Quel malvagio pellerossa

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Sono pronto a scommetterci: se non ti avessi mostrato subito la fotografia che apre questo mio nuovo post, al nome di Wes Studi, con ogni probabilità, il tuo smarrimento sarebbe stato totale. Forse anche così, con una chiara fotografia davanti, ti chiedi: “io credo di averlo visto da qualche parte… ma chi è?
E ti comprendo benissimo. Quando abbiamo a che fare con attori, relegati in ruoli secondari, la nostra memoria ci fa difetto. Nonostante questo, se frughi, per qualche istante, tra i ricordi delle pellicole viste in tv o al cinema, sia in anni lontani che molto recenti, il suo volto lo troverai. È quello che tenta di uccidere Kevin Costner, in Balla coi lupi. L’Urone disposto a tutto, persino a tradire i suoi “fratelli rossi”, perché appartenenti ad altra tribù, che si contrappone a Daniel Day-Lewis ne L’ultimo dei Mohicani. Ma, se hai perso queste due perle del cinema d’avventura ad ambientazione western, perchè ormai piuttosto datate – oltre al mio convinto suggerimento a rimediare -, forse potresti aver visto il più recente The New World – Il nuovo mondo, con Colin Farrell e Q’Orianka Kilcher, nella parte di Pocahontas, dove Wes Studi riveste il ruolo di capotribù. Se però hai perduto anche questo piccolo capolavoro, basato su una storia di Amerindi realmente accaduta, è estremamente difficile che ti sia sfuggito anche il campione di incassi assoluto della storia del cinema: Avatar. Wes Studi, nativo americano di origini Cherokee, si è costruito una carriera in ruoli decisamente duri e spietati, giungendo solo negli ultimi anni, grazie probabilmente al guadagno di una maggiore considerazione tra i registi di cinema, ad interpretare personaggi meno cruenti e dalla spiccata saggezza indiana. Ne è un esempio lampante il recentissimo Hell on Wheels, serial televisivo di spessore, ambientato nel selvaggio west ai tempi dell’industria ferroviaria, dove Studi veste i panni di Many Horses, capo della tribù Comanche. Memorabile una scena della prima stagione, quando invitato a tenere un incontro di pace con un senatore americano e il responsabile delle ferrovie, Many Horses, all’offerta del senatore, che lo esorta a ricevere, “qualcosa di molto meglio di quanto abbia mai posseduto”, in cambio della chiusura dentro le riserve di tutti i Comanche, risponde: «Ma a me non serve nulla. Io sono contento di quello che ho.»
Nell’episodio in questione, l’attore di origini Cherokee compare solo per una manciata di minuti; sufficienti per lasciare un segno profondo. L’obiettivo però, ancora una volta, si discosta dalla sua interpretazione per esaltare quella del figlio, il giovane Comanche che ha avuto una significativa visione: lui, a cavallo, riuscirà a superare la locomotiva in corsa, dimostrando quanto sia folle l’uomo bianco nelle sue invenzioni. Dopo una gara intensa e giocata sul filo di lana, inesorabilmente, il giovane Comanche perde. Diventa così l’emblema della sconfitta del nativo americano, superato da un gelido progresso e dall’invasore privo di scrupoli.
Se voi uomini bianchi non foste mai arrivati, questo paese sarebbe ancora com’era un tempo.” – Capo Leon Shenandoah, Onondaga.

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Colui che vola di notte

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Il valore di un uomo è mostrato dalla sua identità o da quello che rappresenta?” Con questa provocazione, diverso tempo fa, pubblicavo un mio “cinguettio” su quello che rimane, di fatto, il mio social network preferito; Twitter. Tralasciando le considerazioni sui vari social – con cui vivo un personale rapporto conflittuale -, posso invece svelare che quel tweet fece riferimento a una importante figura nel panorama dei Nativi americani; Grey Owl (letteralmente; colui che vola di notte). Era una guida che svolgeva il suo incarico nel Canada settentrionale, nei primi decenni del Novecento. Ma Grey Owl non era soltanto questo; è stato anche un importante scrittore del panorama degli indiani d’America. Dopo l’abbandono della sua principale attività lavorativa, quella della caccia ai castori, il Nativo dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri, conobbe una straordinaria popolarità come autore e conferenziere internazionale, diventando una delle voci più importanti nella salvaguardia animalista e ambientalista. Raccontava di essere un mezzosangue, adottato in Canada da una tribù di Chippewa, con radici da parte di padre scozzesi, e Apache da parte di madre. Nel centesimo anniversario della sua nascita, è stato piantato un acero rosso nel cortile della Hastings Grammar School e, successivamente, nel 1997, il sindaco di Hastings ha inaugurato una targa commemorativa presso la sua antica casa natale. In realtà, di Nativo americano, come si scoprì due anni prima della sua morte, avvenuta a soli quarantanove anni per polmonite, Grey Owl non aveva nulla. Il suo vero nome era Archibald Stansfeld Belaney e le sue origini erano inglesi – si tingeva i capelli di nero per nascondere la verità -. Venne abbandonato dai genitori e affidato alle cure della nonna paterna e di due prozie, in Inghilterra. Studiò con eccellenti risultati in inglese, francese e chimica e fuggì di casa appena diciassettenne, imbarcandosi per il Canada. Bambino introverso con una passione viscerale per i Nativi americani, Archibald tentò così di coltivare il suo sogno; vivere libero nella foresta, come un vero indiano d’America di altri tempi. Quando la sua identità venne a galla, il giornalista che si trovò la scottante notizia per le mani, dovette affrontare un grosso problema; rivelare la verità al mondo intero e rendere vani gli sforzi in cui Archibald Grey Owl si era prodigato, sensibilizzando l’opinione pubblica con notevole successo, oppure fare finta di nulla? Il giornale strinse un muto patto; rendere nota l’identità di Grey Owl soltanto dopo la sua morte. Avevano compreso di come, nonostante fosse un falso, i suoi sforzi e i risultati ottenuti, erano reali e profondi. Archibald rappresentò il primo vero ambientalista ed ecologista della storia dei Nativi, catturando l’attenzione di milioni di persone. Nel 1999, sulla sua vita, ne venne tratto un appassionante e toccante film interpretato da Pierce Brosnan, sfiorando tematiche ancora oggi attuali e terribilmente significative nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. Cacciava i castori, prima della notorietà, ma soltanto quelli adulti, rispettando la prole e commerciando solo per sopravvivere, imbattendosi in trappole, dei bianchi, costruite con veleno e dinamite e in grado di falcidiare l’ecosistema.
Non conosco alcuna specie di pianta, uccello o animale che non si sia estinta dopo l’arrivo dell’uomo bianco. L’uomo bianco considera la vita naturale degli animali come quella del nativo su questo continente: come un fastidio. Non c’è alcun termine nella nostra lingua con il significato di “fastidio”.
– Orso in piedi (Lakota Sioux) –

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Giallo nelle riserve

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Non va mai dimenticato che, per quanto background storico e culturale possano vantare gli indiani d’America, le tribù non sono svanite dalla faccia della terra – come a certa opinione pubblica farebbe comodo lasciar credere – ma, alcune, sono vive e vegete anche ai nostri giorni. In quali condizioni di vita davvero si trovino è, invece, ben altra questione. Come ho già scritto in precedenza, oggi lo schermo cinematografico e – nel caso specifico – quello televisivo offrono una realtà quantomeno interessante e vicina al vero. Come spesso accade però, schermo e carta stampata vanno di comune accordo; il primo difficilmente potrebbe presentare contributi interessanti senza la seconda. È merito della collana di libri Walt Longmire Mysteries di Craig Johnson (purtroppo inedita in Italia) se il canale statunitense A&E ha potuto produrre una serie televisiva di genere crime basata proprio sul personaggio protagonista e intitolata semplicemente Longmire. Le prime tre stagioni di questo telefilm sono state trasmesse, in prima visione, su TopCrime (dopo un “assaggio” su Rete 4). Il serial narra le vicende di Walt Longmire, sceriffo della cittadina (immaginaria) Absaroka County nel Wyoming. L’uomo vicino al ritiro, dopo la tragica perdita della moglie, decide di impegnare tutto se stesso nel proprio lavoro, dedicando anima e corpo al rispetto della legge. Si tratta di un poco loquace e solitario cavaliere moderno che cerca di rimandare il viale del tramonto, affiancato da una vice sceriffo (che prova per lui del tenero), da una figlia avvocatessa con cui vive un rapporto conflittuale, da un vice che vive una tresca con la figlia e si candida per soppiantarlo, e da Henry Standing Bear; un Cheyenne che lo comprende. È un western moderno, presenta il dramma vissuto all’interno delle riserve ed evoca scenari tipici ed esotici del cielo del Wyoming. Un autentico valore aggiunto sono le musiche di David Shephard, autore che ha collaborato con il più noto Sam Raimi (Darkman, Pronti a morire, Spiderman) impreziosendone i risultati ottenuti. Le riprese sono avvenute tra New Mexico, Las Vegas e Santa Fe. Longmire è stato il  telefilm più visto nella storia del network americano A&E (oltre 4 milioni di spettatori per la puntata d’esordio). Particolare è il ceppo Nativo scelto per essere rappresentato nella serie; i Cheyenne. A lungo dediti all’agricoltura, popolazione delle Grandi Pianure dell’America Settentrionale, cambiano radicalmente la propria natura divenendo nomadi grazie all’introduzione del cavallo. Ricordati per i sanguinosi fatti legati alla battaglia del Sand Creek e alla battaglia del Little Big Horn (dove perse la vita Custer). È una delle poche tribù ad essersi mantenuta coesa sotto il governo centralizzato e denominato “Consiglio del quarantaquattro”. Il Consiglio tribale è ancora di fondamentale importanza per la sopravvivenza di questo ceppo Nativo e viene spesso analizzato in Longmire.
Popolo orgoglioso e spiritualmente solido è ben definito in questa particolare preghiera;
Concedimi, o Grande Spirito, di imparare la lezione che hai nascosto in ogni foglia, in ogni sasso.
Io voglio essere forte, non per dominare il mio fratello, bensì per combattere il mio più grande nemico: me stesso.
Fai in modo che io possa essere sempre pronto a venire da Te con le mani pulite e lo sguardo leale. Così che, quando la mia vita finirà al calare del tramonto, il mio spirito si presenti a Te senza onta”.

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Nativi e cavalieri mascherati

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Uno dei principali motivi per cui propongo riferimenti filmici quando scrivo di Nativi americani, è perché risulta molto più semplice capire di cosa sto parlando. La materia affascina, certo, ma il numero di persone che davvero riescono a masticare dettagli culturali specifici è – comprensibilmente – basso. La semplicità prima di tutto. Ma una semplicità relativa. È infatti molto complicato, per chi scrive, riuscire a esprimere concetti lineari che sono invece complessi per vastità, storia e tradizione. Trasferendo la parola sopra uno schermo cinematografico, grazie all’ausilio delle immagini, il tema può persino essere di facile approccio. È il caso di un film uscito a cavallo dell’estate 2013; The Lone Ranger. Il lavoro si avvale della presenza di Johnny Deep – attore che annovero tra i miei preferiti di sempre -. Non sarà ricordato come un successo al botteghino perché, purtroppo, il pubblico non ha compreso la differenza tra questo film e il “fracassone” Pirati dei Caraibi a cui è stato fatalmente associato. Ci si diverte anche qui, come giustamente deve essere in una produzione Disney. Il divertimento non è fine a se stesso. Si parla d’indiani d’America e in maniera spigolosa. Prendendo in esame un periodo storico molto delicato in cui le tribù venivano costrette a firmare trattati – puntualmente non rispettati dai bianchi -, in cui l’avanzata del progresso, con l’affermarsi del treno sulle rotaie, passava sopra ogni cosa maciullandola impunemente. Nel film, adattamento a una popolare serie televisiva nata nel 1949 – ispirata a sua volta ad un fumetto e a un programma radiofonico – conosciuta in Italia come Il cavaliere solitario, è forte la presenza della tribù Cherokee. Il termine indigeno viene tradotto come “coloro che vivono sulle montagne”. Ed è correttamente rappresentato nel The Lone Ranger con Deep. Ci sono tutti gli ingredienti, o quasi, che oppongono i pellerossa agli invasori bianchi; la diversa concezione dell’esistenza, la diversa concezione sui beni materiali, la diversa concezione sul valore stesso della vita. Da non crederci. Se si pensa che è un prodotto destinato al divertimento famigliare. Una frase pronunciata dal capo tribù Cherokee, tra le tante altre, spinge a riflettere; in un momento della pellicola, il protagonista prova a persuadere il Nativo dall’affrontare una guerra, persa in partenza, contro i soldati. Il pellerossa risponde “non abbiamo paura della morte… siamo già dei fantasmi.” Al principio del film è invece rappresentato il destino che molti altri Nativi, tra cui il bellicoso e temutissimo Geronimo, finiranno per subire; quello di diventare dei tristi residuati fenomeni da baraccone offerti ai turisti per pochi centesimi di dollaro. Il contrasto tra piacere fine a se stesso e profonda sottile riflessione è una delle caratteristiche della pellicola. Cosa c’entra Deep con questa (riuscitissima) interpretazione? Forse non è proprio una delle peculiarità più evidenziate tra le tante dell’eclettico attore ma, oltre ad essere protagonista è responsabile anche della produzione dell’opera, nelle sue vene scorre proprio sangue Cherokee; nel 1978, dopo il divorzio dei genitori che lo costringe a un’iniziale vita da single, per porre l’accento sul legame con la tribù di appartenenza si fa tatuare la testa di un capo indiano sul braccio destro. È stato recentemente adottato dai Comanche, una tribù di indiani americani del Nuovo Messico. Da sempre l’attore è socialmente impegnato per il riconoscimento dei diritti degli indiani d’America. Racconta riguardo alla pellicola; «Da piccolo seguivo la serie in modo religioso. Ma anche a cinque-sei anni quello che mi colpiva più di tutto era che c’era un qualcosa che non funzionava: perché il pellerossa deve essere sempre quello secondario, quello che resta nell’ombra? Il vero eroe per me era lui, Tonto. E dopo avere avuto l’onore di passare molto tempo con Marlon Brando e di avere discusso con lui su come il cinema per cento anni ci abbia dato soprattutto dei cliché sugli indiani d’America, è stato importante per me rappresentarli in modo appropriato e corretto». Cita una preghiera di questa tribù: “Oh grande spirito, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza di capirne la differenza”.

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Uomini e animali

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Quando ero bambino e mi imbattevo in uno dei numerosi film di cowboy e pellerossa era inevitabile assistere alle scene in cui il regista di turno catapultava lo spettatore a diretto contatto con la vita dei cosiddetti “selvaggi”. Le pitture da guerra sul volto degli “indiani” garantivano suggestioni tanto quanto le loro tende coniche piazzate in mezzo ad ogni tribù. Alla fine i cliché s’inseguivano l’un l’altro: Navajo, Apache, Sioux, Comanche, Uroni non si distinguevano più; sembravano soltanto un nutrito gruppo di bellicosi guerrieri indigeni che emettevano dei rozzi suoni gutturali e si prodigavano a lanciar frecce a destra e a manca. Questo era il ruolo che rivestivano nella maggior parte dei classici interpretati da John Wayne & Co. Una cosa però non lasciava mai indifferenti: la capacità mai eguagliata degli “indiani” di costruire delle sculture in legno ricche di colori, significati, forme e magia; i totem.
Gli animali-totem segnano il carattere delle persone. Esattamente come accade per i segni zodiacali nella cultura occidentale e orientale. Avremo quindi: l’orso; persona con forte personalità ma dal carattere riservato, la lepre; persona sveglia e vivace ma dotata di poca pazienza, il capriolo; persona che ama vivere in gruppo o in comunità, la volpe; persona che nutre grande fiducia nelle proprie capacità ecc.
La ricerca della visione è probabilmente l’aspetto più profondo della cultura nativa. Si tratta di una guida che fornisce un insegnamento e può assumere qualsiasi tipo di caratteristica. Non è possibile sceglierla ma accettarla. Ecco perché rifiutare la visione di un animale apparentemente insignificante, per stazza o per natura, sarebbe un grave errore.
Il congiungimento con quest’animale può avvenire attraverso un forte stato di meditazione. Una sorta di percorso verso una grotta, una buca, un pozzo, o anche il tronco cavo di un albero. Giunti al suo interno, sarà la stessa guida a venirci incontro. L’affinità con l’animale che si mostrerà a noi dovrà essere del tutto naturale per accettare l’insegnamento che si riserverà di offrire. Ogni animale porta con sé precisi suggerimenti. Per esempio: l’alce; il rispetto e la stima per il proprio essere, la balena; saggezza e forza, il cavallo; la forza ancestrale della terra, il falco; sprona ad accettare i doni della vita, il topo; la capacità di osservare le cose in profondità. E così via. In totale, questi animali-guida che potrebbero fornire un cammino spirituale al popolo degli uomini, sono quarantaquattro.
I nativi americani nutrono perciò una doppia considerazione nei confronti degli animali; li interpretano come figure in grado di condurli attraverso percorsi intimistici, ma anche come figure in grado di segnare profondamente lo stesso carattere e personalità dell’individuo a cui si accostano.
Nato a Vancouver, Canada, nel 1899 Geswanouth Slahoot, che erediterà il ruolo del padre a capo dei Salish come Capo Dan George fino ai primi anni sessanta – quando verrà scelto per interpretare ruoli di pellerossa in molte serie tv e persino nel “piccolo grande uomo” con Dustin Hoffman -, non cambierà mai il suo tenore di vita e le proprie radici native, sfruttando anzi la celebrità acquisita in discorsi e poesie a favore del proprio popolo, afferma:
«Se parli con gli animali, loro parleranno con te e vi conoscerete a vicenda. Se non parli con loro, non li conoscerai e temerai ciò che non conosci. Ciò che si teme si finisce per distruggerlo.»

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Questi spettri

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Una delle peculiarità dei nativi americani è quella di provare un forte senso di rispetto verso qualsiasi oggetto o forma di vita che appartengono alla loro sfera di percezione. Per esempio, se qualcuno di noi vede un semplice sasso lungo il cammino, molto probabilmente lo ignora o, persino, lo colpisce con la scarpa. Per un nativo invece anche un sasso contiene una forma di energia. La stessa che compone e pervade qualsiasi altra cosa. Il sasso è sulla terra per uno scopo, la difficoltà consiste semmai nel comprendere quale sia questo scopo.
In ogni oggetto, animato o inanimato, è possibile trovare una straordinaria forma energetica.
Secondo la religione Oglala gli spiriti non abbandonano mai il luogo in cui han dimorato da vivi, ma sostano accanto ai loro famigliari e parenti, alle persone che gli sono state legate durante la permanenza nel mondo terreno.
Gli spettri perciò non se ne vanno in qualche imprecisato luogo dell’universo, ma alimentano, con la loro stessa energia e presenza, la terra che hanno abitato.
Ecco perché il terreno diventa consacrato e di eccezionale importanza per la maggior parte dei nativi; in esso dimorano radici sia visibili che invisibili. Ogni oggetto, animato o inanimato, contiene il sicun; energia soprannaturale che viene spesso utilizzata anche dagli sciamani in particolari situazioni. Si tratta, in altre parole, dello Spirito Guida ed è possibile, da parte dell’uomo della medicina, assumerne in grande quantità per tentare di scongiurare morte e malattia altrui. Così facendo però lo sciamano si sottopone a gravi dispendi di forza e rischia di smarrire il proprio sicun.
Altrettanto importante si rivela essere il nagi; controparte posseduta da qualsiasi forma fisica sulla terra. Il nagi è eterno ma pericoloso quando la persona che lo possiede muore; superato l’involucro fisico, tenterà infatti di attirare a sé i propri cari e soltanto attraverso delle offerte che ne alimentano l’ombra potrà essere placato. Sono sempre gli sciamani ad avere la possibilità di comunicare con gli spettri per farsi suggerire come curare i malati o come trovare rimedio a situazioni di difficile sviluppo. Dopo un anno dalla morte, il Wanagi/Spettro inizia il lungo cammino che lo conduce verso la strada fantasma; la Via Lattea. Qui sono accolti dalla Donna Gufo, che ha il compito di giudicare le loro azioni durante la vita terrena. Molti nativi credono invece che gli spettri rimangano per sempre accanto allo stesso luogo in cui sono morti.
«Tutte le creature viventi, tutte le piante sono parimenti essenziali alla vita e ognuna ha un suo posto.
Ogni animale dimostra la sua ragione d’essere con atti precisi.
I corvi, le poiane e le mosche, anche i serpenti, pur diversi tra loro hanno qualcosa in comune, hanno un’utilità e una ragion d’essere. In origine probabilmente gli animali hanno vagato sopra molti estesi paesi prima di trovare il luogo più adatto per vivere. E questo perché ogni essere vivente dipende dalle condizioni naturali che lo circondano. E dunque gli animali e tutti gli esseri hanno riflettuto a lungo prima di scegliere il posto dove vivere.» Okute Oglala, Lakota Sioux.

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Essere un indiano americano oggi

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Andrebbe già precisato che il termine “indiani”, per definire i nativi d’America, non è del tutto corretto. Il termine è stato coniato dal nostro Cristoforo Colombo in quanto, una volta sbarcato, ha creduto d’essere giunto in Asia e di trovarsi davanti degli asiatici. I nativi sono sì giunti in America partendo dall’Asia e attraversando lo stretto di Bering, ma ne sono solo discendenti.
Secondo alcuni censimenti degli anni ottanta ci sono negli Stati Uniti circa due milioni di indiani. Il loro tenore di vita non è del tutto differente, facendo le dovute proporzioni, a quello dei cosiddetti “bianchi civilizzati”. Anche tra loro possiamo infatti trovare delle situazioni di povertà molto forti ed estese, ma anche delle situazioni, ovviamente in numero di gran lunga minore, di estrema ricchezza – grazie allo sfruttamento di risorse naturali della terra come il petrolio. Sono anche numerosi gli indiani – e in crescita – che si sono integrati nella società dei bianchi; nel solo Canada (terra natia del celebre attore Graham Greene) ne vivono almeno trecentomila. Il problema più grosso lo vive chi decide di rimanere nelle riserve per cercare di recuperare una piena autosufficienza proprio con l’aiuto del governo americano. I nativi americani nelle riserve sono, giustamente e per fortuna, ancora orgogliosi di mantenere le proprie tradizioni e la propria immensa cultura. Riconoscono anche di dover migliorare i propri standard di vita dal punto di vista della educazione, dei servizi sanitari, della formazione e dello sviluppo. Le riserve oggi sono circa trecento unità e molte di esse sono abitate da singole tribù e in numero minore sono persino affittate a non indiani. L’arte indiana è diffusa con grande impegno e riscontro grazie ai mercati delle arti e dei mestieri. Riscuote notevole successo nei turisti e nei semplici appassionati di cultura e tradizioni. Purtroppo la vita nelle riserve è molto più complicata e sofferta di quanto in realtà dovrebbe essere. Un anziano capo spirituale lakota – conduce cerimonie negli Usa, in Corea e in Giappone – che vive nella riserva di Pine Ridge, di recente è passato per il Piemonte e ha detto: «Il governo americano si era impegnato a darci sufficienti mezzi essenziali per vivere: cibo, educazione, sanità, attrezzature agricole per lavorare la terra.
Ma dopo circa cento anni le cifre stanziate sono rimaste le stesse. Per esempio: se uno vuole riparare le baracche esiste un programma di miglioramento della casa (HIP), ma non ci sono fondi. Allora siamo costretti ad andare nelle città Usa e raccogliere gli avanzi dei ricchi, e sistemare le nostre case.
Nella Riserva non ci sono posti di lavoro, le scuole sono tenute a livelli bassissimi, quasi indecenti, e negli ospedali vengono testati nuovi medicinali all’insaputa della gente. Basta passare il confine e ci troviamo in un altro mondo: un’America da film, circondata da una grottesca abbondanza. Insomma due mondi separati da pochi metri: estrema povertà e grande ricchezza. E’ questa la civiltà dell’Uomo Bianco?»

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Rispetta la tua terra

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I nativi americani conservano ancora oggi un incredibile ascendente nei confronti delle nuove generazioni e i motivi sono molteplici. Hai mai provato il desiderio di piantare tutto e vivere all’aria aperta? E il desiderio di farlo senza dovere per forza combattere il tuo prossimo? Suppongo la risposta sia positiva e come altrimenti potrebbe essere! Siamo sovrastati da un capitalismo bieco e dal giogo dei potenti e non si vedono all’orizzonte alternative diverse da percorrere. Ma come sarebbe bello poter essere padroni della propria esistenza! Loro, i pellerossa – termine che non sta ad indicare il colore della pelle, olivastra, ma probabilmente della pittura rossa con cui si dipingevano il viso -, lo facevano; correvano liberi e selvaggi attraverso immense praterie apparentemente senza nessun confine. Non erano condizionati dalle mode; era sufficiente indossare un paio di comodi mocassini, dei pantaloni di pelle sfrangiata e andare a caccia di bisonti per procurarsi di che vivere. Dormivano in terra avvolti dalle stesse pelli degli animali che cacciavano – e di cui non buttavano via nulla -. Erano fieri e coraggiosi e imparavano sin da bambini a pescare e cacciare. Ma non si pensi che fossero un’unica grande nazione! Erano frammentati in una moltitudine di culture e usanze differenti. Tuttavia, nonostante le diversità, le inimicizie di varie tribù, nutrivano un grande rispetto verso la Madre Terra.
«La terra è sacra. Queste parole sono al centro del vostro essere. La terra è la nostra madre, i fiumi il nostro sangue. Perdere la nostra terra è come morire. L’indiano che è in noi muore con la perdita della sua terra natia», sostiene Mary Brave Bird, dei Lakota; basterebbero poche parole come queste per lasciare intendere la profondità di un popolo che è sempre stato definito “selvaggio”.
Le stesse quattro direzioni dei punti cardinali hanno un significato ben differente rispetto al semplicistico orientamento dell’uomo cosiddetto civile; per gli indiani d’America ogni punto rappresenta un elemento specifico degli elementi. La Terra è rappresentata dall’Ovest; luogo di apparenza ma anche di forma, luogo di esperienza e materia. Luogo dove è possibile crescere attraverso l’apprendimento. La Terra da conforto e stabilità. La Terra sostiene. L’Ovest è abbinato alla stagione dell’autunno e il suo colore è il nero; poiché è il colore che assorbe gli altri colori nel proprio spettro. Li protegge.
«Nascere uomo su questa terra è un incarico sacro. Abbiamo una responsabilità sacra, dovuta a questo dono eccezionale che ci è stato fatto, ben al di sopra del dono meraviglioso che è la vita delle piante, dei pesci, dei boschi, degli uccelli e di tutte le creature che vivono sulla terra. Noi siamo in grado di prenderci cura di loro» Capo Leon Shenandoah, Onondaga.

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L’irochese che conquistò il grande schermo

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Nella nostra cultura l’immagine assume una valenza determinante. Questo perchè la società si è evoluta verso dei valori che spesso lasciano a desiderare. Ma non è un aspetto da considerarsi del tutto negativo. Io stesso più volte – un po’ per gioco e un po’ per il mio tipo di narrazione, che deve molto alla ritmica cinematografica per immagini – ho associato la maggior parte dei protagonisti delle serie, apparse su questo blog, a dei volti caratteristici del grande schermo. Il cinema infatti permette un’identificazione che nessun altro media, oggi, può vantare. E se le nuove generazioni hanno la possibilità di identificarsi con figure sostanzialmente positive che diventano una sorta di simbolo costruttivo, ben venga. È il caso di un attore che appartiene agli Oneida, una delle cinque nazioni che formano la Lega Irochese; Graham Greene. Il suo volto è sicuramente familiare agli appassionati di cinema e anche a chi si limita a qualche serial o film per la tv, basti pensare ad uno dei ruoli che gli ha fruttato una nomination all’Oscar nel 1991, al fianco di un Kevin Costner in grande spolvero nell’indimenticato Balla coi lupi. È proprio grazie a quella intepretazione che “Uccello Scalciante” – nome indiano che la sceneggiatura gli ricuce addosso con buon intuito – viene consacrato al grande pubblico di tutto il mondo. Seguono interpretazioni sempre di un certo livello e destinate a lasciare il segno, anche quando i ruoli interpretati non sono strettamente legati al cast dei protagonisti delle pellicole. Vale la pena rammentare serie come la signora in giallo, un medico tra gli orsi, Numb3ers e pellicole come Grey Owl – Gufo grigio, Il miglio verde, L’altra metà dell’amore (con la “mia” Piper Perabo/Esdy). Quasi tutti i personaggi da lui interpretati hanno valenza positiva, tanto da renderlo – come scritto – un vero e proprio modello per i nativi americani desiderosi di entrare nel mondo del cinema. Cosa non da poco, se si pensa a come l’industria hollywoodiana ha invece trasmesso per decenni dei ruoli ben poco edificanti nei confronti degli indigeni.
Tanto che Neil Diamond, un regista appartenente alla tribù dei Cree, ha girato un documentario partendo dal Canada e arrivando sino ad Hollywood – intervistando attori, registi e aborigeni – per capire come nell’immaginario appaiano gli indiani d’America. Le risposte ottenute da Diamond – «Non potremo mai cambiare l’immaginario collettivo. Sulle copertine dei romanzi rimarremo sempre dei guerrieri Cheyenne» (attore nativo Adam Beach), «la cultura americana vuole perpetrare l’idea che i nativi sono figure quasi mitologiche, che, come i dinosauri, non esistono» (Jim Jarmusch regista american indie) – sono scoraggianti.
Ed è soltanto tornando al suo stesso villaggio tra i Cree che gli viene in soccorso la frase pronunciata dal poeta John Trudell, attore ed attivista nativo; «non siamo né indiani né nativi americani. Siamo persone, esseri umani».

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I Lakota e Cavallo Pazzo

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Qualche mese fa tra le pagine di questo blog ha esordito una serie particolare, rispetto alle precedenti. Differiva dalle altre per l’argomento trattato, quello dei nativi americani. Protagonisti anche del mio nuovo romanzo: Luna senza Inverno. Un tema, da sempre, vivo e tumultuoso nei miei pensieri – e non potrebbe essere altrimenti, poichè accompagna le mie letture sin dall’infanzia attraverso migliaia di fumetti affiancati, in seguito, da un numero crescente di libri -. La serie Lakota mi ha permesso di esprimere una scrittura che evidenziasse la condizione attuale degli indiani d’America. Tentativo comunque soltanto accennato e che spazia attraverso le vicende di una giovane militare meticcia. Ma chi sono questi uomini, donne e bambini con l’appellativo di “Lakota”? Per capire qualcosa di loro occorre dare uno sguardo a quanto tramandato dalla storia e conoscere, per quanto possibile, le loro figure più rappresentative. La cultura dei nativi americani è complessa, affascinante e, a tratti ancora oggi, misteriosa. Probabilmente, uno dei capi più importanti di questa tribù è Cavallo Pazzo – nome dalla errata traduzione occidentale che sostituisce “il suo cavallo è pazzo” -. Si tratta di un personaggio persino leggendario grazie alle imprese, ai limiti dell’incredibile, attribuitegli. Tra le varie voci c’era quella relativa alla sua invulnerabilità alle pallottole. E persino quella che lo voleva in grado di presenziare tra il suo popolo in forma di spirito. Viene definito un guerrafondaio dalla sua stessa gente, ma il carisma e le indubbie grandi doti di guerriero gli procurarono, per volere di Toro Seduto e Nuvola Rossa, la nomina di grande capo guerriero. Cavallo Pazzo passa comunque alla storia per imprese realistiche e non soltanto inverosimili: sua è la tribù che affianca Toro Seduto nella battaglia di Little Bighorn – dove si consuma una delle vicende più controverse di sempre; l’uccisione del Tenente Colonnello George A. Custer -. Ha dedicato la sua intera vita a contrastare i militari che tentavano di conquistare il territorio, minacciando la vita e la libertà dei nativi americani. Con il tempo diventa un’autentica icona indiana. Oggi molti istruttori di scuola militare lo ritengono il più grande stratega mai esistito al servizio della causa indiana. Alcune sue frasi restano scolpite nel tempo rivelando l’essenza del rapporto forzato tra indigeni e invasori: «Noi non abbiamo chiesto a voi uomini bianchi di venire qui. Il Grande Spirito ci diede questa terra perché ne facessimo la nostra casa. Voi avevate la vostra. Non abbiamo interferito con voi. Il Grande Spirito ci affidò un grande territorio per viverci, e bufali, cervi, antilopi e altri animali. Ma voi siete arrivati; state rubando la mia terra, state uccidendo la nostra selvaggina rendendoci difficile la sopravvivenza. Ora ci dite di lavorare per mantenerci, ma il Grande Spirito non ci creò per faticare, bensì per vivere di caccia. Voi uomini bianchi siete liberi di lavorare, se volete. Noi non vi ostacoliamo, e ancora chiedete perché non ci civilizziamo. Non vogliamo la vostra civiltà! Vogliamo vivere come i nostri padri e come i padri dei nostri padri.» La forza della sua figura è tale da entrare persino nel linguaggio comune con il suo particolare e incisivo grido di guerra; “Hoka Hey!” (È un buon giorno per morire!). Un grido di cui la cultura americana, indebitamente, cerca di appropriarsi; lo possiamo trovare nella saga Star Trek, nel film Linea mortale e in Piccolo Grande Uomo, oltre che in numerosi omaggi musicali anche nostrani. Lo stesso capo indiano viene citato in opere letterarie e musicali, basti ricordare Oriana Fallaci nel suo Insciallah. Memorabile in vita come nella morte gli viene dedicato il Crazy Horse Memorial; una intera montagna che sta per venire scolpita a sua immagine nel Sud Dakota. «Quando morirò dipingetemi tutto di rosso e gettatemi nel fiume: così ritornerò. Se non lo farete ritornerò lo stesso, ma come pietra.» (Cavallo Pazzo prima di morire).

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2014. Tutti i diritti riservati. Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Statua in onore di Cavallo Pazzo, nelle Black Hills.” viaggi.virgilio.it.

Alaska, una fredda e calda Madre Terra

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Chi non conosce Steven Seagal? Oggi, come ieri, la sua immagine è fortemente legata a quella di un tipico attore di action movie: quel genere di pellicole dove, il protagonista di turno, risolve la trama a suon di sparatorie, scontri fisici, esplosioni e omicidi. Il suo compito è semplice, rozzo ed efficace. Seagal ha saputo costruire una soddisfacente carriera, al pari di colleghi come Arnold Schwarzenegger, Sylvester Stallone e decine di altri. Oltre ad essere uno dei più grandi maestri occidentali di Aikido e coltivare la passione per la musica, è un convinto sostenitore dei diritti degli animali e sostiene la causa dell’indipendenza tibetana. Sono alcuni aspetti della sua personalità poliedrica a dettare la trama della prima regia: Sfida tra i ghiacci, ambientato in Alaska. Celato dietro l’apparente filone a cui ha abituato il pubblico, l’interprete e regista consegna invece agli spettatori una pellicola diversa. Le basi sono quelle consolidate, è vero, dove azione e violenza conferiscono al protagonista di turno lo spessore necessario a soddisfare un certo tipo di palato. Tuttavia, Seagal offre un lavoro differente dai soliti. Infarcendolo di importanti messaggi che non possono passare inosservati. È una aperta denuncia che investe tematiche ecologiche ed ambientalistiche, con tanto di monologo conclusivo che, se tenuto da altri interpreti, avrebbe rischiato di guadagnarsi persino qualche altisonante riconoscimento. L’importanza della natura e della Madre Terra, così come dovrebbe interessare ogni singolo abitante del pianeta, la denuncia e l’impegno sociale sono evidenti. Le perdite di greggio coprono di petrolio, ogni anno, pesci e foche destinandoli alla prematura scomparsa. E gli Inuit, per quanto possano prodigarsi di fronte alla cecità dell’uomo, restano comunque soli. Messi in secondo piano, rispetto alla corsa verso l’approviggionamento delle materie prime. L’impatto climatico non solo danneggia pesantemente gli animali e mette a rischio la sopravvivenza di un popolo che si nutre di essi, ma non rispetta neppure le usanze ritualistiche e spirituali degli indigeni stessi. Gli Inuit denunciano a più riprese la condizione del pianeta e sono in prima fila per tentare di sensibilizzare la società di fronte a uno scempio che minaccia ogni singolo uomo.
In due punti del loro programma, auspicano:
Consolidare, condividere e far tesoro delle esperienze e visioni dei popoli indigeni sugli impatti del cambio climatico sugli stili di vita e l’ambiente.
Diffondere le strategie e le soluzioni per rispondere ai cambiamenti climatici dalla prospettiva delle culture, delle visioni del mondo e delle conoscenze tradizionali dei popoli indigeni includendo gli approcci basati sul diritto locale, nazionale, regionale e internazionale.
Il film di Steven Seagal ha incassato una ricca incetta di premi negativi, generosamente offerti da una critica aspra e implacabile. Lui venne deriso e accusato di onnipotenza e, forse, parte della responsabilità della carriera discendente dell’attore è dovuta anche a oscuri boicottaggi. Datato 1994, il film è ancora più attuale, a distanza di vent’anni. Quasi fosse destinato a prendersi una colossale rivincita a spese, purtroppo, dell’intera umanità. Nelle frasi del monologo conclusivo, l’attore dice: “responsabilizzare le aziende, non permetter loro di progettare prodotti che non siano biodegradabili o riciclabili al 100%. Le tecnologie per far ciò esistono da anni, si tratta solo di utilizzarle.”
Questo il video:

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2014. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Steven Seagal” sconosciuto.