Fede • atto 7di17

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Si stava avvicinando il natale a grandi passi, anche quell’anno. Da quando era rimasta sola, avvertiva un sapore diverso nella festività più importante dei credenti. Non che prima lo sentisse particolarmente vicino, in fondo non era lei la più cattolica della famiglia, ma la madre Dafnia. La madre che aveva il compito di tenere accesa la fiamma del focolare domestico, in assenza del padre e del fratello. Il primo sempre occupato da turni di lavoro massacranti, il secondo perso nel fiume cieco e paludoso della tossicodipendenza. Eppure, nonostante le preoccupazioni quotidiane, Dafnia cercava di mantenere vivo il senso della religiosità cattolico romana (in sparuta minoranza con i cristiani ortodossi greci). Ed era molto legata a Padre Samuele. Seguiva con continuità e passione le funzioni domenicali, portandosi al seguito la piccola Federica.
In inverno, il premio della bambina consisteva in una calda cioccolata con panna, subito dopo la messa. E nelle stagioni più calde la cioccolata lasciava posto all’acqua e menta.
Antichi particolari, piacevoli ricordi che le alleggerivano il cuore; sono le cose più piccole a formare i minuscoli pezzi del mosaico che formano le persone. Per natale si fermavano entrambe da Padre Samuele, aiutandolo a preparare la cena per i più sfortunati ed i meno abbienti.
Dopotutto, il loro focolare domestico era vuoto.
Fede credeva. A modo suo.
Era convinta che ci fosse qualcuno, o qualcosa, più in alto degli uomini.
Ma, che fosse il Dio dei cristiani, era un’ipotesi come le altre. Nemmeno la più accreditata. Però credeva; di sicuro negli uomini, nella loro capacità e volontà di superare le avversità. E lei stessa ne era un esempio lampante.
«Federica….»
Chiamò la voce alle sue spalle, interrompendo le sue distratte meditazioni sul passato. Gli occhi intenti ad osservare un punto indefinito oltre i vetri lavorati della canonica che davano sulla via principale di Volo. Era trascorsa un’ora abbondante da quando il prete si era appartato con l’uomo condotto sin lì da lei stessa.
«Padre… è riuscito davvero a comprendere la sua lingua?»
Chiese la giovane greca. L’espressione del religioso sembrava un miscuglio di sorpresa e scoperta.
«Si… le poche frasi che ha pronunciato appena entrato mi ricordavano qualcosa… e non avevo torto, pare.»
«Speravo potesse capirlo… ricordo che mia madre la reputava un esperto linguista, anche per questo ho pensato di condurlo qui….»
«Vero… Dafnia, una credente straordinaria… » Mormorò quasi tra sè, interrompendo però subito il filo dei ricordi come disturbato dal presente «Ma non conosco solo le lingue contemporanee.. in verità ho studiato molto le lingue antiche, le lingue sacre… Vedi, Federica, l’uomo che hai condotto qui, parla l’aramaico: la lingua di Nostro Signore Gesù Cristo!»
Calò di colpo un silenzio improvviso che parve durare in eterno.
Il natale si avvicinava a grandi passi, quell’anno……..

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Fede • atto 6di17

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Lui c’era.
C’era quando Federica Carrasco veniva assalita dai due spaventapasseri dai denti aguzzi, che desideravano strapparle il pastrano di dosso per rivenderlo, o forse per dividerselo e sfuggire alla morsa del gelo di Volo.
C’era quando Federica Carrasco, seguendo lo sguardo di quello che le puntava una lama acuminata al ventre, scorgeva il globo luminoso che solcava la notte, illuminandola di un bagliore che ricordava quello di una stella cadente a portata di mano (anche se stella non era). C’era quando la ragazza greca, mezzosangue italiana, decideva di scoprire cosa avesse messo in fuga coloro che l’avevano messa con le spalle al muro, addentrandosi tra vicoli oscuri e decadenti. C’era anche quando lei raggiungeva l’uomo, ed assisteva al loro singolare incontro privo di dialogo ma con qualche porzione di monologo. E c’era quando Nelson, uno dei bastardi più grossi che avesse mai visto, anzichè scodinzolare all’indirizzo dell’amica, se ne stava immobile. Guardingo. Sospettoso. Pronto a compiere un balzo feroce, a strappare carni, a mostrare cosa potesse fare una belva. Finchè venne richiamato da una voce stridula e distante, il suono grinzoso che provocava la gola della vecchia; la gola della sua padrona che lo faceva tornare verso casa (non senza lanciare un’ultima occhiata lugubre e ferrea al fagotto sotto la coperta). Nulla di strano, in fondo. I cani sono diffidenti, spesso, per natura verso gli estranei.

«Si….? Chi mi cerca…?»
Esclamò dietro un paio di occhialini tondi mentre serrava gli occhi per abituarsi alla notte esterna. Padre Samuele era un prete di corporatura tozza e sulla cinquantina passata da un bel pezzo. Si appoggiò allo stipite della porta della curia cercando, nel contempo, di focalizzare chi avesse di fronte «Federica, Oh Santo Cielo, ragazza mia! Che cosa fai in ancora in giro a quest’ora con la temperatura che c’è stanotte? Entra…. gelerai, entra!»
La invitò, accorgendosi in un secondo momento dell’uomo, avvolto nella coperta, che la giovane sorreggeva.
«Scusatemi, Padre Samuele… non sapevo dove altro andare… Forse lei ci può aiutare…»
Azzardò con un tono misto di speranza e vergogna. Non essendo una credente convinta e praticante, ricorrere all’aiuto della Chiesa la metteva a disagio.
Era però una ragazza pratica e priva di fronzoli. Vivere per strada non ti mette nelle condizioni di permettere ad una bolsa morale di guidare le tue azioni. E, come le aveva insegnato la madre, occorreva trovarsi una ‘garanzia’ con gli imprevisti: la parrocchia rappresentava una ponderata ‘garanzia’.
«Ma certo, Federica… entrate. Di qualsiasi cosa si tratti la affronteremo insieme, non preoccuparti…»
Le rispose il prete, allungando una mano verso l’uomo, per sollevarla un poco dal suo fardello.

Così, per la prima volta dall’inizio di quella singolare serata, entrambi scomparirono alla sua vista. Riparati da confortevoli mura sacre; non importava.
C’era prima e ci sarebbe stato anche dopo.
Quando ciò che doveva accadere sarebbe accaduto……..

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Fede • atto 5di17

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‘Non fidarti mai completamente degli sconosciuti. E se proprio devi, fai in modo di procurarti qualche garanzia.’
Usava ripeterle Dafnia Nynphe, sua madre. Insegnamenti di cui aveva fatto tesoro. L’arte della sopravvivenza si fonda su basi di esperienza che vengono tramandate da genitori a figli. E Dafnia era una donna che sapeva il fatto suo; arguta, scaltra e attenta. Il contrario della spavalderia del padre di Fede. Con il suo sangue italiano nelle vene. Suo malgrado, un leggero sorriso le tratteggiò le labbra, incidendo delle minuscole fossette ai lati della bocca.
Capitava sempre così quando rammentava la madre.
‘Ma sono figlia di entrambi, mamma.. un po’ di temerarietà, giusto un pizzico, eh! l’ho presa da papà. Mi auguro non ti dispiaccia..’
tentò di rispondersi al muto dialogo, con un tono non espresso che ricordava una bimba sorpresa a fare una marachella.
Procedeva lentamente, aiutando il claudicante sconosciuto rivestito di una vecchia e lisa coperta. Da quando lo aveva trovato, era rimasto silenzioso. Talvolta emettendo qualche incomprensibile suono gutturale, a ulteriore riprova che parlasse una lingua diversa dalla sua.
Tremava e batteva i denti. Nonostante lo spesso tessuto che ricadeva dalle spalle sino alle ginocchia. Doveva procurargli in fretta un riparo ed un pasto caldo se non voleva vederlo stramazzare al suolo a breve. Sul come e perchè fosse finito in quella situazione, erano quesiti che dovevano attendere.
Alle spalle, il golfo Pagasitikos ed il monte Pilio, sembravano i soli immoti testimoni del calvario di fatica cui si sottoponeva Federica, trascinandosi dietro l’uomo. I volatili notturni tacevano o se ne stavano rintanati in antri nascosti e bui. Il capo chino accanto mosse lievemente verso l’alto. Notando per primo un dettaglio che lei ancora non vedeva.
A due lampioni di distanza, sulla strada sterrata che si snodava nel loro tragitto, fece la sua comparsa un’ombra prolungata dalla luce artificiale.
«Nelson! cosa ci fai ancora qua fuori…?»
Chiese con aria compiaciuta dell’imprevista presenza del grosso cane, incrocio tra un Alano ed un Terrier. Il pelo a chiazze chiare e scure, ispido ed arruffato, contornava un carattere bonario e giocoso, con cui era entrata in sintonia accattivandosene le grazie. C’era però qualcosa di strano in Nelson, quella notte. Il cane non l’avvicinò con la consueta movenza gioiosa. Rimase fermo e ben piantato sulle quattro zampe. Gli occhi due biglie scure che non si distaccavano dal fagotto sotto la coperta.
Non si distaccavano dall’uomo………..

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Fede • atto 4di17

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«Come ti chiami…?»
Chiese Federica, ancora incerta della natura del ragazzo di fronte. Ora a meno di cinque metri da lui.
‘Una distanza ragionevolmente cauta’ pensò ‘qualsiasi intenzione possa dimostrare nei miei confronti, non sono abbastanza vicina perchè possa…..’
scrollò la mente, un gesto che sostituiva quello corporeo del capo ‘…possa che cosa? Non sta nemmeno in piedi! E non è il primo ragazzo nudo che vedo!’
«Io sono Federica. Federica Carrasco… e tu?»
Provò ad azzardare, in uno dei baratti antichi come il mondo.
‘Io do qualcosa a te, e tu in cambio…’
Ma il David Bowie greco taceva. Osservava con apparente attenzione la giovane formulare le sue domande. Con aria stranita. Quasi come se le parole pronunciate fossero delle lucciole notturne e sfuggenti, delle lucciole che si dimenavano con intermittenza sospetta.
Fede si strinse nel lieve tepore del suo pastrano. Sebbene la riparasse dalla brezza che si spingeva all’interno trascinando con sè il salmastro del mare, sarebbe stata una delle notti più rigide di Volo quella che avrebbe colpito la Magnesia. Il gelo pareva procedere di pari passo con i problemi legati al tenore di vita della popolazione; attecchiva in profondità. Pur non privandosi di un’alimentazione regolare (non senza fatica), Federica Carrasco appariva come una ragazza indurita dalle circostanze.
La pelle fresca di pesco che caratterizzava il suo aspetto giovanile era stata temprata come una lama al fuoco; splendeva ancora di fascino femmineo, ma era molto più affilata. Di aspetto ricordava un elfo da bosco incantato; un corpo esile ma saldo e dai lineamenti aggraziati. In leggero contrasto con una statura che raggiungeva il metro e settanta.
Sotto alcune prospettive, l’uomo del cortile somigliava ad una sua immagine riflessa. Lui però si mostrava in uno stato di gran lunga peggiore del suo. Vacillò di nuovo, quasi accasciandosi a terra, le forze parevano voler lasciare quel corpo riducendolo ad un mucchietto di stracci scoperto.
‘Ok. A mali estremi… posso sempre mollargli una ginocchiata là in mezzo!’ Concluse prestandogli soccorso. Le sue braccia lo raggiunsero quando la schiena aveva già iniziato a disegnare una parabola discendente.
«Non so se mi capisci (mi sa di no..), ma cerca di appoggiarti a me. Proverò a portarti al caldo. Qui fuori morirai assiderato!»
Restò sorpresa di come fosse facile sorreggerlo portandogli le mani alla vita ed infilandole sotto le sue spalle.
L’uomo non poteva superare la cinquantina di chili, forse neppure raggiungerli. Dopo un paio di metri, lo appoggiò ad uno dei freddi e traboccanti cassonetti della spazzatura. Ne ricavò una vecchia coperta tarmata e bucata in più punti, avvolgendogliela sul dorso. Per una frazione di secondo le parve di notare un baluginare biancastro tra le scapole di lui, un attimo soltanto che imputò alla stanchezza. Poi si incamminò lentamente, sempre aiutandolo, passo dopo passo.
Un manto di stelle li spiò curioso…………

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Fede • atto 3di17

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Ne L’uomo che cadde sulla Terra, David Bowie interpreta la parte di un extraterrestre che, precipitando sul nostro pianeta con sembianze umane, raggiunge i vertici della tecnologia terrestre diventando ricchissimo. Un film-cult che Federica aveva visto per sei volte. Domandandosi sempre come fosse possibile che, un uomo divenuto tanto facoltoso, potesse anche essere tanto triste.
Rimase a fissarlo a qualche metro di distanza, sbalordendosi di come, con il passare dei secondi (che a lei parvero minuti ed ore), quell’uomo somigliasse tanto al Bowie della pellicola.
La cosa le trasmetteva titubanza, ma anche una qualche parvenza di irragionevole familiarità. Il fisico androgino, eppure inequivocabilmente maschile nel sesso che si intravedeva dalla pelle completamente nuda, appariva perfetto e scarno. Non emaciato, come poteva essere il corpo di qualche ragazzo greco investito in pieno dalla Recessione (Con la R maiuscola per distinguersi meglio), bensì bilanciato nella muscolatura asciutta e filiforme.
Se ne stava ancora accoccolato su un fianco. Come si trattasse soltanto di un grande uccello che è ruzzolato tragicamente al suolo spezzandosi un’ala. Con le sole palpebre a dare segnali incoraggianti di vita, sbattendo ritmicamente ad una melodia impercettibile. Rivelando ad ogni apertura due pupille luminose e di quell’azzurro incredibilmente insolito che per prime l’avevano colpita. Ancor prima di chiedersi come fosse possibile che un uomo si trovasse nudo, con quella temperatura invernale, al centro di un cortile abbandonato. E, se davvero fosse precipitato nella luce accecante, come mai non vi fosse traccia di alcun ematoma dovuto allo scontro con il cemento.
Fede attendeva. Che cosa esattamente non lo sapeva neppure lei. Era immobile, appoggiata ad un muro in sasso che concludeva il perimetro esagonale dello spiazzo centrale. Nemmeno a dieci metri dalla figura maschile che, a sua volta, non si era mossa.
Finchè non lo fece: l’uomo poggiò entrambe le mani al suolo.
Quindi, barcollando vistosamente e con palesata fatica, si portò in ginocchio, gemendo. Vacillò pericolosamente, sino a sorreggersi con una spalla al muro retrostante, percorrendo i pochi passi che lo separavano da questo, ondeggiando come un ubriaco. Sul viso i segni dello sforzo formarono una fitta rete di rughe, che lo fecero apparire più vecchio di quanto le fosse
inizialmente sembrato.
Un segnale di fragilità umana. La molla che fece uscire Federica dalla sua apatia.
Spingendola ad avvicinarsi a lui…….

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Fede • atto 2di17

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Poteva semplicemente andarsene. Nessuno l’avrebbe biasimata in merito. Attorno sembrava infatti non esserci anima viva. Ma era proprio un richiamo dell’anima a farla procedere a ritroso, nella serie di bugigattoli che formavano i vicoli alle sue spalle. I vicoli, al di là dei quali, era precipitata la luce che l’aveva salvata dagli spaventapasseri di carne tremula. Lo sfavillio che aveva scorto di sbieco pareva essersi dissolto. Eppure, qualcosa, era caduta là. Oltre i tetti delle baraccopoli greche. Federica Carrasco si grattò la base della nuca; un suo gesto caratteristico che denotava un nervosismo trattenuto a stento. Il caschetto di capelli color grano ondeggiava selvaggio tra le dita snelle e biancastre, spettinandosi ulteriormente (se mai fosse stato possibile). Si strinse dentro il pastrano ereditato dalla madre (quello che aveva salvato miracolosamente dall’aggressione), e si fece forza. Le alte case in sasso dai tetti a spiovente, riversavano le loro lunghe sagome nella direzione dei suoi passi, sollecitate da un pallido spicchio di luna. Un gatto nero le attraversò rapidamente la strada facendola trasalire per un istante. Ombra tra le ombre. E il freddo, quel freddo che si stava cibando dei balcani, attorniava Volo in una gelido abbraccio irremovibile.
“Un caffè caldo, le coperte, e dimenticare questa notte…”
si ripeteva mentalmente Federica, tra le questioni principali da eseguire una volta giunta tra le pareti fatiscenti di quella che chiamava casa.
“E se tornassero i due di prima…?”
si chiedeva in seconda battuta. Inserendolo nell’ordine dei fatti secondari.
Quasi certa che, dopo la fuga a gambe levate, dei due spaventapasseri dai denti aguzzi, non avrebbe avuto ulteriori notizie. Le risultava difficile stabilire quale fosse il punto preciso di impatto della luce scesa dal cielo. Non potendo contare su nessuna particolare indicazione, neppure sul rumore di uno schianto che non c’era stato.
“E se si fosse dissolta toccando terra…?”
si domandava ancora. In una neppure tanto sommessa speranza di non incontrare ulteriori problemi, per quella notte. Superò le case delle baraccopoli, allontanandosi dalla sua. Avvertendo un tiepido calore crescente. Come se, in quella direzione, si fosse formata una sacca naturale che proteggeva dal gelo. Giunse in uno spiazzo circondato da alte mura diroccate, in quello che, anni prima, doveva essere stato un cortile promiscuo.
Al centro, una figura rannicchiata in posizione fetale, giaceva nuda. Completamente. Ma vigile: appena Federica varcò il limitare del cortile, alzò il capo pallido, baciato dal chiaror di luna.
Due occhi si posarono sulla ragazza. Occhi di un azzurro innaturale e più profondo del cielo stesso…

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Fede • atto 1di17 [prologo]

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«Daccelo subito se non vuoi un buco nella pancia!»
Le aveva intimato quello più magro della coppia di malintenzionati, puntandole un coltello a serramanico a pochi centimetri dal corpo.
Un nemico che Federica Carrasco era riuscita ad eludere per molto tempo. Impadronendosi dell’arte di sopravvivere necessaria a tutti gli emarginati della Società. Ma adesso l’aveva messa con le spalle al muro, pronto a prendersi il suo tributo. Quel nemico le si era parato davanti dopo un inseguimento subdolo, lungo i vicoli delle baraccopoli. Era avido e tenace, implacabile come un boxeur che ti lavora all’angolo dopo averti troncato il fiato, distrutti i fianchi. Lo conosceva molto bene, certo; si era già accaparrato sua madre, uccidendola di stenti, l’unico famigliare che le restava in vita.
Si era anche accaparrato buona parte della città, della regione e della intera penisola. Qui, come altrove, aveva sempre la stessa faccia e la stessa gola profonda, affamata e senza fine: si chiamava Recessione.
Con la R maiuscola per distinguersi meglio.
«Avanti, stronza, daccelo!»
le ripetè la voce della Recessione attraverso il suo figlio più irrequieto (perlomeno quello che era riuscito a sorprenderla).
Dentro il giubbotto liso e strappato in più punti sembrava un orrendo spaventapasseri con i denti aguzzi. Al posto del fieno un fascio di nervi che ne sosteneva le carni asciutte e tese. A pochi passi dal fianco sinistro stava invece avanzando l’altro spaventapasseri, quello taciturno e dai capelli come fili d’erba impazziti a rigare un volto lungo e cupo. Al fianco destro una serie di alti e ricolmi bidoni della spazzatura che assumevano l’oneroso ruolo di macabre sentinelle del degrado cittadino. La temperatura pungeva la pelle come tanti aghi di zanzara che invece di succhiare sangue iniettavano freddo. L’inverno greco sarebbe stato insolitamente molto rigido. E Volo l’epicentro sferzato dai venti grigi della vicina costa balcanica. Federica Carrasco disponeva di due scelte altrettanto sgradevoli e pericolose; affrontare il gelo imperante, rischiando quasi certamente una polmonite che non avrebbe potuto curare, o liberarsi dei due rapinatori che le volevano portare via il pastrano.
“Liberarsi”, riconsiderò con una punta di folle ironia l’irrealistica possibilità.
Ma era una delle peculiarità che le permettevano di andare avanti, quella di trovare il lato comico anche nelle situazioni più drammatiche.
“Ridere, farsi venire la ridarella invece di serrare le mascelle, ti aiuterà a pensare meglio ed a restare più carina”, le ripeteva spesso la madre.
Pensare, si. A che cosa però? In quale possibile via d’uscita poteva sperare?
La strana ed indefinibile sensazione, quella che avvertiva da qualche giorno, quella che aveva chiamato “senso sciocco” (perchè quando ti circonda la miseria ti devi affidare alla concretezza e non all’invisibile), la investì prepotente nel volgere di una manciata di secondi. Mentre la punta del coltello le sfiorava ormai, implacabile, il tessuto sdrucito che era appartenuto alla madre.
D’improvviso, il viso dello spaventapasseri dai denti aguzzi e famelici, s’illuminò prepotentemente. Al pari dell’intero vicolo. La notte appena calata sgattaiolò via di colpo. Quasi che un imprevisto sole di mezzogiorno la spazzasse altrove con inaudita semplicità.
Un sole strano, un sole bianco. Un sole che non abbagliava. Costringeva lo spaventapasseri a guardarlo, ad occhi sgranati, increduli, colmi di paura. Un sole che disegnava una traiettoria discendente alle spalle della giovane assalita. Tanto inatteso quanto fulmineo; appena si voltò per coglierlo stava già spegnendosi oltre i tetti. Liberando di nuovo l’oscurità, che si riprese quanto legittimo. Liberandola dagli spaventapasseri, che fuggirono altrove rovesciando i bidoni della spazzatura. Restava sola con il suo pastrano sdrucito.
Con il “senso sciocco” che abbaiava incessante oltre le case alle sue spalle.
Abbaiava chiamando Fede…..

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