Guardami negli occhi | racconto

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Eusebio Bianchetto è un mago, uno di quelli che girano nei teatri delle cittadine di periferia con un nutrito seguito di pubblico. È uno di quelli che veste in frac, con un papillon nero, una camicia bianca di pizzo e le ghette sulle scarpe. Ha lo sguardo stralunato e d’effetto, quando compie i suoi atti di magia. Il soprannome Bianchetto gli viene affibbiato da uno dei giornalisti che ne criticano la credibilità, ma è in seguito adottato dallo stesso Eusebio con vanto: nessuno è mai riuscito a smascherare i suoi trucchi e in particolare quello del bicchiere di vino. Al culmine dello spettacolo, si fa rovesciare da un volontario del pubblico un’intera bottiglia di vino dentro un singolo bicchiere, senza farlo traboccare nemmeno di una goccia e poi… zac!… un colpo d’occhi, e di mano, e il vinello bianco svanisce nel nulla. Santuzzo, un lentigginoso diciottenne dai capelli rossi e arruffati, è invece del mago un accanito estimatore e non ne perde un’esibizione. Ha soltanto un cruccio: quello di non riuscire a farsi fare un autografo dal suo idolo, che al termine della magia del vinello si ritira in camerino, facendosi poi riaccompagnare dal fido autista in limousine nera. Una sera, Santuzzo escogita un piano: segue i movimenti dell’autista del mago e, con un abile tranello, lo rinchiude in uno sgabuzzino.
«Che fine hai fatto, Orlando?» domanda l’artista, appena concluso il suo mirabolante numero con la bottiglia di vino.
«Se cerca il suo autista, mago Eusebio, le posso dire di averlo visto uscire di corsa dalla porta sul retro. Le serve un passaggio? Io non chiedo nulla, solo un autografo.»
«Massì, ragazzi, massì… datemi una penna che vi accontento!»
Santuzzo raccoglie due foglietti con due firme. E impallidisce.
«Adesso lasciatemi andare a cercare Orlando… hic… su, su, tornate a casa che è tardi per voi!»
Sbattendo contro lo stipite di una porta, che maledice, il mago Eusebio Bianchetto singhiozza, barcollando verso il retro.

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Per un pugno di becchime in più


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Arcimboldo è un pappagallo cenerino; dall’abile parlata e il cervello sopraffino. Costanzo lo aveva acquistato da un missionario italiano durante un viaggio nel continente africano e inizialmente non si capacitava di come avesse potuto il religioso, Padre Gastone, separarsi da un volatile tanto intelligente. Immaginava si trattasse del suo stomaco vorace; Arcimboldo chiedeva da mangiare diverse volte al giorno ed a Costanzo la cosa non pesava considerando i servizi resi dall’uccello. Lo aveva messo a guardia del negozio di ferramenta dove era impiegato con la scusa di doverlo accudire ed era stato doppiamente fortunato trovando nella proprietaria un’amante degli animali.
«Siamo d’accordo allora, io mi sistemo nel retro per la pennichella del pomeriggio, e tu mi avvisi nel caso entrasse un cliente o la signora Minerva. Ti lascio un po’ di becchime, così hai di che sgranocchiare!» lo aveva istruito Costanzo «Non fare mai il furbo, eh!»
«Cra… Cra… Cra…» avvisava il volatile quando giungeva qualcuno. I due continuarono con i loro proficui accordi per alcune settimane; l’uomo se la dormiva tranquillamente al pomeriggio e il pappagallo riceveva in cambio una generosa porzione di becchime in più. Poi le cose cominciarono a cambiare; Costanzo conobbe una ragazza di cui si innamorò e sostituì la pennichella con amorosi incontri clandestini nel retro del ferramenta. Preso dallo sconvolgimento ormonale iniziò a scordare di rifocillare Arcimboldo per i suoi servizi e quest’ultimo sentiva sempre più i morsi della fame. Un tardo pomeriggio, la signora Minerva piombò inattesa nel retrobottega a cercare il dipendente imboscato e cogliendolo in flagrante. I due amanti mezzi nudi vennero ricacciati dal negozio e Costanzo diede un’ultima occhiata interrogativa al silente pappagallo «Ma… razza di ingrato! perchè non mi hai avvisato?»
«Cra… Cra… Non fare mai il furbo! Non fare mai il furbo, eh!»

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L’artista del pennello

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«Ah che meraviglia! che intensità di colore! che mano incantevole e ferma!» osannava la facoltosa intenditrice di pittura «Ho trovato simili sfumature di pennello soltanto nelle opere del Kandinskij: lei è un maestro che meriterebbe maggior attenzione, Coccolone!». Costantino passava lo sguardo dalla Madama Coriandoli e dalla sua accompagnatrice Caligola al suo mentore: scegliendo delle figure allegoriche per ognuno di loro avrebbe optato per le tre scimmiette del non-vedo, non-sento e non-parlo. La Caligola cercava di smorzare a più riprese l’entusiasmo della Madama e non vedeva quanto questa era al di fuori di ogni contesto raggiungibile, rifiutandosi di sentirla. Il Coccolone non proferiva invece alcuna parola: probabilmente dentro di sè si augurava che altrettanto facesse l’accompagnatrice smilza e sgraziata, che l’ammiratrice in carne e portafoglio si decidesse invece a comprare le sue opere.
«Credo dovrebbe pensarci meglio Madama; a parer mio i quadri andrebbero rivisti sotto altra luce.»
«Così ho deciso e così farò, Caligola!» tagliò però corto la facoltosa intenditrice in carne e portafoglio. Estrasse il libretto degli assegni e scrisse cifre a più zeri per portarsi via due quadri con piena soddisfazione dell’acquisto.
«Certo che proprio non capisco come ci riesca, maestro: lei si mette qui al mattino, spruzza di aerografo con un po’ di colori a caso e le capita poi qualche riccona che sborsa fior di quattrini.»
«Sssst… Costantino! la riccona e la sua brutta strega potrebbero ancora essere a portata d’orecchio! E comunque occorre sbaraccare tutto e andar a ritirare i quattrini in banca con sollecitudine.» rispose il Coccolone.

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Il grande narratore

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Alfonso Alfonsi era un vorace lettore di romanzi. Leggeva quando riusciva a ritagliarsi dei momenti liberi nell’ozio delle sue giornate da nullafacente. Per lui il vero lavoro consisteva nel coltivare l’arte della scrittura e soltanto chi la possedeva entrava a pieno diritto nella categoria dei lavoratori. Qualsiasi altro mestiere era di contorno, secondario, superfluo. E non sapendo bene cosa scrivere, Alfonso Alfonsi preferiva delegare i lavori secondari ad altri. Finchè qualcosa non cambiò nella sua esistenza tranquilla da lettore di romanzi; affascinato oltremodo dallo stile di uno scrittore di best seller e smanioso di un minimo di attività decise di affrontare il sentiero impervio della penna.
Il vorace lettore di romanzi copiò e ricopiò alcuni degli scritti più brevi del suo romanziere preferito, ma semisconosciuto nel paesino di provincia dove abitava, e iniziò a proporli al circolo bibliotecario: il successo fu sbalorditivo e immediato e al copione venne riconosciuta una proprietà di linguaggio e poetica fuori dal comune. L’ozio venne accantonato e si dedicò a scopiazzare a piene mani spacciando gli scritti altrui come suoi.
La fama è però arma a doppio taglio che porta onori e oneri, quando il sindaco in persona gli chiese di comporre un testo che decantasse il paesino di provincia, il grande narratore si trovò in imbarazzo.
«Ho bisogno del mio spazio e delle pareti amiche per scrivere del mio paese».
«Lo comprendo» rispose il sindaco «ma vorrei che lei fosse di esempio ai giovani del paese, la prego di scrivermi qualcosa in mattinata, le metto a disposizione la sala ospiti del comune, i ragazzi aspetteranno fuori dalla porta».
Così Alfonso Alfonsi passò la mattinata dentro il comune, passò il pomeriggio e passò anche la sera. Quando venne letto il suo scritto i giovani del paese lo ricoprirono di pernacchie e il grande narratore si ritirò per settimane dentro le mura di casa.

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La donna cannolo

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La donna cannolo, all’anagrafe Bianca Sguaccevattelapesca, adorava i cannoli di adorazione smisurata, infatti non contava quanti ne divorava nell’arco di una settimana. In lei Giovannino Darancino aveva una cliente tanto regolare nella frequenza quanto sregolare negli acquisti; se prendeva un cannolo tornava più volte durante lo stesso giorno, se decideva di non tornare gliene portava via un cabaret pieno. La donna cannolo accumulava peso su peso e quel tipo di pasta siciliana era talmente di suo gradimento che sembrava non smaltirne nemmeno un etto; il suo corpo era ormai un’insieme di farina, vino bianco, zucchero, cacao amaro e sale con ricotta, canditi e cioccolata fondente. L’altra passione della donna cannolo era Mariolino Carotenuto, l’eterno fidanzato, uno status non per volere ma per necessità; tutti sapevano che era il suo promesso ma di promessa mai consumata. Ogni volta che lei si avvicinava da lontano, Mariolino fuggiva a gambe levate. Nelle rare occasioni in cui venivano visti insieme lui svaniva dietro la forma di Bianca, smilzo e di bassa statura rappresentava il suo polo opposto.
Un tardo pomeriggio qualcosa mutò, la donna cannolo fece la sua scorta alla pasticceria di Giovannino, ma il promesso fidanzato colto da un’inspiegabile gelosia si appostò dietro la vetrina per verificare la fedeltà della promessa fidanzata. «Ooooohhh Mariolino mio! sei venuto per me?!? vieni qui, lasciati abbracciare!» la felicità le fece persino scivolare il cabaret di paste sulle quali inciampò goffamente mentre protendeva le braccia verso di lui.
Nelle settimane successive Bianca Sguaccevattelapesca aumentò le visite nella pasticceria di Giovannino; un colpo di fortuna le aveva permesso finalmente di trovarsi a portata di mano entrambe le sue passioni di vita, i cannoli e il promesso fidanzato costretto a guarire nel letto dell’ospedale la rottura di una gamba e di sei costole.

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Filippo, un giorno o l’altro…

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Eccoti ancora qui. Con i soliti colpi di testa, mai una volta che ascolti veramente quello che ho da dirti. Mai una volta che almeno fingi di ascoltare. Usciamo insieme e facciamo la stessa strada da almeno quattro anni… quattro anni, Filippo; non un giorno o due, non una settimana o due, ma quattro lunghi anni.
Un tempo non indifferente, non credi?
Si potrebbe quasi pensare che tu mi prendi in giro, se veramente non fossi convinto che questo non è possibile.
Non lo è, non è nella tua natura (o si?).
Guardami; ti sembro forse una persona che ha tempo da perdere? In fondo che cosa ti chiedevo? qualche minuto insieme, respirare l’aria pulita della campagna, immergersi nel verde per sfuggire alla monotonia asfissiante della città!
Ma tu no; devi metterci sempre del tuo, Filippo! Rovinare ogni mio piano di libertà. Perchè è di questo che stiamo parlando. Della mia possibilità di lasciarmi alle spalle i pensieri dell’ufficio, di non sentire per almeno un pomeriggio di sabato ogni tre la cornacchia che mi sono trascinato all’altare. Filippo, un giorno o l’altro…

Oltretutto questo svago dovrebbe andare bene anche a te. Sempre rinchiuso tra quelle quattro mura. Respiri aria migliore della mia, di sicuro. Ma come fai a sopportare quella famiglia di tiranni? Ti danno vitto e alloggio e ti ritieni soddisfatto per questo? Ti svendi per così poco?
Io ho fatto la rivolta studentesca, Filippo! Non mi sono mai fatto mettere i piedi in testa da nessuno. Poi succede che conosco te, parrebbe intesa a prima vista, due amici naturali che hanno tanto da condividere. E all’inizio è anche così! Finchè non mi mostri la tua vera natura. Finchè non cominci con le tue sparate e mi scarichi qui, mi lasci con il culo per terra! E’ un comportamento da tenere? Credi che la tua condizione possa giustificare ogni cosa?

Filippo, un giorno o l’altro… il cavallo lo faccio io!


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Autore: Keypaxx © Copyright 2008. Tutti i diritti riservati.

Prosciutto e melone


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Anche questo mattino ci siamo spostati con il furgoncino di Salvo tra i campi di melone. Come ogni estate, come ogni santo giorno del mese estivo, come ogni giorno della settimana escluse le feste comandate. Mio cugino è un vero esperto del settore. Dalla semina che va da aprile a maggio, alla cimatura, sino alla concimazione. Tratta i meloni con cura perfetta. Gli Ananassi; dalla polpa scarlatta ed il frutto profumato. Il Retato degli Ortolani; dal frutto ricoperto e lungo. Il Cantalupo; dalle costole larghe, adatto agli antipasti. Accompagnato con il prosciutto. La pietanza formata dal connubio, prosciutto e melone, è diffusissima nei mesi del solleone. Con la caluria canicolare a farla da padrone. Vedo meloni ovunque; mi riempono il campo visivo in prospettive geometriche prima di raccogliersi ammassati sul retro del furgoncino rosso. E io non amo i meloni. Non li ho mai amati. Ma necessito dell’ospitalità di Salvo e di mia cugina Mara. Così mi tocca abbracciare (di vista e di arto) il Cucumis melo-Cucurbitaceae. Mara naturalmente ha poco tempo da dedicare alla cucina. Figli piccoli da badare, una casa grande da gestire, un’avversione per i fornelli particolare. Ed il connubio più gettonato dagli italiani trova posto sovente sopra la sua tavola bandita. Rifiutare l’ospitalità dei miei cugini è impensabile. Pranzare con prosciutto e melone per la milionesima volta, spinge il fumo ad uscire dalle orecchie come dalla caldaia di una ferrosa locomotiva sotto pressione che si inerpica sul Gran Sasso. Penso a diciotto modi diversi per costruirmi una bambolina voodoo con le fattezze di Mara.
«Oggi pranziamo con prosciutto e melone.. ti va bene?»
Non le rispondo. Mentalmente mi sento come Hannibal Lector.
«..Viene anche Simonetta, la nipote di Salvo, ricordi? lei mangia solo quello..»
«Simonetta? quella che ha…» gesticolo con le mani.
«Si, si.. quella che ha!» mi risponde ridendo Mara.
«Ho proprio fame, cuginetta… quando si pranza..?».

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Autore: Keypaxx © Copyright 2007. Tutti i diritti riservati.

Ti avrò

Ti avrò. Puoi cercare di sfuggire alla mia brama. Ma lo farai inutilmente. Perchè io ti avrò.
Non conoscevo neppure io quali fossero le mie mire. E’ bastato passeggiare lungo il viale alberato del sobborgo cittadino, dove l’aria densa dei tubi di scarico delle automobili si mischia alla clorofilla degli aceri e degli olmi. Dove le cince rumoreggiano sommesse tra gli spigoli delle foglie, prendendo il posto dei notturni caprimulghi dal canto muto. Coleotteri e farfalle, sopravvissuti alla caccia del rapace silente e lento, si divertivano a danzarmi sopra la testa. Rompendo gli schemi di una melanconoia serpeggiante e soffocante, quanto l’arsura che mi tempestava le tonsille. Poi ti vidi, al di là della strada, oltre la ciclabile vuota e desolata. L’asfalto cocente respingeva l’aria in un velo di carta stagnola, quasi temevo di non aver ben veduto la tua sottile e latente catena. Una possibilità minuscola ed infinitesimale. Come se Ulisse fosse riuscito ad eludere le sue sirene. Perchè ora non si trattava delle note stuzzicate dai passeri, nè del cupo stridio della nottola all’alba. Si trattava di te e di me. Di ciò che avevi risvegliato nel mio profondo; un’oasi scaturita prepotentemente dal deserto. Rapisti i miei occhi nell’istante stesso in cui si posarono sulla tua presenza. Compresi che ci saremmo appartenuti, poichè la mia vita non si sarebbe mai riempita altrimenti. Sfoggiavi una freschezza che suscitava invidia, una dolcezza che si poteva notare a distanza. In passato, occasioni simili mi erano scivolate sotto il naso per un nonnulla, per mancanza d’esperienza, per sbadataggine, per non comprendere appieno le priorità dell’esistenza. Stringerti, tenerti tra le mani; questo era ciò che desideravo davvero sopra ogni altra cosa. Carezzarti in punta di labbra, assaporare la fragola ed i frutti di bosco, i mirtilli ed il lampone, e chissà quali altri sapori intrisi nel tuo ventre sinuosamente curvo. No, questa volta non mi sfuggirai.
Ti avrò, ti avrò, ti avrò… maledetto di un gelato!

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