Prot – file 2 di 13

L’ambulanza giunse nel tardo pomeriggio per trasportare il vice sceriffo Ernest Calloway all’ospedale più vicino ad oltre mezz’ora di strada.

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Nonostante la grossa quantità di sangue uscita, il giovane non perse conoscenza. La pallottola era sbucata dal lato opposto della spalla. Senza ledere organi vitali. Considerando lo stato delle cose, Armand Constantine si riteneva un uomo fortunato. La brutta faccenda si era risolta con un solo ferito e molto spavento. Un risultato ampiamente positivo se paragonato all’ultima azione compiuta dal fuggitivo Mark Littercrown e conclusasi con un’autentica strage.
La fortuna va però aiutata. Ed in questo caso, l’aiuto era stato fornito da Prot.
«Ma che nome sarebbe… Prot?» chiese lo sceriffo all’uomo accanto a lui che lo aveva seguito sino al suo ufficio «Non hai un documento..?»
Ma nessuna risposta giunse dal volto nascosto da due spesse lenti da sole. “Andiamo bene” commentò mentalmente Armand. Cercava di mantenere la massima tolleranza possibile. In fondo, sebbene non sapesse ancora come, quello straniero aveva salvato sua figlia.
«Mi chiamo Prot… che altro le occorre sapere, sceriffo..?» fece infine la voce padrona di una calma assoluta e quasi innaturale.
Dall’aspetto gracile, alto poco più di un metro e settanta, vestito in modo classico con un’anonima camicia a scacchi ed un paio di pantaloni scuri, l’uomo restava seduto davanti alla scrivania del piccolo ufficio.
«Mi piacerebbe sapere da dove provieni, ad esempio. Senza un documento, potresti essere chiunque e fare qualunque cosa. Persino un complice del fuggiasco che hai fermato…»
Il padre di Angela si morse quasi la lingua dopo aver pronunciato quelle parole. Eppure che altra scelta aveva? Le domande facevano parte del suo ruolo. Ottenere delle risposte una parte importante del ruolo che svolgeva.
«E’ curioso…»
«… Che cosa trovi curioso, Prot?»
«Se io fossi un.. complice di Mark Littercrown.. perchè lo avrei tranquillizzato?»
“Tranquillizzato” ripetè a se stesso lo sceriffo. Un’espressione inaspettata che lo fece riflettere. Si asciugò il sudore copioso che scendeva dalla fronte. La temperatura si manteneva costantemente alta a Babeltown. Il clima secco del Texas conferiva alla piccola cittadina la parte di un’oasi di legno e cemento nel mezzo della siccità del deserto.
«Sentimi bene; ti sono grato per quello che hai fatto. Davvero. Non so ancora cosa e come lo hai fatto. Ma hai salvato mia figlia. E gli altri ostaggi. Littercrown è stato riportato in cella. In stato confusionale. Ed i suoi danni sono stati ridotti al minimo. Devo tutto ciò a te, Prot. Ti chiedo solo di non lasciare Babeltown per qualche giorno. Nel caso abbia bisogno di farti altre domande. Puoi alloggiare presso la locanda di Martha. Dille che ti mando io e ti farà un forte sconto per il tuo soggiorno. E’tutto chiaro?»
Il nuovo venuto non diede una risposta diretta. Si limitò ad alzarsi «Posso fermarmi sino a domani; il 27 luglio, poi dovrò.. partire. Dove si trova la locanda di questa.. Martha, sceriffo?»
«Di fronte al mio ufficio trovi lo store di Normand, sulla destra il barbiere, poi l’ufficio del giudice. La locanda è esattamente di fianco a quell’ufficio..»
Sbottò stanco e ambendo a concludere la drammatica vicenda.

Prot non disse altro. Varcò l’uscio dello sceriffo Constantine e si diresse dove indicatogli. Il padre di Angela estrasse nuovamente il fazzoletto dalla tasca della camicia. Il giorno ormai prossimo a far posto alle prime ombre della sera ancora non accennava a mietere l’arsura. Considerò di lasciare l’ufficio per raggiungere la figlia a casa. Desiderava farle capire che poteva contare su di lui. Ora più di prima. Prese le sue cose e si apprestò ad andarsene. Poi rammentò un particolare sfuggente. Solo allora lo valutò in modo più consistente. Per tutto il tempo trascorso con lui, Prot non sudò.
Non sudò mai…

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Autore: Keypaxx © Copyright 2007. Tutti i diritti riservati.

Prot – file 1 di 13 [prologo]

Mi chiamo Armand Constantine. Sceriffo di Babeltown. Quello di giovedì 26 luglio si stava rivelando come il giorno peggiore della mia intera vita. Mia figlia Angela stava per morire. E ben poco di quello che potevo fare mi avrebbe permesso di salvarla.

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Era uscita con due amiche per festeggiare il compleanno di una di loro. Non c’era nulla di pericoloso in quello che dovevano fare. Prendere l’auto, guidare sino al locale del vecchio Smith lungo la strada principale che portava ad Est, sedersi ad uno degli accoglienti tavoli di legno massiccio, e brindare con coca cola, patatine fritte e cheeseburger. Tutto qui. Quello che fanno normalmente i giovani quando si ritrovano. Passare qualche ora lieta in compagnia. Magari anche parlando male della severità dei genitori troppo apprensivi. Fa parte del gioco della vita. Lo so e lo accetto. Sono stato giovane anch’io, molti anni fa. Ma l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. L’incognita striscia insidiosa attendendo il momento opportuno per farsi viva. So anche questo. Avendo perso mia moglie da due lustri. Angela è una ragazza caparbia e dolce, aggressiva e tenera. Racchiude il meglio ed il peggio di quello che siamo riusciti a trasmetterle entrambi. Non è stato facile crescerla da solo. Seguirne l’educazione, gli studi, le compagnie giuste dovendo badare a tutti e due. Ho un vice a Babeltown. Un ragazzo allampato che fatica già a adempiere correttamente al suo lavoro. Per il resto il paesino ai confini del Texas conta poche anime. E sono tutte sulle mie spalle. Così, quando mia figlia aveva maggiormente bisogno di me, io ero dall’altra parte della mia giurisdizione. A separare una coppia di fratelli intenta ad assalirsi per faccende legate a proprietà terriere. Quando davvero le servivo non c’ero. E adesso Angela si ritrovava in ostaggio di un malvivente in fuga da un carcere nell’estremo Est. Ernest, il mio vice, a trattare per primo con il fuggitivo armato. Ricavando un proiettile nella spalla.

«Ascoltami.. qualsiasi cosa, ti ripeto, qualsiasi cosa tu voglia ne possiamo parlare. Sono lo sceriffo Armand Constantine. Ma libera gli ostaggi che tieni con te.» Provai a gridargli. Cercando di rassicurarmi sulle condizioni di Ernest seduto dietro l’auto di servizio con il braccio sinistro a penzoloni e la camicia imbrattata di sangue. Nel tragitto mi ero informato su chi fosse il fuggitivo. Mark Littercrown aveva fatto irruzione in una scuola qualche anno prima. Uccidendo tredici innocenti. Ferendo, alcuni in modo letale, cinque poliziotti. Condannato all’ergastolo. Senza più nulla da perdere. Mentalmente rivedevo gli occhi di mia figlia mentre mi salutava per uscire con le amiche.
«Mi senti..? Dimmi solo cosa vuoi. Farò tutto il possibile per fartelo avere. Devi solo parlare con me. Per favore… Voglio ascoltarti…» gli aggiunsi con un nodo che già mi stringeva la gola.
Fossimo stati in una delle grandi metropoli civilizzate se ne sarebbe occupata una squadra speciale. FBI, forse SWAT o chi per loro. Permettendo all’agente sentimentalmente coinvolto di stare in disparte. Ma eravamo in mezzo ad una zona semidesertica, circondati da una lunga ed interminabile strada e dai cactus. C’ero soltanto io ad affrontare l’emergenza. Pronto o meno. All’altezza oppure no. Un brivido di sudore freddo mi attraversò la schiena. E sapevo non essere il caldo opprimente.
Dall’interno del Siestahombre non proveniva alcun suono. Mi azzardai a compiere un passo. Poi un secondo in direzione del locale. Quando tre colpi esplosero verso di me. Ed il terzo scheggiò una porzione del mio stivale. Costretto, scivolai accanto alla macchina che proteggeva anche Ernest. Con la colt in pugno. Ansimando per la paura. Dannando me stesso per non sapere come guadagnare terreno.

«Se ti avvicini di un altro metro li faccio fuori tutti!»
fece d’improvviso una voce aspra al di là della vetrata rotta dalla canna del fucile. Freneticamente mi sforzai di pensare. Raccogliere l’attimo. Dire qualcosa che potesse trattenerlo. Impegnarlo.
«Che cosa vuoi, Mark..? Parla con me e farò in modo di fartela avere. Ma libera prima gli ostaggi. O non potrò fare nulla per te!» In realtà non avevo la minima idea riguardo al dopo. Sapevo solo di voler tirare fuori di lì mia figlia. E gli altri. Ma quanti altri erano dentro sotto la minaccia di quell’uomo?
«Almeno lasciane libero qualcuno. Fammi parlare con un ostaggio per sapere se gli altri stanno bene. Ti chiedo solo questo…»
«Qualcuno..? Chi vuoi, sceriffo? Una delle tre ragazzine, il vecchio o l’ometto qui vicino? O magari preferisci qualche singolo pezzo di uno di loro? Voglio che te ne vai. Voglio bere. Voglio essere lasciato stare. Non me ne frega niente di quello che puoi darmi tu. Ho birra e pallottole. Questo è quello che voglio!»
vomitò la voce aspra e tagliente come un rasoio affilato.
Quindi le ragazze ed il vecchio Smith non erano soli lì dentro. Forse potevo avere un alleato. Un ometto. Interruppi immediatamente le congetture. “Un alleato” sorrisi amaro. Cosa poteva fare un uomo disarmato contro un folle assassino? Per quanto mi sforzassi non trovavo vie d’uscita. Dovevo aspettare. Ma aspettare cosa? Che si ubriacasse di birra ed iniziasse a sparare a vanvera? Aspettare un aiuto divino? Attesi diversi minuti. Mentre un’altra cappa di silenzio scese ad avvolgere nuovamente il locale. Poi non resistetti oltre. Dovevo muovermi. Non avrei lasciato un minuto di più la vita di mia figlia nelle mani di un pazzo. Presi fiato. Contai sino a dieci. Socchiusi gli occhi. Quando li riaprì ero già in piedi. Pronto a riprovare ad avvicinarmi. Poi accadde l’inaspettato. La porta si aprì. Mark Littercrown uscì piangendo, mentre con le mani si teneva la nuca. Si mise in ginocchio, seguitando a singhiozzare
«Mi dispiace… Oddio.. mi dispiace…».
Dietro di lui comparve una sagoma sulla porta aperta. Un uomo avvolto da una calma serafica. Fu così che conobbi Prot…..

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