Una scommessa per Cora

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Nella maggior parte delle occasioni, non ho mai amato scommettere e ancor meno assistere a chi ci prova. La maggior parte però, come norma, è diverso da sempre. È stato nel giorno del quasi che mi è capitato di conoscere Fausto. Un gruppetto di amici me lo ha portato alla hall dell’albergo. Goffo dentro il suo vestito elegante, e rosso come un pomodoro in viso, aveva tutto per potersi definire un bel ragazzo. I capelli di un biondo vicino al grano dei campi, erano ornamento a un paio di occhi celeste cielo, sopra un viso dai lineamenti squadrati e dolci, in un corpo asciutto e di media statura. Tra le risatine degli accompagnatori ho voluto accertarmi dell’età sulla carta d’identità. Sembrava in piena regola, per trascorrere una serata con me. Lo avrebbero recuperato alle sei del mattino. Fino ad allora, ci offrivano una cena in un ristorante a quattro stelle, Il borghese gentiluomo di Moliere a teatro e il resto della notte sopra il mio letto. Fausto guardava spesso indietro, come un animale in gabbia, con un comportamento diverso dalla sola timidezza, si aggiustava nervosamente il colletto della camicia e si allentava la cravatta.
«Ti prego… io non…» disse, senza riuscire a completare la frase, dopo aver bagnato di sudore le lenzuola. Aveva l’espressione di chi è smarrito e terrorizzato al tempo stesso.
«Hai già provato, vero?» chiedo con cautela.
«Sì, ma loro insistono. Non volevo deludere Pietro».
«È lui quello che ti piace, del gruppo?».
«Farei qualsiasi cosa, per lui. Ma…»
«Ma non puoi fare questo» concludo io.
Passa il resto della notte abbracciato a me, tra singhiozzi e lacrime. Puntuali, alle sei, vengono a riprenderselo. Lo vedo camminare di fianco a Pietro e mi chiedo per quanto ancora proverà a vivere la vita di un altro.
Non ho mai amato scommettere e ancor meno assistere a chi ci prova.
Evito le scommesse, nella maggior parte delle mie giornate da escort.

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Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2016. Tutti i diritti riservati.
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Nella ideale parte di Cora ho scelto dal 2011 Jennifer Love Hewitt.

Cora e la concorrenza

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Lei è bella. Parecchio. E non mi vergogno ad ammetterlo. Mi rode anche? Un po’ sì: sarebbe da sceme fingere il contrario. Del resto, da quando è nato il commercio, si è sempre dovuto fare i conti con le novità del settore. Nuovi accessori, design accurato e linea più aggressiva, prestazioni di maggior durata grazie a un tasso tecnico studiato a tavolino.
«Ciao zia, ti auguro una buona giornata.» Geliya, rosa dell’est, si diverte anche a sfottere, guardandomi i seni da una dozzina di centimetri più in alto: i suoi, traboccanti e in aperta sfida alle leggi di gravità, sono motivo di vanto.
Le alzo il dito medio. Ha solo vent’anni, gli stessi che avevo io quando ho cominciato.
Cambio spesso albergo, per non lasciare punti di riferimento alla clientela troppo invadente, ma ogni angolo di città è pieno zeppo di altre giovanissime Geliya. Naturalmente, nella mia zona, è lei quella dal fisico più sfolgorante, ma nemmeno le altre scherzano. Le colleghe del giro stanno mollando poco a poco. Qualcuna ha deciso di trasferirsi altrove, qualcuna di anticipare la pensione alla soglia dei trent’anni, qualcuna di provare a sistemarsi sposandosi un cliente. Geliya me la ritrovo persino dentro gli spogliatoi della palestra. Vuol farmi sentire surclassata. Ho visto top model orribili, al suo confronto. Una sera, dentro la camera dell’hotel, mentre ammazzo la noia sfogliando una rivista in poltrona, bussa alla porta Dario; un tizio soffiatomi, tra i tanti, da lei. È agitatissimo, grondante di sudore.
«È successa una cosa a Geliya» dice, fissandomi i seni e gesticolando.
Aspira l’aria e gonfia le guance, poi soffia fuori tutto, come un palloncino che si buca all’improvviso.
«Il silicone ha fatto puff
Dario asserisce con gli occhi spalancati.
Butto fuori la testa dalla stanza; il corridoio è un lamento unico. Confondo la voce di Geliya con la sirena dell’ambulanza.
La rosa dell’est diventa un ricordo sgradito di cui pochi favellano. Diventa l’ennesima barzelletta sul silicone. Me le sistemo meglio dentro il wonderbra e giuro a me stessa di utilizzare, come unica plastica, quella della minerale.

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Cora e la moglie di

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Apro la porta e la ricevo. Mi è già capitato, in precedenza, di fare sesso con un’altra donna. Rappresentano una minoranza della mia clientela, ma sono molte di più di quante si potrebbe pensare. Lei è elegante, sa di pulito e profuma di buono. Sfoggia un caschetto nero tinto che le dona, in sintonia con lo smalto delle unghie. È fine anche nel gesto di sbottonarsi la camicetta di seta scura. Ha occhi grandi e smarriti. Le sue mani scorrono cieche su di me, indecise nel percorso da scegliere: è una dominatrice goffa. Sopra il letto comincio a lavorare sul serio, facendo bene attenzione a non impormi. Vuole l’illusione di essere lei a guidare il gioco e ho il compito di soddisfare le inclinazioni. Mi sprona a dare tutto, anche quando resta a corto di fiato. Anche quando la logica le imporrebbe di fermarsi. Trascorriamo un intero pomeriggio così, dimenticando le soste e i tempi persi.
«Tu non sei lesbica.» Affermo, con le prime ombre della sera alla finestra.
«Come?»
«Lascia stare» la interrompo «era soltanto un’osservazione frutto della curiosità femminile».
Lei tace, poi riprende sospirando a fondo. «Vuoi sapere perchè?»
«Non è necessario: mi paghi per fare e stop».
«Ma io devo dirtelo: mi hai salvata dal divorzio».
La guardo incredula, mentre riprende a parlare.
«Sono la moglie di… forse non conosci neppure il suo vero per nome. Mio marito è tuo cliente da quando hai iniziato. Tra noi era finito tutto. Ma io lo amavo. Lo amo ancora, anche così, da morire. Se resta con me, lo devo solo a te».
Si riveste languida, lascia la busta sul mobile e uno sguardo macchiato di tristezza e consapevolezza. Esce dalla porta della camera d’albergo, per la prima e ultima volta. La moglie di.

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Cora e il caldo

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Ho caldo. Sembra impossibile dover sopportare un simile calore dentro una camera d’albergo, eppure è così: l’aria condizionata non funziona. E, nonostante i miei reclami, la portineria non riesce a risolvere il problema. Risultato: ho disdetto gli appuntamenti della giornata, smenandoci un discreto pacchetto di soldi. Me ne sto a (s)bollire seduta sopra lenzuola di lino con l’acconciatura distrutta, il trucco sfatto, e il secondo ghiacciolo tra le labbra nel giro di quindici minuti. Unica consolazione: il tizio della hall sta sudando più di me; alla seconda telefonata ha iniziato a balbettare una valanga di scuse di circostanza, proponendomi uno sconto da capogiro per la prossima prenotazione. Alla terza telefonata non riusciva nemmeno più a mettere insieme le frasi per comporre un singolo discorso – troppo occupato a salvaguardarsi i timpani delle orecchie dalle mie scariche sonore -. Alla quarta telefonata è passato direttamente al silenzio; bastavo io a parlare per entrambi. Continuo ad avere caldo. Anche il servizio taxi è al collasso. Il centralino si è offerto di mandarmi una seconda vettura, visto che la prima è dispersa in mezzo alla colonna del mezzogiorno. Sto portando alle labbra il mio terzo ghiacciolo. Dopo arancio e menta è la volta del limone. Mi auguro soltanto di non dover arrivare alla fragola, o sbrocco. Squilla il cellulare. Finalmente, penso ingenuamente. Ma, dall’altra parte del ricevitore, c’è soltanto la voce dell’unico cliente che non ha capito il significato di annullare un appuntamento. Sale. Si spoglia. È felice. Ed è già in mutande. Mi avvicino – lui inconcepibilmente attratto dal mio aspetto distrutto -, porto una mano dietro il suo collo e lo attiro a me. Apro le sue mutande con la mano libera. Lui impallidisce. Mi prendo la borsa e inforco la porta: il ghiacciolo alla fragola ha trovato terreno migliore delle mie labbra senza rossetto.
Per un istante smetto persino di sudare.

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Cora e il passato

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«Ma sei davvero tu? Quasi non ti riconoscevo. Incredibile.»
Scherza. La cosa è reciproca, ma la mia non sarebbe una battuta. Mi limito ad ammiccare con gli occhi mentre guardo il passeggino.
Chissà da dove è saltato fuori Francesco. Lo avevo lasciato sopra i banchi di scuola, dieci anni fa. Sepolto da una coltre di libri, da interrogazioni finite quasi sempre male per me, da professori già impegnati a fissarmi di sottecchi porzioni di carne nuda, da professoresse troppo intente a combattere contro le loro nevrosi sessuali, da teorie piene di fumo e pronte a essere dissipate dai rigori della vita.
Francesco che non ha mai avuto il coraggio.
«Sono anni che non ci vedevamo, in fondo. È tuo figlio?»
«Sì. Ha trenta giorni. Vittorio mi ha riempito le giornate.»
«Sapevo che eri diventato papà. Quindi è il tuo secondo?»
«Oh no. Lui è il quinto. Prima c’è stata Maria; adesso va per i cinque anni. Poi è stata la volta di Pietro; tre anni. Quindi sono arrivate Giovanna ed Erika, le gemelline; ne compiono due la settimana prossima. E ora siamo qui con Vittorio. Tu invece, sei sposata o… ?»
«O. Non sono mai stata tagliata per il matrimonio, io.»
E neppure per accudire cinque figli. Penso un po’ scossa.
«Sul serio sono passati tutti questi anni? Tu sembri uscita ieri dalla maturità.»
«Bugiardo. Dovresti vedermi la mattina con il trucco da rifare. Forse mi scambieresti per la zia di quella Bianca.»
Poi il cellulare lo salva. Credo si tratti della moglie alla ricerca della cavalleria prima di soccombere sotto quattro pargoli.
«Sarebbe bello ritrovarci ancora per una cena… poi potrei farti vedere dove…» il traffico del centro inghiotte le sue ultime parole. Chissà da dove è saltato fuori Francesco. Lo avevo lasciato sopra i banchi di scuola. Sepolto da una coltre di libri, da interrogazioni finite quasi sempre male per me, da professori già impegnati a fissarmi di sottecchi porzioni di carne nuda.
Francesco che non ha mai avuto il coraggio.

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Cora e Peppino

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Peppino abita nel palazzo di fronte e non esce mai di casa. Peppino sta spesso alla finestra e guarda verso la mia: Peppino raramente esce sul terrazzo accanto alla finestra. Ma qualsiasi cosa faccia, se è sveglio, Peppino guarda verso il mio appartamento che si trova di fronte al suo. Credo abbia sui quarant’anni, ma è difficile capirlo; anche per me che dovrei conoscere gli uomini piuttosto a fondo. Quello che so per certo è che Peppino non sorride mai. All’inizio, quando la famiglia venne ad abitarmi di fronte, compresi subito quale fosse il suo genere di problema; è stato sufficiente vedergli quel volto grosso e circolare da dietro un vetro. Nella mia camera sono passati ormai uomini di ogni sorta; politici, impiegati, manager, studenti, turisti. Ognuno con il suo carico di vita sopra le spalle; a volte un fardello leggero, altre un po’ più pesante. Però, sempre, nella mia camera trovavano qualcosa che non riuscivano a recuperare altrove; allegria e leggerezza. Quello che nella camera di Peppino non ho mai scorto neppure di striscio. Ecco perché decido di farlo; scosto le tende, quelle sempre chiuse quando mi spoglio, e lascio che Peppino mi veda bene mentre lo sto osservando. Ci separano pochi metri di uno stretto vicolo, sembra il muro opposto di una stessa stanza. Tengo i tacchi affinché il mio corpo superi lo stipite della finestra. Gli mostro la schiena nuda sfilandomi la shirt e sento i suoi occhi incollati come non mai sopra la mia pelle. Sfilo la mini e lascio che il suo sguardo corra lungo i solchi del mio fondoschiena. Quindi tocca alla sola cosa rimasta sopra il mio corpo; mi curvo e piego le gambe, anche gli slip finiscono sul pavimento. Poi, lentamente, riduco gli occhi a due sensuali fessure e mi volto; Peppino, applaude, per la prima volta sorride. Questione di minuti; la buon costume tuona alla porta.
Peppino abita nel palazzo di fronte e non esce mai di casa. Ma qualsiasi cosa faccia, se è sveglio, Peppino guarda verso il mio appartamento che si trova di fronte al suo.

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Cora e l’amore

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Può una donna che fa il mestiere concedersi il lusso di innamorarsi? Me lo sono domandata a lungo. Tanti i contro, e pochi i pro. Ma, del resto, se non fossi una abitué delle statistiche sfavorevoli probabilmente mi sarei già cercata un tranquillo e anonimo posto da ragioniera dentro qualche banca.
Così, semplicemente, me ne frego delle percentuali e della matematica e vado a prendere il mio ragazzo fuori dall’ufficio.
Robert lavora presso una multinazionale, è un top manager, o qualcosa del genere. Oltre a uno stipendio – di quelli a diversi zeri – si prende anche dei profitti sulle vendite e, per quanto ne so, la sua famiglia ha sempre navigato in acque generose. Come ho fatto a conquistare il giovane rampollo che si sogna la maggior parte delle donne? Beh, non credo sia necessario entrare nei dettagli. La cabriolet gialla che mi ha regalato per il mio compleanno fa girare la testa alle ragazze sui marciapiedi, mentre i ragazzi strabuzzano gli occhi e diventano pallidi. Sto muovendomi dentro a qualcosa molto più grande di me? Forse, ma non sono ancora troppo cresciuta per bloccarmi di fronte ai rischi; preferisco viverli giorno per giorno. Prima di scendere piego lo specchietto retrovisore; il rossetto alla fragola è il preferito di Robert, però ho fatto una piccola variante con la cannella – mai essere troppo prevedibili con gli uomini -. I tacchi alti accalappiano i primi impiegati che lasciano il palazzo: mi piego leggermente sollevando all’indietro una gamba e fingendo di sistemare una scarpa; credo di averli pietrificati. L’attesa non è lunga, anzi, lui esce in anticipo rispetto a quanto mi aspettavo e, sorpresa; qualcuna lo stava aspettando. Lei è bionda, sul burroso, con qualche centimetro più di me. Basta uno sguardo; non so chi sia… ma ne riconosco il mestiere. Partono insieme sopra la sua Ferrari. Resto a osservarli per qualche minuto, mentre svaniscono dietro l’orizzonte, e tutto mi sembra già dannatamente distante. Quindi risalgo in auto soffocando una lacrima assurda che rischia di rovinarmi il trucco; forse è stata colpa della cannella.

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Cora e la divisa

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Il fascino della divisa è sempre qualcosa di particolare, agli occhi di una donna. Perlomeno così è per i miei occhi, pur sapendo di essere un tipo di donna particolare. Quando lo vedo avvicinarsi dallo specchietto retrovisore, con un atteggiamento autoritario che non lascia spazio alla fantasia delle intenzioni, mi chiedo subito se non sia stato un errore provare un giro sulla quattro ruote di uno dei miei più facoltosi clienti. Del resto era lì, sembrava attendesse soltanto me; nuova e fiammante, agile e scattante: la cabriolet di grossa cilindrata offriva una linea felina, più adatta alla sinuosità femminile che non alla mano maschile del suo proprietario. L’uomo in divisa era nascosto dalle ombre del ponte sulla statale. Forse anche lui stava aspettando me. Accosto sulla corsia di emergenza, mentre il mio inseguitore scende dalla moto e si fa avanti con baldanza.
«Favorisca patente e libretto di circolazione.»
«Andavo troppo forte, agente? sa, devo ancora abituarmi…»
rispondo con voce roca e sensuale, ammiccando libertina. È giovane. Credo persino troppo per girare da solo su queste strade. Non si sa mai in quale guaio ti potresti imbattere.
«…Uhm… era di diversi chilometri sopra il limite di velocità.»
«Davvero? non me ne sono accorta… sa, a volte sono così distratta. Per fortuna ci siete voi a ricordarci le regole, agente.»
Il suo imbarazzo è palpabile, lo si nota alla distanza. Persino dietro le lenti scure con cui prova a mascherarlo. Ma il fascino della divisa è troppo forte. Sfodero le mie armi; dopo la voce tocca alle gambe nude. Casualmente la striminzita mini è risalita oltre il lecito. Il blocco delle contravvenzioni e la penna sono così piccoli al confronto di un generoso spacco…
Lui resiste per qualche altro minuto, prima di sciogliersi come un gelato al sole. Alla fine me la cavo con un piccolo ritardo sulla tabella di marcia. E con un altro scalpo alla mia cintura. Chioma rossa contro giacca blu 1-0; il fascino della divisa è secondo solo a quello di una donna che conosce il proprio.

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Cora e l’ottuso

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«Sono sicuro che saremmo una bella coppia, io e te.»
Afferma l’ottuso. Fa parte di una categoria di uomini volutamente sorda; di quelli straordinariamente bravi a capire soltanto quello che gli ormoni trasmettono loro. Ho provato con una negazione educata ma ferma, ottenendo di trovarmelo sotto casa già a partire dal giorno seguente. Ho provato con una negazione fredda e minacciosa, per poi notarlo a seguirmi lungo la strada mentre cerca di invitarmi a cena. Ho provato a sbattergli davanti al muso la mia “metà oscura”, solo per scoprire di essermi imbattuta nell’unico uomo mai conosciuto in grado di accettarla senza quasi battere ciglio. E, onestamente, quando l’ottuso mi si presenta ancora davanti con una affermazione degna dei migliori film rosa di serie b, mi cascano del tutto le braccia.
«Senti… con te non ci sono parole che servano, vero? Cosa devo fare per farti girare al largo dalla mia vita una volta per tutte?»
Gli chiedo con un misto di esasperazione e insofferenza allo stato puro. Lui ammicca e mi rivolge un sorriso plastico capace di mostrarmi il discreto lavoro del suo dentista. «Un drink, dammi l’occasione per un solo drink insieme… giusto il tempo per presentarti la parte migliore di me!» E, per un attimo, il mio istinto materno, verso un uomo che dimostra di non essere mai maturato, pare voler prendere il sopravvento. Finchè lui non allunga le mani, e anche la minima possibilità appare un remoto miraggio dentro il deserto della sua inettitudine.
«Vuoi un drink con me? Va bene. Scelgo io il locale. Andiamo.»
Lo immagino a suo agio, con il bel vestito intero in cotone filo di Scozia e la camicia bianca in pizzo, mentre starà declinando gli inviti. Prima di uscire dalla porta di servizio ho visto che ne aveva quattro intorno, e l’attenzione di tutti i presenti si stava focalizzando su di lui. Mi chiedo se l’ottuso finirà per comprendere qualcosa o se gli si pareranno davanti nuovi orizzonti: fa sempre comodo avere degli amici che gestiscono un locale per i gay.

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Cora e il cowboy

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Ci sono persone che amano assumere ruoli diversi rispetto a quelli che la società impone loro. Alcuni sono timidi e giocano a fare gli audaci, altri sono senza il becco di un quattrino e si atteggiano come se avessero capitali messi da parte, altri ancora preferiscono sfuggire all’etichetta e comportarsi in modo rozzo e selvaggio. I cowboys, nel selvaggio west, altro non erano che mandriani e bovari. Ma avevano il loro fascino; come molti appassionati di rodei, cavalli e vita all’aria aperta, oggi ben sanno. Lo ripeto a me stessa, mentre mi preparo a mangiare un hamburger, a bere della birra ricca di schiuma e ad aspettare che Salvatore scenda dal piedistallo per consumare il pranzo insieme a me. Ogni cliente ha le sue fisime; questo si crede un mancato “ragazzo delle mucche” di altri tempi e si concia come tale: cappello a falda larga, stivali alti con la punta di metallo e speroni, pantaloni stretti e fasciati da ragazzino del liceo che faticano a contenere la sua strabordante cellulite. Salvatore non smette di parlare; esalta i cavalli e tutto quello facente parte del modello di vita in cui si cala nei suoi momenti liberi. So di dover portare pazienza con lui ma, essendo il pranzo al ranch la “coda” di una mezza giornata di “lavoro” ormai conclusa e incassata, inizio a sentirmi stretta nei panni della ragazza texana agghindata come una cavallerizza.
«Ma non mi avevi detto che tua moglie è una tipa piuttosto bassina, bionda ossigenata, con il naso a patata e un paio di occhiali tondi e piccoli di colore azzurro fluorescente?»
«Si… ma perchè me la menzioni adesso, Cora?»
«Perchè una donna corrispondente a queste caratteristiche si è fatta viva al bancone esterno mentre tu eri dentro il bagno.»
Se almeno Salvatore smettesse di parlare, parlare, parlare non dovrei ricorrere alle confidenze condivise sulla descrizione della arcigna mogliettina. Ho giusto il tempo di finire tranquillamente il gustoso hamburger, mentre lui corre a nascondere il suo pick up, agli occhi di una donna probabilmente ignara e dalla parte opposta della città.

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Cora improvvisa

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A volte organizzare la giornata non è affatto semplice. A maggior ragione quando una persona conduce quella che possiamo definire una “doppia esistenza”. Le cose diventano ulteriormente complicate quando la persona che ospiti, nella camera di albergo dove eserciti una professione molto particolare, deve fare i conti con una propria serie di problemi.
«Sei un tesoro di amica, Cora. Non so come potrò sdebitarmi di tutto quello che stai facendo per me ospitandomi…»…ma… perchè c’è sempre un “ma” in frasi come quelle con cui Penelope, ragazza da poco sfrattata a causa della mia stessa “professione”, cerca di addolcire la pillola oltremodo «… dovrei chiederti un favore, un favorissimo, molto molto grosso.»
Scopro però che Penelope non mi ha mai rivelato tutta la verità. E lo capisco a fatto compiuto: tenendo tra le braccia un pargoletto che le somiglia parecchio. Accade talmente in fretta da farmi scordare l’appuntamento segnato sull’agenda. Così, quando me ne ricordo, Penelope è lontana e ormai il cliente è giunto davanti alla porta della camera. Troppo tardi per cambiarmi d’abito, troppo per togliermi di dosso l’odore di omogenizzati, di borotalco e di insostituibile innocenza. Dovrò improvvisare.
«Cora… ti stai nascondendo? mmm… sai quanto mi piace quando ti inventi qualcosa delle tue. Ora sto per venirti a cercare… facciamo che io sono il lupo cattivo e tu cappuccetto rosso? sì dai, bella ragazza. Sono talmente stufo di raccontare favole che non vedo l’ora di viverne una con te adesso! sapessi… finalmente lontano dai due gemelli neonati che ho a casa e dall’isterismo di mia moglie ormai… eh?… ma cosa?…»
Rapida, con una insostituibile faccia di bronzo, faccio in modo di fargli trovare in braccio il figlio di Penelope «beh? cosa sarebbe quella faccia, bello? si chiama “terapia d’urto”: non la abbiamo mai provata ma c’è sempre una prima volta, giusto?
io, intanto, mi cambio e visto che ci sei e data la tua pratica, ti spiacerebbe cambiare anche il pupo? grazie, sei un tesoro.»

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