Zava • brano11di11

«Sei l’ombra di quello che eri… dove sono i tuoi scagnozzi? scommetto che non riesci più a fare presa neppure su di loro.»
Natasha Zavarovna era un fiume in piena. Rendendosi conto di quanto avesse temuto la figura davanti a lei, di quanto avesse ingigantito il male che avrebbe potuto farle oggi.
«Come sei riuscito a spaventare mia sorella? cosa le hai fatto?»
«Ho scoperto… dove abitava…» iniziò a sibilare l’uomo traendo forza dal perno offertogli dal proprio bastone «le ho telefonato… le ho ricordato i giorni della guerra… i giorni… e tutto il resto.»
«E lei ha avuto un malore, maledetto. Hai investito ogni tua risorsa per trovarci, non è così? non ti sarebbe riuscito altrimenti… e ora sei rimasto solo; con il tuo odio e il tuo rancore. Guarda a cosa ti ha condotto la tua esistenza… volevi questo? volevi quello che hai “regalato” a me? io non ho avuto scelta… ma tu… tu…»
Zava si coprì il volto con le mani aperte singhiozzando un miscuglio di emozioni. Emozioni trattenute, spesso messe da parte per non soffrire e per non fare del male, per non vedere scorrere la vita di fianco su un altro binario; un binario chiuso.
«Ma sai cosa ti dico? che io ho deciso di cambiare strada. Basta con le privazioni. L’amore dura il tempo che dura ed è meglio viverlo intensamente, fino all’ultima goccia, che lasciarsi mettere da parte per la paura di soffrire.»
Svetlan le prese la mano e la strinse forte, come se quelle parole fossero state in grado di ridargli gli anni perduti. E lei lo ricambiò con uno sguardo pieno di dolcezza e di… liberazione.
Poi entrambi diedero le spalle a Rasputin, o a quello che ne rimaneva, per tornare all’aria aperta.
«Sei consapevole di quello che ti aspetta adesso, piccola zarina
Lo guardò con espressione serena, come se improvvisamente un terribile peso le fosse stato sollevato dal petto.
«Come ho detto là dentro, Svetlan; si. So quello che ho perduto in questo tempo, so che non sarà facile vedermi ogni giorno come se non fossero trascorsi che pochissimi anni, invece di mezza vita intera. Ma so di avere una sorella che avevo lasciato per cercare di proteggere, so che ho una nipote da conoscere e so, soprattutto, se lo vorrai, di avere te.»
Poi si baciarono. Le labbra non erano quelle di due persone tanto evidentemente diverse di età all’apparenza. Il calore era lo stesso di un tempo. Della sera prima della partenza di Zava, di quando decidendo di non sopportare altrimenti, di non rischiare la sofferenza propria e quella dell’amato nel vedersi invecchiare e svanire a velocità tanto diversa, aveva stabilito di vivere altrove, lontana.
«Ci sono così tante cose da raccontare… ma una te la voglio dire sin da subito, zarina. Una la devi sapere adesso perchè per me è come se non fosse passato nemmeno un…»
Portò con tenerezza l’indice della mano destra davanti alla bocca del ragazzo di ferro per non fargli terminare la frase «ssssttt… avremo tutto il tempo necessario. Che siano pochi anni o pochi mesi non mi importa più; riusciremo a recuperare, in qualche modo, quello che abbiamo perso. Ma non hai bisogno di dire altro… ciò che provi tu lo sento anche io, Svetlan; riprendiamo a vivere da dove eravamo rimasti.»
Attesero abbracciati, sostenendosi l’un l’altra, il taxi che li avrebbe riportati verso l’ospedale.
Mentre solo, immobile a osservarli da dietro una finestra spoglia, rimaneva Rasputin. Posò gli occhi sopra il palmo della mano libero dal pomello del suo sostegno di legno, scorrendo lungo solchi lasciati dagli anni, sciancato nel fisico e nello spirito, rendendosi conto, forse per la prima volta veramente, di avere smarrito per sempre il sentiero impervio della leggenda.
«Mi chiamavano… mi chiamavano… il monaco oscuro…».

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Zava • brano10di11

Il tempo è un elemento bizzarro. Non sempre ci si rende conto del suo effettivo passaggio; lascia spiazzati, increduli, amareggiati ma, raramente, consapevoli. E senza dubbio alcuno, la consapevolezza del tempo passato non era una delle qualità di Rasputin.
«Il lascito di mio padre… del mio venerato e odiato padre… è stato quello di essere sempre un passo avanti, rispetto al popolo ignorante. Così il suo pensiero è stata… la mia dottrina. Ho cercato di stare un passo avanti ai militari… durante la guerra. Ho cercato di stare un passo avanti ai miei stessi alleati… durante e dopo la guerra. Ho cercato di stare un passo avanti anche alla… stessa morte; e con te ci sono perfettamente riuscito, a quanto vedo, piccola creatura dei giorni andati…»
comparve così senza preavviso, alle spalle di Svetlan Capulova, dagli antri oscuri dell’edificio abbandonato, perso tra ragnatele, macerie e segni di rovina. Rasputin, figlio ed erede della dinastia di Grigorij Efimoviã Rasputin, mistico ucciso il 29 dicembre del 1916, si trascinava zoppicando con l’ausilio di un bastone nodoso e contorto.
«È bello rivederti dopo oltre sessant’anni… sei cresciuta, come immaginavo, ti sei fatta donna… ma il tempo attorno a te pare essersi rallentato…» sbarrò gli occhi, egli stesso incredulo per i risultati delle sue alchimie. Ma non erano solo l’incredulità e la certezza a danzare come spiriti maligni attorno alle orbite infossate e incorniciate da folti peli bianchi, c’era un altro sentimento che Zava non riusciva ancora a decifrare.
«Non posso crederci… tu… tu sei vivo…? vivo dopo più di mezzo secolo…»
«Non di certo grazie a te, traditore. La mia fiducia nei tuoi confronti è stata malamente riposta. Altrimenti ora non sarei relegato in questa… questa assurda prigione…» rispose il monaco oscuro rivolgendosi a Svetlan «… tuttavia, pur avendomi privato della possibilità di preservare il mio corpo, non siete riusciti a privarmi della possibilità di preservare la mia mente!»
«Non fai più paura a nessuno… mostro. Sono fuggita per una vita intera alle tue persecuzioni. Ma adesso… non fai più paura a nessuno!» lo incalzò Natasha Zavarovna, puntando un dito accusatorio contro di lui. Se nel suo sguardo ci fosse stata la possibilità di esplodere fiamme, probabilmente, Zava e Svetlan si sarebbero trovati inceneriti sul posto; tanto era l’odio e la rabbia che l’uomo appoggiato al bastone sprigionava. E, finalmente in quel confronto finale, Natasha comprese quale era l’altra emozione che prima non era riuscita a decifrare. Rasputin, il figlio della leggenda del misticismo russo, la invidiava. Forse soltanto l’invidia, al pari delle sue doti di alchimista, era riuscita a mantenerlo in vita per ottenere quello che gli era stato a lungo negato.

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Zava • brano9di11

In quell’epoca, nel 1941 ai tempi della campagna di Russia, anche Svetlan Capulova era molto giovane. Il più giovane, appena quindicenne, della piccola brigata che accompagnava Rasputin. Ma anche quello con una coscienza ancora viva. Non approvava le azioni del monaco oscuro e se era costretto a sopportarle lo si doveva imputare al grado di fedeltà verso la compagnia di cui faceva parte. Non aveva ancora partecipato attivamente agli esperimenti. E soltanto per un caso fortuito, la morte di un uomo della brigata caduto in un’imboscata tedesca, era stato scelto per essere presente. Fu la fortuna e la maledizione di quei giorni; sopportò la vista delle due sorelle sottoposte a riti e intrugli di cui non comprendeva il significato, sopportò di vederle contrarre i muscoli del viso e del corpo in una evidente sofferenza mentre quello a cui venivano destinate produceva il suo effetto, sopportò di vedere il monaco oscuro disperarsi e poi esultare quando una delle due dimostrò concrete le teorie inseguite da anni. Ma non sopportò d’essere testimone del trionfo di Rasputin e della condanna delle due bambine; in una decisione che cambiò l’esistenza di molte vite, compresa la sua, decise di disertare. Forse l’esercito russo non appoggiava in toto il monaco oscuro, forse la piccola brigata di cui era membro non era nemmeno riconosciuta a livello nazionale. In ogni caso, Svetlan Capulova il soldato, Svetlan Capulova che per la sua forte fibra era già stato soprannominato il ragazzo di ferro, si ribellò agli ordini e sfruttando il proprio turno di guardia liberò Natasha Zavarovna e la sorella minore dalle loro celle.

«Non potrò mai scordare il ragazzo che mi ha salvata» gli sussurrò all’orecchio sinistro, facendogli percepire la voce prima dalla parte del cuore. Davanti agli occhi di Zava non c’era un anziano ottantenne, ma c’era lo stesso ragazzo che l’aveva liberata dalla prigionia e l’aveva tenuta con sè negli anni della guerra e in quelli immediatamente successivi.
«Non dovresti essere qui…» aggiunse poi con una nota di malcelata apprensione nella voce.
«Un tempo ero io a preoccuparmi per te, zarina» gli sorrise ironico in tutta risposta, guardandola dalla sua ragguardevole altezza ancora imponente, nonostante l’età avanzata.
«Dico sul serio, Svetlan, il cielo mi è testimone di quanto io abbia desiderato il tuo abbraccio… però è pericoloso stare qui dentro. So che lui è qui… lo sento…» ebbe il tempo di aggiungere Zava quando un respiro simile a un sinistro sibilo li avvolse.

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Zava • brano8di11

«Non puoi andartene ancora… ti ho seguita per tutta la città.»
Le disse la voce che avanzava tra le ombre dell’ingresso divelto. Apparteneva a una figura massiccia, un uomo che si avvicinava ai due metri di altezza e che procedeva con passo cauto verso di lei. Zava però non si sentiva minacciata dal nuovo arrivato, qualcosa (forse l’istinto) le suggeriva che non doveva temerlo. Se avesse avuto più tempo per riflettere avrebbe compreso che il suo stesso avanzare era indice non di una presenza negativa e pronta a insidiarla, ma di incertezza; Svetlan Capulova temeva di perderla di nuovo, come era avvenuto diversi anni dopo la guerra.
«Si lo so… adesso che puoi vedermi farai fatica a riconoscermi. Ma tu, incredibilmente… tu… sei rimasta la stessa!»
E ora, adesso che la timida e tenue luce in grado di illuminare l’interno dell’edificio disabitato lo avvolgeva, Zava era in grado di riconoscerlo. Nonostante il peso delle rughe, degli anni passati dal loro distacco, Zava aveva compreso chi fosse.
«Svetlan…? Svetlan… sei tu?!?»
«Sono io, zarina. Chi altri?»
Per un istante quasi interminabile il fiato le venne a mancare. Non lo riteneva facile (ma ci sperava); c’erano le stesse possibilità di una pioggia nel deserto. Rare, ai limiti dell’impossibile, eppure poteva accadere.
«Svetlan… io…»
«Sssst… non dire nulla, zarina. Non dire nulla. Però non aspettare ancora troppo prima di abbracciare questo… vecchio.»
Solo allora, come se si fosse spezzato un incanto che la tratteneva dietro un vetro trasparente, Natasha Zavarovna corse a riabbracciare l’uomo che era stato la sua salvezza. Mezzo secolo li aveva divisi l’uno dall’altra, mezzo secolo era passato senza sconti per Svetlan Capulova, il ragazzo di ferro, colui che le aveva permesso di continuare a vivere come una ragazza comune. Le sue braccia mantenevano ancora una straordinaria fermezza, come se invece di anni fossero trascorse poche settimane. La sovrastava dalla sua altezza, come una montagna ti protegge dalla bufera in arrivo donandoti un senso di sicurezza e un rifugio a cui poter ricorrere.
«Mi… sei mancato tanto… tanto. Non hai idea di… non hai…»
poi la voce le si spezzò in gola, incapace di trattenere le lacrime, incapace di bloccare le emozioni che il ragazzo di ferro ormai anziano era ancora in grado di liberare nel suo cuore. Gli anni, inevitabilmente, erano scomparsi.
«Si. Lo posso immaginare, adesso. Ho capito perchè te ne sei dovuta andare. Perchè hai lasciato la tua casa, hai lasciato la Russia e hai lasciato tutte le persone che ti… amavano

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Zava • brano7di11

Se qualcuno la stava cercando a distanza di tanti anni, e ormai Zava non poteva più dubitare di questo, in quel luogo forse avrebbe trovato risposte alle sue domande. Probabilmente non sarebbe mai venuta a capo di quello che le avevano fatto, certo, non ci erano riusciti gli esami a cui si era sottoposta durante la sua vita e non poteva sperare di riuscirci lei da sola, ma riteneva di essere giunta a un bivio; colui che la braccava non doveva più faticare nel suo inseguimento. Non si trattava più di mettere all’angolo una bambina affamata e disperata; ora Natasha Zavarovna era una donna che aveva sconfitto persino i rigori del tempo. L’edificio abbandonato da decenni serbava ancora i segni di mobili antichi sul pavimento malmesso. Alcuni, i più preziosi, erano stati fatti sparire da razziatori sconosciuti. Ma altri, come un armadio a muro spoglio e senza un’anta, occupavano ancora il loro posto di origine. La polvere regnava su ogni cosa e, tra le ombre, dei piccoli roditori si infilavano nelle crepe dei muri. Le ragnatele pendevano bianche come lenzuola messe ad asciugare, i filamenti attorcigliati con la grazia di ragni scrupolosi coprivano soffitto e pavimento. L’odore di muffa, umidità e di abbandono, permeava persino i sassi che erano sparsi in naturale disordine lungo il grande salone che costituiva il corridoio di ingresso.
Zava strofinò le maniche della sua giacca; a occhio nudo il rigonfiamento che le occupava entrambi i polsi era praticamente invisibile, ma bastò questo per darle un minimo senso di sicurezza. I due coltelli dentro una sottile fodera scura le carezzavano la pelle. Per sopravvivere aveva lavorato per alcuni anni in un circo, affinando una predisposizione particolare all’utilizzo delle lame da taglio. Una parte di lei pregava di non essere costretta a sfruttare quella esperienza. Ma un’altra parte era ansiosa di conficcare un coltello nella carne delle persone che avevano fatto finire in ospedale la sorella. Non era una violenta e il cuore le batteva forte nel petto minacciando di uscirle dalla gola in quel posto, però era stata costretta a difendersi negli anni più bui, e lo aveva fatto con successo affidandosi proprio alla sua abilità con le lame. Essere sola non la spaventava, non più. Era diventata una donna forte, temprata dalle difficoltà e da una vita dura dove essere scaltri è la sola possibilità di andare avanti. Si addentrò ancora di più tra le stanze vuote e fredde, senza sapere bene cosa cercare, ma conscia del fatto di essere un po’ figlia di quel sinistro edificio.
Poi, il rumore improvviso alle spalle le interruppe il filo dei pensieri. E Zava si voltò per affrontare di petto il destino.

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Zava • brano6di11

Prima di allora, prima di quel fatidico giorno del 1941, Natasha Zavarovna non sapeva neppure chi fosse Rasputin. Troppo piccola, una bambina di nemmeno dieci anni, con alle spalle problemi più concreti che non quelli legati alla leggenda del monaco oscuro. Un mito presumibilmente concluso ben venticinque anni prima, con la sua morte, avvenuta nel 1916. Eppure una figura eretica, profetica, mistica, carismatica e depravata come quella di Rasputin non poteva essere liquidata con una semplice morte. Quelle che apparivano come provette di laboratorio non contenevano semplici componenti chimici, gli uomini vestiti di nero che occupavano lo stanzone non erano comuni medici e ricercatori. Natasha Zavarovna, la piccola bambina accompagnata dalla sorella minore, comprese solo a posteriori che dietro le apparenze si celavano ben diverse verità; nel “laboratorio” veniva praticata una scienza diversa.
«Si fermi pure qui. Io sono arrivata, grazie» disse al taxista che sgranò sorpreso gli occhi dopo essersi guardato attorno «ma è proprio sicura, signora…? qui non c’è nulla, è una città abbandonata da anni. Una giovane donna come lei forse…»
«La ringrazio per la premura, ma non si preoccupi; qui non c’è nulla di pericoloso per me. Se vuole tornare a prendermi tra un paio di ore gliene sarei grata.»
Zava congedò l’uomo dandogli le spalle, prima che potesse obiettare ancora qualcosa. Poi, mentre il taxi si allontanava, iniziò ad incamminarsi verso le macerie degli edifici crollati. Alcuni ancora non abbattuti sembravano osservarla dalle orbite vuote di finestre prive di vetri. Non poteva negare a se stessa un profondo senso di disagio e non poteva neppure negare di aver creduto di non tornare più in quel luogo fino a che fosse stata in vita. Eppure era lì che lo aveva incontrato la prima volta con il suo innato carisma.
Rasputin, circondato dagli adepti dalle vesti scure, salutò le bambine con una luce famelica a illuminargli il volto, come un lupo che si pregusta l’agnello sacrificale. Capelli e barba incolta, occhi scavati nelle orbite profonde, tonaca nera a cingergli il corpo da capo a piedi, le chiamò a sè con un cenno della mano «venite… venite…» disse loro con voce possente, gutturale e roca «mi aiuterete a diventare il nuovo faro per il popolo russo… sarete orgogliose di aver servito la vostra gente in questo momento di guerra e rabbia. Venite… e preghiamo per l’amata Russia. Cacceremo il freddo dalle ossa, ci vestiremo di nuovo calore eterno!»
Poi gli uomini vestiti di scuro le spinsero verso le braccia aperte di Rasputin e non fu mantenuta la promessa di calore eterno, ma solo il freddo. Solo eterno, sconsolante freddo.

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Zava • brano5di11

Erano tempi oscuri quelli che Natasha Zavarovna vedeva dispiegarsi davanti a sè. Tempi che si raggomitolavano come l’elastico di una fionda si tende per flettersi nel lancio del sasso. E quel sasso, pesante quanto un macigno di proporzioni inaudite, era stato scagliato quel giorno lontano del 1941, il 13 luglio. Nella numerologia un numero che “porta bene” secondo alcuni, ma che “porta male” secondo altri. Era stato allora, nello scantinato di quell’edificio, in uno stanzino adibito a laboratorio, che lo aveva conosciuto. L’uomo-topo era stato di parola, da quel punto di vista, per lei e per la sorella più piccola c’era stato dell’altro cioccolato. Ma come già intuiva in quegli anni cupi nessuno fa niente per niente a questo mondo, e il cibo che era l’oggetto più importante per le due sorelle divenne un premio effimero e insignificante. In quel laboratorio, in mezzo ad ampolle di vetro e a tavoli con gabbie occupate da piccole cavie, tra odore di chiuso e di componenti chimici, Natasha Zavarovna la sorella maggiore venne a patti con il destino. Le raccontarono che stavano studiando nuove cure per le malattie portate dagli invasori della guerra, le raccontarono che dei piccoli corpi potevano offrire nuove possibilità di sviluppo per tutto il popolo russo, le raccontarono che aiutando i dottori a preparare nuove provette avrebbero avuto diritto a molti giorni di cibo e non soltanto di cioccolato, le raccontarono che avrebbero condiviso un rifugio sicuro e una stanza con dei letti per riposare tranquille la notte. E di tutto quel che le raccontarono a Natasha importava molto poco, aveva imparato a sopravvivere giorno per giorno, aveva imparato che i grandi sono capaci di bugie ancora più grandi. Ma aveva anche capito che per lei e la sorella c’era la possibilità di un po’ di respiro, di un rifugio e di qualcosa da mettere sotto i denti. Anche oggi, mentre vedeva la Mosca del ventunesimo secolo animarsi fuori dal finestrino del suo taxi, era certa di una cosa; che per quanto il prezzo da pagare fosse stato alto, probabilmente lei e la sorella non sarebbero sopravvissute senza quella oscura occasione piovuta dal cielo (o dall’inferno). Eppure anche oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, non poteva scordare il brivido freddo che le carezzò la schiena come una lama ghiacciata sfiora la pelle nuda. Quel brivido aveva un nome. E aveva anche un aspetto, un corpo e una voce. Corde vocali che modulavano parole con la stessa abilità con cui un ragno tesse sapiente la sua tela. Quel 13 luglio 1941 Natasha Zavarovna conobbe l’uomo che segnò la Russia e le leggende che ne seguirono. Quel giorno nefasto della seconda guerra mondiale conobbe l’uomo che non voleva concedersi alla morte; Rasputin, il monaco oscuro.

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Zava • brano4di11

“Non è possibile”. Continuava a ripeterselo come a convincersi che quella era la realtà e non l’ennesimo sogno che da cinquant’anni tornava puntalmente a trovarlo. Eppure l’aveva osservata per lunghi momenti nell’atrio dell’ospedale, attirato dai suoi capelli, dalla corporatura sinuosa, dal profilo così caratteristico e ricco di fascino da risultare quasi inconcepibile che non fosse davvero lei. Ma Svetlan Capulova, nonostante i molti inverni ormai trascorsi sulla terra russa, era lucido come un giovane ragazzo. Semplicemente; non poteva essere lei.
E allora perchè continuava a fissarla? perchè continuava ad aspettarla come se i miracoli potessero dare ancora un senso alla sua attesa? Così, nonostante la logica gli fosse contro, prese a seguire quella giovane donna. Una donna che dimostrava la metà dei suoi anni. Una donna che non avrebbe dovuto essere lì, non in quel tempo, non in quel presente.
Il suo modo di camminare, così agile e nervoso, così rapido e femminile (come solo lei sapeva essere), gli procurarono una ennesima fitta al cuore; era troppo veloce per poterla raggiungere. L’avrebbe persa di nuovo. Ancora. Stava quasi per disperarsi, per tentare l’impossibile, stava per chiamarla; ben sapendo che avrebbe dissipato il sogno a occhi aperti, come l’alba cancella gli ultimi residui delle notti d’amore degli amanti rendendoli per sempre legati all’oscurità e al pallido chiaro di luna. Poi, prima di fare accadere l’irreparabile, il destino gli venne in aiuto. La donna (lei) chiamò un taxi e Svetlan, grato, salì su quello dietro per non perderla (di nuovo).

Zava iniziò a riflettere sugli ultimi avvenimenti. I suoi pensieri non avevano mai lasciato del tutto le naturali considerazioni su quella misteriosa vicenda. Ma ora poteva permettersi di riconsiderare le cose da un’ottica differente, senza la paura per la sorte della sorella. Le era assolutamente chiaro un fatto; se Sonjia si era fatta viva dopo tutti quegli anni, se aveva corso il rischio ben sapendo che avrebbe messo in discussione l’incolumità della stessa figlia, le cose erano precipitate. Qualcuno doveva averle individuate, la loro copertura doveva essere saltata. Sorrise in modo amaro “qualcuno… suvvia ‘Tasha, tu sai perfettamente chi sono quelli che ti stanno cercando. Lo sai bene.” Se il suo intuito non la stava portando fuori strada, se davvero dietro i timori di Sonjia c’erano loro, la faccenda si sarebbe rivelata ben più complicata di quanto potesse attendersi. Come poteva pensare di cavarsela adesso? si trovava in una terra diversa da quella che aveva lasciato. Una terra che era cresciuta, cambiata, mutata. Molte delle persone che l’avevano aiutata la prima volta erano morte, e fare capire la gravità della situazione alle altre sarebbe stata impresa ardua. Tuttavia il tempo, alleato dei suoi ultimi anni, l’avrebbe resa ancora più difficile e ai limiti dell’impossibile. Zava guardò sfrecciare la città dal finestrino e un senso di ansia le avvolse l’anima come un sudario pronto a sopraffarla.

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Zava • brano3di11

Non potevano saperlo, in quei giorni il principale interesse delle due ragazzine era rappresentato dalla ricerca di cibo, eppure il fronte orientale noto come la campagna di Russia, stava attraversando le loro piccole vite. In quei giorni la sorella maggiore si era presa carico della sorella minore, le dividevano soltanto cinque anni di età. Ma, di fatto, l’istinto materno di Natasha aveva preso il sopravvento sul grado di parentela e lei si sentiva responsabile della sopravvivenza di Sonjia, come una madre si sarebbe sentita responsabile della propria figlia. L’estate del 1941 avrebbe avuto pesanti ripercussioni sull’Unione Sovietica del tempo andato, quattro milioni di soldati tedeschi e di loro alleati vomitavano la guerra come un drago poteva sputare il fuoco della sua rabbiosa bile.
«Vuoi mangiare, bambina? non avete fame tu e tua sorella?»
le chiese l’uomo basso e quasi calvo con occhiali da topo e lungo impermeabile scuro. I denti sporchi e l’aspetto trasandato lo facevano somigliare a un comune disgraziato come tanti. Di riflesso, Natasha si mise tra lui e la sorella, allargando le braccia all’indietro, in un gesto protettivo.
«Oh via, bambina… non ti voglio fare del male! siamo sulla stessa barca… se non ci aiutiamo tra di noi! allora… tu e tua sorella avete fame oppure no?»
Natasha fece un lento cenno affermativo con la testa, senza perdere di vista nemmeno per un attimo l’uomo davanti a sè, e continuando a cingere la sorella con le braccia aperte. I vestiti laceri e la carne pallida e magra parlavano da soli.
«Senti cosa possiamo fare; ora io prendo un pezzo di cioccolato dalla mia tasca e te lo passo. Se ne vorrai ancora dovrai solo fare un po’ di strada con me. Ho degli amici che ne hanno dell’altro. Sono in fondo alla via; vedi quell’edificio con le finestre alte… quello vicino al camion grigio?»
La bambina affamata fece un altro cenno affermativo identico al precedente, ma con una nuova luce dentro agli occhi.
«Bene. Ecco… prendi; questo è il cioccolato che ti ho promesso. Su… non avere paura di me, prendilo pure e dividilo con lei.»
Natasha allungò con cautela la mano destra, poi con un rapido movimento della mano che sbalordì l’uomo-topo, afferrò il pezzo di cioccolato, ne addentò un quadratino masticandolo con attenzione e divise il resto con la sorella.
«È buono, vero piccola? cosa ti avevo detto? Ma da come masticate voi dovete avere una grande fame. Grande davvero…
forza, seguitemi, allora. Vi farò conoscere gli amici che vi ho detto. Ora sapete che di me potete fidarvi
Esitando qualche momento, passando lo sguardo dall’uomo-topo alla sorella affamata, Natasha prese la decisione che cambiò per sempre le loro esistenze.

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Zava • brano2di11

L’odore è diverso. Lo è per ogni casa, per ogni quartiere, per ogni diverso paese. Lo percepisci solo quando ci torni, in un posto che hai lasciato a lungo. Ti rendi conto che non è vero il proverbio “tutto il mondo è paese”, lo è solo finchè non senti ancora gli odori.
Poi ogni cosa cambia, ogni cosa torna com’era.
«Devi venire subito in ospedale a Tverskaya.
Sonjia è stata ricoverata nel tardo pomeriggio.»
«Cosa sta dicendo…? Sonjia in ospedale? ma lei chi è? e come è successo? pronto… pronto…»
La sola risposta che le aveva dato era stato il ricevitore del telefono riattaccato nella portineria dell’ospedale. Si odiava per quello che stava facendo, un’altra spina da aggiungere alle già numerose disseminate lungo il percorso. Ma il fatto che fossero già numerose non l’aveva resa insensibile. E ogni volta era come se una fitta le attraversasse il petto. Si trattava di Sonjia, sua sorella, e di Fedora, la sua unica nipote. Odiava se stessa per comportarsi peggio di un’estranea, ma aveva avuto modo di riflettere sopra l’ambulanza.
E più ci pensava più riteneva di essersi comportata nel solo modo possibile. Delegare il ricovero della sorella alla sua unica figlia rimaneva la soluzione migliore per tutti. La riconobbe immediatamente, appena varcata la soglia della portineria, nascosta dov’era nella sala d’attesa in mezzo ad altri estranei, bella molto più che nella fotografia dentro la piccola cornice vista in casa di Sonjia. Con una punta di orgoglio pensò che in fondo le somigliava molto. Il modo in cui si muoveva, i piccoli scatti del corpo nel cercare informazioni sulla madre, i lunghi capelli corvini che le scendevano liberi lungo le spalle, le rimandavano un senso di familiarità. Per la prima volta dopo un tempo interminabile, le sembrava di appartenere ancora a qualcuno. Le sembrava di poter contare su dei legami e su radici solide. Fedora se la sarebbe cavata, ormai era una donna indipendente e con pochi timori verso la vita. Esattamente come lei. Sarebbe stato meraviglioso poterla abbracciare, accompagnare nella stanza di Sonjia, poterle offrire tutto il suo sostegno, stare accanto ad entrambe per superare quella situazione poco felice. Secondo i medici che aveva consultato prima dell’arrivo della nipote, la sorella doveva aver subito un forte trauma che le aveva causato un malessere improvviso. Ma non c’era rischio di complicazioni, nonostante l’età. Il ricovero era a puro scopo precauzionale, una serie di esami avrebbe stabilito se e quando poteva tornarsene a casa. Zava tirò un sospiro di sollievo; aveva solo iniziato a scalare l’iceberg scivoloso che le si parava davanti, però era riuscita a mettere al sicuro i suoi affetti e questo la rincuorava. Si alzò dalla sedia per dirigersi verso l’esterno e comprese immediatamente che gli odori stavano cambiando, prima ancora di accorgersi della robusta figura che aveva preso a seguirla.

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Zava • brano1di11

Le bugie a volte sono necessarie. Permettono di celare una scomoda verità, permettono alle coscienze di mantenere una parvenza di candore, permettono di far conoscere di una persona gli aspetti meno scomodi. In sostanza, le bugie servono. Zava non le trovava piacevoli, anzi, la pensava in modo decisamente opposto. Eppure, nell’arco della sua esistenza, era già stata costretta a farne largo utilizzo. Zava aveva mentito. Mentito sulle sue origini, quando era stata costretta a rivelare una parvenza di passato credibile. Certo, ben raramente si era trovata di fronte alla scelta. Il più delle volte evitava di parlarne. In fondo perchè alimentare voci quando le chiacchiere sono già diffuse? per dare legna da ardere a un fuoco che già arde sotto le braci? E Zava non trascurava il valore della legna. Da dove proveniva (dal vero posto da cui proveniva), riscaldarsi era importante. Specie nei rigidi inverni  in cui si era barcamenata prima di arrivare in Italia. In quei rigidi e infiniti inverni la presenza di Sonjia le aveva concesso di mantenere una umanità altrimenti impensabile. La stessa Sonja che oggi, dopo tanti anni di silenzio, si era fatta viva richiedendo la sua presenza.
Se il cielo aveva assunto un manto plumbeo e privo di ogni spiraglio di sole quando si trovava sopra l’aereo per Mosca, ora il restante viaggio in treno serbava le stesse caratteristiche. Probabilmente l’inquinamento atmosferico si era moltiplicato durante la sua assenza. O forse, semplicemente, la città la stava accogliendo con la stessa freddezza di sempre. Quella che le aveva riservato negli anni della sua adolescenza. Quella con cui l’aveva salutata quando era stata costretta a…
«Biglietto, prego.»
«Cosa?… oh si, mi scusi. Un attimo soltanto, lo ho qui…»
rispose al controllore intento a verificare i passeggeri della carrozza. Nel rumore delle rotaie, nel vagone mezzo deserto, Zava si era assorta nei propri pensieri isolandosi dal resto.
“Un errore imperdonabile!” la riprese una familiare vocina interna a cui cercò di non prestare ascolto. Ogni tanto saltava fuori, come un piccolo folletto che non dovrebbe esserci. Ma non ne era sorpresa, anzi; tornare a Mosca avrebbe di certo spalancato portoni chiusi a doppia mandata. Frutto di un passato vissuto con l’acqua alla gola.
Dal centro della città la sua destinazione era soltanto a poche fermate. Poi, pochi minuti a piedi l’avrebbero portata alla abitazione di Sonjia. Il bagaglio sopra le sue spalle era leggero; un grande zaino contenente qualche ricambio d’abito, un paio di scarpe di scorta e alcuni oggetti di prima necessità. In aeroporto non sarebbe riuscita a fare passare niente altro.
“Un altro errore, piccola zarina” tornò a farsi viva la vocina ben nota nei meandri della memoria. E lui sarebbe stato lo stesso dopo i lustri passati?
Lei poteva avvalersi del corpo di una trentenne, stando a quanto le riferivano gli ammiratori affascinati dalla sua femminilità avvolta in un alone di mistero e particolarità. Eppure, sotto certi aspetti, avvertiva il peso di anni che non dimostrava, a volte.
Inatteso sopraggiunse l’abbaio, quando ancora mancavano pochi isolati al suo punto di arrivo. E, per quanto le potesse sembrare difficile, era convinta di riconoscere quel tono.
«Vizulmo…» sussurrò con un filo di voce, certa delle proprie sensazioni. Si sistemò meglio lo zaino sulle spalle e prese a correre. Superò in corsa alcune centinaia di metri senza eccessivo fiatone; la rincuorava vedersi ancora in forma. La casa, isolata dalle altre, era esattamente come la ricordava; piccola e dalle finestre basse, con una tonalità di giallo sulle pareti ormai dall’intonaco compromesso. La porta aperta con il vecchio Vizulmo, conosciuto per lettera, ad abbaiare tra le ombre interne, mentre cercava di ridestare il corpo a terra e immobile di una donna ormai più che settantenne; Sonjia, la sorella minore di Zava.
“Andrà tutto bene… deve andare tutto bene!” si disse mentre buttava lo zaino a terra e correva verso la sorella. Ma Crodomira Zavaglia in Italia, e Natasha Zavarovna nella nativa Russia, mentiva a se stessa. Un’altra bugia. Un’altra ancora.

Autore testi: Keypaxx © Copyright 2006-2012. Tutti i diritti riservati.
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