Flash dentro casa

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Quando ho terminato, la batteria del cellulare singhiozza lentamente prima di precipitare nel suono acuto e stridulo di chi ha bisogno di una presa di corrente. Finalmente sono riuscita a sistemare le cose: ho disdetto l’appuntamento di oggi e anche quello di domani, ho avvertito mio padre che non potrò fargli compagnia per cena, ho contato ancora una volta sulla infinita pazienza di Peter. Prendo fiato ed è una fatica, il naso non ne vuole proprio sapere. Nei prossimi giorni la bocca sarà costretta a fare gli straordinari per permettermi di respirare. Sono una donna dinamica, tenermi ferma per più di qualche minuto è un impegno non indifferente per chiunque. Soltanto un brutto virus influenzale con la febbre poteva sperare di avere chance. Così la mia casa, in perenne disordine per la consueta mancanza di tempo, sarà costretta a sopportare il mio pessimo umore. Il silenzio mi circonda, ed è una sensazione strana, nuova. Una sensazione rara, quasi unica, sola. Mi circondo di rumore, dal caos cittadino del lavoro, dalla mattina sino alle ore serali. Questo silenzio è irreale.
E fuori di qui? anche dalla finestra il mondo sembrerà diverso?
Mi affaccio per guardare la strada e mi sento in un altro pianeta.
Le macchine hanno già preso la via della città, il traffico si è spostato verso la pianura. Nella bassa collina dove abito, il tempo pare essersi fermato. Poi, dopo attimi che mi appaiono interminabili, un uscio si apre; il vicino di casa, un anziano vedovo, mette fuori la testa circospetto. Dopo una prima ispezione, ne segue una seconda. Quindi, curvo sulla schiena e con passo lento ma fermo, attraversa la strada. Bussa a una porta con un leggero suono di nocche che mi sembra di percepire. Gli apre un’anziana signora con lo sguardo spento che, appena riconosce il visitatore, si riaccende a festa. Lui le sfiora la guancia con le labbra, li vedo avvolti in un tenero abbraccio, prima che la porta si richiuda. Oggi, dopo tanto tempo, mi sono ricordata di una cosa importante; anche il silenzio ha una voce piacevole da ascoltare.

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Nella ideale parte di Flash ho scelto dal 2010 Sandra Bullock.

L’odio di Flash


Ti odio.
Sei il primo pensiero dopo un mio fallimento. Faccio fatica a stare in piedi quando capita, vorrei sprofondare nelle sabbie mobili, chiudermi dentro una botola e non uscire più per gli anni a venire. Eppure sono costretta a fare i conti con te.
Ti odio.
Perchè sento il bisogno di piangere e avverto la tua presenza. Sono una maschera orrenda e un torrente di lacrime mi riga il viso rendendolo cera che cola alla fiamma di una candela. Vorrei piangere anche quando le ho consumate tutte e, per lo sforzo di farlo, gli occhi diventano palloncini pieni d’aria. Eppure ti chiamo, talvolta durante e talvolta dopo.
Ti odio.
Se gli amici ridono di me, quando sono talmente goffa da rovesciarmi addosso il recipiente dei pop corn o da farmi cadere dalle mani il bicchiere della Coca-Cola. Sotto lo scroscio d’acqua di una nuvola cattiva e imprevedibile che negli infiniti angoli di cielo sceglie quello sopra la mia testa per rovesciare completamente se stessa, trasformandomi in un pulcino bagnato. Eppure mi stringi a te.
Ti odio.
Perchè la biondina, dalle minigonne striminzite e dalle scollature indecenti, non perde occasione di mettersi in mostra durante le cene con i colleghi, ti punta dall’antipasto al caffè accavallando le gambe in continuazione perchè sa che sei impegnato con me, e io dovrei chiederti scusa per le mie scenate di infondata gelosia. Sapendo che sei ancora e sempre soltanto mio. Eppure mi comprendi e fai l’amore con me.
Ho infiniti motivi per odiarti, potrei citarteli uno ad uno, e ancora non riuscirei a dirteli sino all’ultimo. Ho infiniti motivi per odiarti… gli stessi e ancora di più per amarti.
Ti odio… eppure ti amo.

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La partenza di Flash


Oggi è un giorno felice. La lettera è arrivata, inattesa, all’inizio della settimana. Mi ero dimenticata di aver fatto domanda presso la redazione di quel giornale; evidentemente loro non si sono scordati della mia offerta, e l’hanno accettata. Ci è voluto l’intero lunedì perchè mi rendessi conto di quanto stava accadendo, e buona parte del martedì perchè cominciassi a raccogliere le idee. Soltanto martedì sera ne ho parlato a Peter.
Non sono mai facili le scelte, anche quando le abbiamo già prese. Quindi è stata la volta della redazione dove lavoro con Sidney, ne ho dovuto parlare con lei il mercoledì mattina, reggere l’assalto del suo abbraccio e raccogliere la sua reazione di gioia seguita da un velo di tristezza. Credevo che lavorare come freelance, una fotografa indipendente impegnata a prestare il suo obiettivo dove ce ne fosse bisogno, mi mettesse al riparo dai legami con i colleghi di lavoro; in fondo lo ho sempre immaginato come un contratto a tempo determinato senza una precisa scadenza. Legare con le persone, che non sono colleghi a lungo termine, è difficile e controproducente.
Ma non siamo macchinari con un pulsante di accensione e spegnimento, siamo esseri umani nati per rapportarci con i nostri simili.
Così ho dovuto vedere gli occhi lucidi di Gregorio, il magazziniere che mi ha vista entrare. Ho sentito i singhiozzi di Morena, con cui chiacchieravo nella sua pausa caffè. Ho letto il disappunto nel viso di Tiziano, che mi faceva una corte discreta pur sapendo di avere soltanto una sincera amicizia in cambio. Ho scorto volti scuri che non credevo di vedere. Fino al sabato, l’ultimo giorno lavorativo in redazione, e nonostante ci avessi pensato per tutta la settimana, sapevo che la decisione presa era la sola decisione da prendere. Poi, sulla mia scrivania in prestito, già liberata da carte e commesse, ho trovato una macchina fotografica nuova e un foglio con le firme di tutti: “ti vogliamo bene, sei stata e sarai sempre la nostra amica Nica”. Oggi è un giorno felice, ma questa sera, a cena, Peter noterà i miei occhi rossi e gonfi.

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Il mare di Flash


Mi lascio dietro una strada formata da piccoli solchi, sono le orme dei miei piedi nudi sulla sabbia. Le onde mi salutano sollevandosi in un ribollire di schiuma, e indietreggiano poco dopo per lasciare spazio al mio obiettivo di prendere la mira; sto fotografando in sequenza, sto riprendendo una linea senza fine apparente, un moto ondulatorio dove la vista si perde.
“Dovrai svoltare a destra, dopo la roccia a forma di testa di cavallo, proseguire lungo la spiaggia per quaranta minuti buoni.
Arriverai a un’altra serie di sassi più piccoli e ovali che formano un’insenatura dove l’acqua ti sembrerà piatta. Supera anche questi e spunterà alla tua sinistra un piccolo porticciolo malmesso; è stato lì che lo ho salutato. Lascia un pensiero per me.”
Peter era triste quando me ne ha parlato. Triste ma con una nota di speranza nella voce; non gli sembrava vero che avessi l’opportunità di venire in questo posto, una piccola isola, un minuscolo puntino sulla carta geografica. Qui è cresciuto insieme ai suoi genitori, isolato dalle grosse metropoli del mondo e dalle masse. Qui è diventato l’uomo di oggi, il mio uomo.
“Non parlava molto… ma quello che diceva era sostanza e poco fumo. Sai, ha visto gli anni della guerra e quelli della fame, è stato all’estero per lavorare in miniera, e quando è tornato ha realizzato i desideri che coltivava da tempo; creare la propria famiglia e costruir loro una casa. Non parlava molto…”
Ho chiesto a Sidney di lasciarmi sola un paio d’ore e ho respirato questo mare a lungo. In ogni onda vedo riflessi gli occhi di Peter, in ogni suono sento la sua voce calda e serena, in ogni grano di sabbia sento il suo tocco gentile e dolce. Prendo un foglio di carta dalla mia borsa da viaggio e una penna: “Peter lascia questo pensiero per te”, scrivo.
Poi arrotolo il foglio e lo sigillo dentro una bottiglia vuota affidandola al mare di Peter, che è anche il mio mare. Fotografo in sequenza, riprendendo una linea senza fine apparente, un moto ondulatorio dove la vista si perde..

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Il giorno di Flash


Quando suona la sveglia mi trova ancora immersa nel sonno più profondo. Non riesco mai ad alzarmi dal letto al primo avviso, al contrario, giro la testa dalla parte opposta del cuscino e fingo che il mattino sia ancora perduto nelle valli d’ebano della notte.
Poi arriva il secondo suono e mugolando contro quelle note stridule e ripetitive inizio a sollevare le palpebre, solo pochi istanti, prima di ridurle a due piccolissime fessure che mi permettono di raggiungere a tastoni il bagno vicino. È il momento di svegliarsi davvero, mi bagno il viso con dell’acqua più tiepida che fredda e, lentamente, scivolo verso la cucina. Latte e caffè caldo con delle fette biscottate hanno il compito di darmi le prime energie per affrontare la giornata, la marmellata di more e il succo d’arancia hanno quello di rendermela più dolce. Mentre torno verso il bagno ripasso mentalmente i vestiti disponibili dentro il guardaroba e lotto con l’abbinamento dei colori. Poi penso alle scarpe (una vera passione) e mi perdo nelle decine di paia adatte agli abiti che ho quasi scelto (quasi, perchè so già che li cambierò prima ancora di indossarli).
Il trucco deve essere leggero; un’ombra sopra gli occhi e una striscia di rossetto sulle labbra (avrò altre occasioni per fare la modella). Quindi tocca all’attrezzatura da lavoro (e se la avessi preparata la sera prima non rischierei di arrivare tardi per il servizio), riempo la borsa con gli obiettivi e le batterie di scorta, infilo dentro anche alcuni filtri particolari che danno un tocco personale agli scatti. Il cellulare ha già ricevuto due chiamate raccolte dalla segreteria (sicuramente Sidney ha cercato di anticipare il mio… ritardo), a me basta digitare un sms a Peter prima di uscire e lasciarmi investire dal sole del mattino. Richiudo l’uscio di casa e mi preparo a salire sulla moto quando mi giunge il bip della risposta di Peter: “Ti amo”.
Una lacrima di commozione mi scende lungo la guancia destra.
“Una bella giornata… sarà sicuramente una bella giornata!”.

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L’amica di Flash


Rivederla è un fulmine a ciel sereno. Di tutte le persone che avrei potuto immaginare di incontrare, non mi sarei mai aspettata di vedere lei. Il taglio dei capelli è cambiato, oggi li porta corti e mossi, carezzano appena la base del collo, di un castano chiaro che non è biondo e neppure nero. Ha perso negli angoli della memoria quel platino così lucente da abbagliare gli occhi di chi ci perdeva lo sguardo, quelle lunghe code che le ricoprivano mezza schiena. Sofia è molto dimagrita, quasi stentavo a riconoscerla, ha perso le forme burrose e le curve generose degli anni dell’adolescenza (pelle e ossa, solo pelle e ossa). L’espressione del viso è smarrita, distante, come fosse immersa in una melassa troppo densa per permetterle di comprendere il mondo intorno. Eppure è la sola certezza a conferma della sua identità, dopo gli anni di scuola scivolati lungo i lustri del tempo. Quella linea a mandorla e quel celeste così tenue da sembrare trasparente, come un giorno slavato dalle brutture di un terreno polveroso e fangoso. O meglio, è il suo occhio destro ad aiutarmi; il sinistro è gonfio, semichiuso, accompagna il livido che le noto dopo qualche istante sul polso destro. Lei sembra imbarazzata appena mi riconosce, sembra un’anima in pena combattuta tra la fuga e il collasso.
«Sofia… quanto tempo! è dalla scuola che non ti vedo… come stai?»
Una mezzo taglio sottile e incerto si impadronisce della bocca carnosa mentre pronuncia il mio nome. Vorrebbe parlare, vorrebbe dirmi molto e di più. Ma il fiato le si blocca in gola.
Si era messa con il ragazzo più carino della classe, una promessa dell’atletica, una promessa per la società. Li credevo felici… da quanto starà andando avanti in questo modo? Il suo fisico ora è appesantito, la testa quasi calva, la voce rigida e priva di calore quando la chiama dall’ingresso del centro commerciale. Sofia mi sfiora il dorso della mano in un’ultima carezza, desidero che il cielo mi presti una folgore per liberarla. La chiamo di nuovo, voglio sapere come ritrovarla, (voglio cancellarlo dalla sua vita). La gente è troppa, un gorgo umano inghiotte entrambi riprendendosi i lustri del tempo (pelle e ossa, solo pelle e ossa).

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Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “XL” La Fiera.

Flash e l’uomo di ieri


Difficile avere un posto preferito per fermarsi a mangiare quando si girano posti in continuazione. Ce ne sono però a cui sono particolarmente affezionata quando viaggio all’estero e faccio scalo in Francia, in Inghilterra o nel Nord America. Se invece resto in Italia (per la maggior parte del tempo), e passo vicino a Belluno, immancabilmente programmo una sosta a la tavola di Sebastiano. Ci siamo conosciuti ad una serata di presentazione del Reduce, un libro edito da una importante casa editrice lombarda che mi ha scelta come fotografa. Sebastiano venne invece incaricato di preparare il pranzo per la sala stampa e gli ospiti. Ed è così che ho scoperto la sua straordinaria abilità in cucina ed il suo piatto forte; la polenta e gli uccelli. Un piatto popolare a cui è legata la gente di ogni età ma, in particolare, gli anziani. Non mi stupisco mai di vederne già seduti in gran numero quando Sebastiano prepara il mio tavolo. E cosa sia a richiamare la mia attenzione verso la finestra che da sulla strada mi sfugge, ma accade. Inizialmente sembra soltanto un’ombra, poi diventa un corpo curvo e infine un volto segnato dall’età.
«Torno subito, Nica. Poi mi racconterai come te la passi…».
Il ristoratore scivola fuori dal suo locale con la fretta di chi non vuole lasciarsi scappare un’occasione. O forse nella fretta di accogliere un amico incerto sulla strada da percorrere.
L’uomo veste abiti sdruciti e si muove a fatica, è Sebastiano a sorreggerlo, a condurlo ad un tavolo accanto alla parete del salone, ad aiutarlo a sedersi. L’uomo dipinge una mezza luna che splende persino dietro i pochi denti, il visibile imbarazzo gli si cancella dal volto all’arrivo di polenta e uccelli ancora fumanti. Sebastiano gli stringe una spalla e lo invita a mangiare.
«È un reduce, era amico di mio padre» mi dice poi «non può permettersi il coperto, ma io posso permettermi di averlo a pranzo.»
Non scatto nessuna foto, ma questo sarebbe stato lo scatto migliore delle ultime settimane.

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Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Old Man” Simon Jenkins.

Il baule di Flash


È da molto che non salgo in soffitta. Quando pensiamo di dare un minimo di ordine alle nostre vite, ecco che accade qualcosa a farcelo rimandare. Un giorno si tratta degli imprevisti di lavoro, un giorno arriva una telefonata a scombinarci i programmi, un giorno diciamo che, in fondo, possiamo anche rinviare a domani. E il giorno adatto non arriva mai. Finchè il bisogno supera ogni scusante, la necessità di rivedere quegli oggetti accantonati ci stringe lo stomaco come una morsa soffocante. Così rimandiamo il lavoro, le telefonate impreviste, la malavoglia e saliamo in quella soffitta impolverata, mettiamo le mani sopra quel baule che racchiude gli anni messi da parte.
Sono anni di bimba, anni dove la vita aveva un sapore spensierato, anni di giochi, di tenerezza e di torte di mele. Le prime collanine colorate e i primi vestitini bianchi, tutto ripiegato e ordinato da una persona con un senso dell’ordine che io non ho mai avuto, troppo caotica nella mia confortevole creatività. Le fotografie (le mie amate fotografie) non rendono giustizia alla donna che sono diventata – “se da bambina ero talmente bellina come posso essere diventata una donna non all’altezza di quella deliziosa creaturina?” – medito sconsolata, andando contro il parere di ogni conoscente e del mio stesso ragazzo. Faccio spazio spostando il baule in un altro angolo della soffitta, al suo posto ho destinato della vecchia attrezzatura fotografica. Anche due sacchi pieni di vecchi vestiti e scarpe subiscono lo stesso destino, ma con maggior danno; una fotografia esce da un sacco, come foglia d’autunno abbracciata dal vento, ondeggia verso la polvere. E il viso della persona ordinata, di una donna straordinaria e scolpita in fondo al cuore, mi scalda ravvivando la tonalità giallastra del tempo; il viso di mia nonna. Mi ha insegnato molto di quello che so, mi ha donato una ricchezza inestimabile, superiore a ogni oggetto di qualsiasi baule e soffitta del mondo, il valore delle emozioni. Quando scendo di nuovo in casa conservo il sapore dei giorni passati con lei:
“ho voglia di torta di mele, nonna”.

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Flash in centro


Adoro camminare in centro sottobraccio al mio Peter. Lasciamo la macchina al parcheggio sotterraneo e ci dirigiamo verso il corso. Passiamo davanti a piccoli locali tipici, ai bar, ai mercatini. Nei sabati pomeriggio sembra di infilarsi dentro un formicaio; le persone si moltiplicano e ognuna trasporta la sua personale briciola, a volte molto piccina, altre più grande. Ma, in sostanza, si tratta sempre di una briciola di pane. Annuso i profumi (qualcuno ne mette addosso troppo), annuso le specialità delle bancarelle, annuso il vento che mi trasporta altrove. È un vento in grado di raccontare di posti lontani, una voce narrante e fuori campo, un suono rassicurante e basso che si ripete come un antico mantra. Così scatto, catturo con la mia digitale immagini impossibili da catturare, fili selvaggi di epoca contemporanea, un’epoca di passaggio come la nostra.
«Stiamo per arrivare, Nica. Tra poco potrai gustare la cioccolata calda di Amanda. La prenderemo con i savoiardi, ti piacerà tantissimo e mi chiederai di tornarci più spesso. Te lo assicuro.»
Peter ne è certo e io mi stringo ancora di più al suo braccio saldo. Amanda ha un bar piccolo con dei tavolini rotondi, ma arredato con semplicità e gusto. Peter mi aiuta a togliere il giubbino e con la dolcezza unica che lo contraddistingue mi accarezza una guancia. Non vorrei essere in nessun altro posto al mondo, in questo momento. Lo scorcio di sole svanisce dietro il manto scuro delle nubi cariche di pioggia; a breve l’acqua si mischierà agli odori del centro, sollevando quelli che l’asfalto ha imprigionato sotto le scarpe degli uomini. Le formiche si ritireranno con le briciole strette al petto e noi diventeremo due pulcini bagnati che cercano di raggiungere riparo. «Non ho preso l’ombrello, Nica… mi dispiace…»
si scusa a disagio. Senza sole le sue pupille diventano verdi come il fondo del mare «Non importa, Peter. Oggi ho bevuto la cioccolata calda più buona da non so quanto tempo.»
Il suo volto si illumina, poi la pioggia ci accoglie danzando.

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Il disegno di Flash

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Quello che disegno non lo puoi sapere.
Muovo le dita quando sei rilassato sopra la tua poltrona. Lo faccio al buio, perchè il mio disegno non ha bisogno di luce e neppure di matite. Non ha bisogno di aggiustamenti o ripensamenti, conosco il percorso che devo tracciare; la tavolozza è qui davanti a me. Inizio con piccoli cerchi irregolari, ti sento soffocare una risata divertita, ti piace il contatto con i miei polpastrelli. È un contatto leggero e sfuggente che sfiora il tuo viso. Allora rallento; lascio trascorrere un’eternità tra un attimo e l’altro, costringendoti a fare attenzione. Questa volta sono io a reprimere un piccolo sogghigno. Ora non riuscirai a distrarti neppure per un momento, ogni piccolo cambiamento di direzione del mio disegno su di te, lo avvertirai immediatamente. Sembri un gatto che, pancia all’aria, desidera farsi coccolare, senza capire dove le mie dita lo carezzeranno. Disegno i tuoi zigomi, lambisco le tue palpebre chiuse, scivolo sulla linea del tuo naso lievemente aquilino. La tua pelle calda fa vibrare quella morbida dei miei polpastrelli. Il tuo viso adorato è una mappa che percorro con lo stesso amore di un motociclista immerso nella libertà degli spazi aperti. Sei mosso da una brezza estiva che respiro in riva al mare, quando le onde si infrangono contro gli scogli nudi. Sei un mondo fertile ricoperto da terra e alberi in frutto, da immensi cieli cosparsi di aria pura. Sei speranza e concretezza, sei la mia ancora che mi salva dai maremoti, sei un abbraccio confortevole e sicuro che mi fa addormentare serena quando mi sento sola. Sei un giorno d’estate sceso su di me a scacciare i rigori e i geli dell’inverno.
Quello che disegno non lo puoi sapere.
Poi, arrivo alle labbra, ripongo l’opera per un altro giorno, torno a sorriderti e tu mi ricambi: si, sono un’artista fortunata.

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La felicità di Flash

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Se cerco il significato di questa definizione, trovo: La felicità è lo stato d'animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri. Oggi mi ha telefonato Marina, un’ora e mezza di telefono, per raccontarmi quello che mi racconta sempre: “sai Nica, continuo ad essere infelice. Ho una famiglia unita, il mio ragazzo mi ama (me lo ripete ogni giorno), la ditta di mio padre, per cui lavoro, mi permette uno stipendio fisso e sostanzioso. Ma continuo a essere infelice.” Io l’ascolto con attenzione, cerco di darle conforto, di farle sapere che su di me può contare. Però le cose non cambiano: ogni nuova telefonata è il canto della infelicità. Così ho colto l’occasione per portarla con me per un servizio fotografico in esterna, nulla di particolarmente impegnativo, l’incarico prevedeva di fare degli scatti per un’amica pittrice. Immense distese di verde, campi e vigneti a pochi minuti di strada, in collina, fuori provincia.
Iniziamo a parlare dei nostri rispettivi impegni sentimentali. Marina è una bella ragazza dal fisico slanciato e l’altezza pronunciata, ho i tacchi nei miei stivaletti, ma anche così arrivo appena a sfiorarle la bocca con la cima dei miei capelli neri.
«Si respira aria pulita qui, hai avuto una bella idea a farmi vedere questo posto. Di solito Mattia mi accompagna in centro, amo vedere i gioielli in vetrina e prendere un aperitivo al Vip
«Mattia ti vuole molto bene, Marina. Non è facile trovare dei ragazzi che sappiano prendersi veramente cura di te…»
«Hai ragione, Nica. Lui sa come riempirmi le giornate. Probabilmente starei anche peggio se non lo avessi conosciuto.»
Lo dice con sufficienza, le parole ingannano un tono di voce quasi privo di calore: spesso non serve possedere tante cose per stare in pace con se stessi. Marina raccoglie una margherita, la osserva con noncuranza, poi la getta dietro le spalle. Io la raccolgo e ne inspiro l’odore, ne assorbo la fragranza: felicità è sapersi emozionare anche di fronte alle piccole cose rendendole grandi.

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