da salvaguardare. Ho solo tre parole e un punto di domanda.
«Quando possiamo cominciare?»

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Clown che continuano a sognare

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Lasciatemi sognare. Lo so sto dormendo da molto tempo, questa stanza avrebbe bisogno di essere arieggiata, questa cappa d’ombre dovrebbe conoscere più luce, ma per adesso lasciate sognare questo pagliaccio strambo e spiegazzato.
Sento il bisogno di tenere gli occhi chiusi, di correre incontro al silenzio, di immaginare un mondo pieno di colori, di persone sorridenti, di bambini felici. Sento che da qualche parte qui intorno il vento è caldo e le mie scarpe sono consumate nel modo giusto: non da una parte e non dall’altra, semplicemente da una parte uguale.
Lasciatemi sognare. Lo so sto dormendo da molto tempo, questa stanza avrebbe bisogno di essere arieggiata, questa cappa d’ombre dovrebbe conoscere più luce, ma per adesso lasciate sognare questo pagliaccio strambo e spiegazzato.
Sento la necessità di veder crescere i fiori, di calpestare prati che siano circondati dal grano, di annusare il verde vivo che vuole ancora crescere e non si arrende. Sento che da qualche parte qui intorno c’è un’isola che raccoglie i naufraghi e gli animali e le braccia mi ci hanno portato nel modo corretto: non piegato da una parte o dall’altra, essenzialmente da una parte uguale.
Lasciatemi sognare. Lo so sto dormendo da molto tempo, questa stanza avrebbe bisogno di essere arieggiata, questa cappa d’ombre dovrebbe conoscere più luce, ma per adesso lasciate sognare questo pagliaccio strambo e spiegazzato.
Lasciatemi sognare.

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Sfide da Clown

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Sono passati anche di qui, alla fine. Sapevo che sarebbe successo. Lo sapevo io e lo sapevano quei bambini che ci giocavano la settimana scorsa. Lo sapevano le loro madri che passeggiavano calpestandolo con le loro scarpe dai tacchi bassi.
«Sei grigio, non hai la mia simpatia. Io amo i colori. Trovo le cose grigie deprimenti. Colpa tua non è, eppure sei lì. Disteso e placido. Senza alcun grillo per la testa, senza alcun grillo che ti salti sopra. Sei lì, disteso e placido.»
C’erano le viole, c’erano anche le margherite, i papaveri e i fiordalisi. Un festival dei profumi e delle tinte. Ogni zolla presentava un ospite diverso, che piegava la testa al vento, salutava il vicino con un inchino, con gentilezza ed educazione.
«Li vedi? ti guardano con sospetto. Gli anziani sono diffidenti, attendono che faccia sera prima di incrociarti. Sei terribilmente caldo in estate, atrocemente freddo in inverno. Qui, se dovessero cadere, si farebbero molto male. Alcuni si rialzerebbero a fatica, altri non si rialzerebbero nemmeno.»
Un pagliaccio tende a chiamare per nome i piccoli amici, perchè all’amicizia attribuisce un valore che gli uomini saggi hanno dimenticato. Ora quegli amici non esistono più. Sono stati estirpati. Il campo verde è svanito nel nulla. Rimane soltanto un clown dai vestiti buffi e dai fiori finti, quelli veri durano poco e non è il soffio del vento a portarseli via.
«Che cosa provi veramente sotto quella coltre così apatica, asfalto? sei in grado di provare qualcosa? o sei soltanto un guscio vuoto frutto della mistura di un alchimista pazzo? provi il brivido della brina al mattino e della pioggia che…»
Lo vedo e mi blocca le parole disturbate, una sottile felicità attraversa la mia fronte bianca del trucco di camerino. Per quanto sia impossibile, lui è rimasto. Orgoglioso, leggero, liscio, così coraggioso da sfidare la fine, lui è rimasto; un filo d’erba.

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