I Lakota e Cavallo Pazzo

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Qualche mese fa tra le pagine di questo blog ha esordito una serie particolare, rispetto alle precedenti. Differiva dalle altre per l’argomento trattato, quello dei nativi americani. Protagonisti anche del mio nuovo romanzo: Luna senza Inverno. Un tema, da sempre, vivo e tumultuoso nei miei pensieri – e non potrebbe essere altrimenti, poichè accompagna le mie letture sin dall’infanzia attraverso migliaia di fumetti affiancati, in seguito, da un numero crescente di libri -. La serie Lakota mi ha permesso di esprimere una scrittura che evidenziasse la condizione attuale degli indiani d’America. Tentativo comunque soltanto accennato e che spazia attraverso le vicende di una giovane militare meticcia. Ma chi sono questi uomini, donne e bambini con l’appellativo di “Lakota”? Per capire qualcosa di loro occorre dare uno sguardo a quanto tramandato dalla storia e conoscere, per quanto possibile, le loro figure più rappresentative. La cultura dei nativi americani è complessa, affascinante e, a tratti ancora oggi, misteriosa. Probabilmente, uno dei capi più importanti di questa tribù è Cavallo Pazzo – nome dalla errata traduzione occidentale che sostituisce “il suo cavallo è pazzo” -. Si tratta di un personaggio persino leggendario grazie alle imprese, ai limiti dell’incredibile, attribuitegli. Tra le varie voci c’era quella relativa alla sua invulnerabilità alle pallottole. E persino quella che lo voleva in grado di presenziare tra il suo popolo in forma di spirito. Viene definito un guerrafondaio dalla sua stessa gente, ma il carisma e le indubbie grandi doti di guerriero gli procurarono, per volere di Toro Seduto e Nuvola Rossa, la nomina di grande capo guerriero. Cavallo Pazzo passa comunque alla storia per imprese realistiche e non soltanto inverosimili: sua è la tribù che affianca Toro Seduto nella battaglia di Little Bighorn – dove si consuma una delle vicende più controverse di sempre; l’uccisione del Tenente Colonnello George A. Custer -. Ha dedicato la sua intera vita a contrastare i militari che tentavano di conquistare il territorio, minacciando la vita e la libertà dei nativi americani. Con il tempo diventa un’autentica icona indiana. Oggi molti istruttori di scuola militare lo ritengono il più grande stratega mai esistito al servizio della causa indiana. Alcune sue frasi restano scolpite nel tempo rivelando l’essenza del rapporto forzato tra indigeni e invasori: «Noi non abbiamo chiesto a voi uomini bianchi di venire qui. Il Grande Spirito ci diede questa terra perché ne facessimo la nostra casa. Voi avevate la vostra. Non abbiamo interferito con voi. Il Grande Spirito ci affidò un grande territorio per viverci, e bufali, cervi, antilopi e altri animali. Ma voi siete arrivati; state rubando la mia terra, state uccidendo la nostra selvaggina rendendoci difficile la sopravvivenza. Ora ci dite di lavorare per mantenerci, ma il Grande Spirito non ci creò per faticare, bensì per vivere di caccia. Voi uomini bianchi siete liberi di lavorare, se volete. Noi non vi ostacoliamo, e ancora chiedete perché non ci civilizziamo. Non vogliamo la vostra civiltà! Vogliamo vivere come i nostri padri e come i padri dei nostri padri.» La forza della sua figura è tale da entrare persino nel linguaggio comune con il suo particolare e incisivo grido di guerra; “Hoka Hey!” (È un buon giorno per morire!). Un grido di cui la cultura americana, indebitamente, cerca di appropriarsi; lo possiamo trovare nella saga Star Trek, nel film Linea mortale e in Piccolo Grande Uomo, oltre che in numerosi omaggi musicali anche nostrani. Lo stesso capo indiano viene citato in opere letterarie e musicali, basti ricordare Oriana Fallaci nel suo Insciallah. Memorabile in vita come nella morte gli viene dedicato il Crazy Horse Memorial; una intera montagna che sta per venire scolpita a sua immagine nel Sud Dakota. «Quando morirò dipingetemi tutto di rosso e gettatemi nel fiume: così ritornerò. Se non lo farete ritornerò lo stesso, ma come pietra.» (Cavallo Pazzo prima di morire).

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2014. Tutti i diritti riservati. Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Statua in onore di Cavallo Pazzo, nelle Black Hills.” viaggi.virgilio.it.

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Lakota • parte14di14

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«Ciao, papà.»
Sistemò i fiori freschi e tolse i vecchi, ormai marci, dal vaso accanto alla lapide. Movimenti che le costarono delle smorfie dolorose; il fianco non smetteva di farle male. E avrebbe continuato a fargliene ancora a lungo. Un ricordo della sventurata notte in cui i nodi erano venuti al pettine. Lakota si riteneva comunque fortunata. Poteva andarle peggio. I medici lo avevano confermato con serietà; un centimetro più in là e ogni soccorso si sarebbe rivelato inutile. Dentro la borsetta aveva infilato il quotidiano appena uscito; c’era stato un polverone notevole ad Ottawa. Promesse di ogni sorta. E anche qualcosa di concreto. Il ministro, responsabile degli ammanchi di denaro destinato alla riserva dei quattro alberi e ad altre nelle vicinanze, si era ucciso gettandosi dall’ultimo piano di una camera d’albergo. La polizia aveva recuperato un piccolo quaderno in cui il politico aveva annotato ogni cosa.
Compresi gli omicidi commissionati.
L’aria era molto rigida quel mattino e la giovane alzò il bavero del suo giaccone. Lontano, il gracchiare di un uccello ruppe l’immobilità del cimitero. Le nubi si stavano raccogliendo pigramente a formare un’unica cappa della tonalità dell’inchiostro slavato. Presto sarebbe arrivata la pioggia e avrebbe avvolto il resto della giornata traghettandola verso un crepuscolo anticipato. Le restava un lungo periodo di riposo da trascorrere e Lakota desiderava impiegarlo nel migliore dei modi. Per cominciare, si sarebbe riavvicinata alla madre. Si rendeva conto, adesso che una prematura fine l’aveva quasi travolta, di aver trascurato troppo i vivi per dedicarsi alla memoria dei defunti. Il padre, e non poteva essere altrimenti, le sarebbe sempre rimasto dentro, in un angolo del cuore. Però quella fase della sua vita poteva ritenersi compiuta. Ne aveva onorato il nome, gli obiettivi, il ricordo. Probabilmente persino più di quanto potesse sperare. Il cammino delle riserve indiane era ancora lungo, irto di ostacoli, ma un’importante passo in avanti era stato fatto. Dal canto suo, si promise, avrebbe approfondito di più i rapporti con i loro costumi. Carezzò la foto del padre e la baciò. Prima di raggiungere il cancello d’entrata si fermò anche presso una tomba più recente. Sfilò dalla borsetta un altro mazzo di fiori freschi e li depose sulla nuda terra. Nessuno si aspettava la morte di George. E la famiglia, che risiedeva in un altro stato, si stava ancora organizzando per l’acquisto dei marmi. Lakota versò altre lacrime. Le sembrava ancora tutto così ingiusto.
«Il cielo sta per scatenarsi su di noi, “Fiore a Cavallo”».
«Lo so, “Cuore Puro”. Possiamo andare, adesso…»
«Hihanni waste
«Si… “qualcosa è andato bene, stamattina”.»
Gli sorrise con tenerezza. Poi accettò il braccio che il pellerossa le offrì. Era curvo, per via della fasciatura sulla ferita, ma si sforzava per non mostrarsi sofferente. Poi, il sole, in un ultimo gesto di compassione, prolungò l’ala di un angelo di bronzo su di loro. E li salutò smarrendosi dietro le nubi.

La camera lo disturbava. Era troppo bianca per potergli piacere. Infermiere e dottori andavano e venivano su e giù per il corridoio. Ogni tanto si sentivano urla e pianti. Tipico fardello della miseria umana, pensava, non certo della sua. Lo avevano sistemato dentro una singola, come se si trattasse di un ospite privilegiato. O di qualcuno con cui era meglio non avere nulla a che fare. La seconda ipotesi, chiaramente, era di suo maggior gradimento. E la sistemazione, in fondo, non era da ritenersi tanto sgradevole. Se non fosse stato per gli odori. Erano intensi. Prepotenti. Non li sopportava. Presto avrebbe dovuto far qualcosa in merito agli odori. Dopotutto aveva visto di peggio. E non sarebbe stata una misera pallottola, sparata a casaccio, a tenerlo a letto a lungo. Sentiva la placca metallica nel cranio già come parte di lui. Si svegliava e tornava a dormire. In continuazione. Un giorno però lo avrebbe anche portato fuori dalla stanza. Un giorno avrebbe portato altrove il suo silenzio.

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Lakota • parte13di14

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Il ministro accese l’ennesimo sigaro della sua pregiata riserva con un’ansia che minacciava di consumarlo prima del termine della notte. Qualcosa era andato storto. Le sirene spezzavano in ripetizione i suoi nervi ormai provati. Si dirigevano verso la riserva dei quattro alberi. E questa era la conferma ai suoi timori maggiori. Aveva fatto affidamento ai servizi del suo “uomo delle pulizie” per la quarta volta. La seconda da quando era stato eletto nell’Ontario. Non si aspettava di certo un fallimento. Di bassa statura e tarchiato, il politico attraversò la sua lussuosa camera d’albergo sistemandosi il nodo della cravatta e il lembo della elegante giacca scura a righe; si sentiva una belva in gabbia, incapace di trovare un bersaglio su cui scaricare le proprie frustrazioni. Era uomo cinico e opportunista, doti che nascondeva alla massa grazie a una innata capacità di affabulatore. Non sopportava che le situazioni rischiassero di sfuggire al suo controllo; per rimanere dove era arrivato occorreva tenere gli eventi legati saldamente a un filo invisibile. Un filo il cui capo, naturalmente, doveva rimanere stretto dentro la sua mano. Azionò la combinazione che chiudeva la piccola cassaforte dietro il dipinto di Renoir e ne prelevò un quaderno con sovracoperta in pelle; lì dentro c’era tutto. C’erano i conti relativi al denaro pubblico sottratto alle amministrazioni indiane, c’erano i principali nomi dei suoi complici dentro e fuori al governo. C’erano i motivi per cui aveva fatto assassinare diversi uomini, compreso Samuel Willow e la figlia (se il suo “uomo delle pulizie” era riuscito almeno a concludere il contratto); persone che gli si stavano avvicinando troppo. Se lo avessero preso (e ormai, per quanto si ritenesse intoccabile, l’eventualità non gli sembrava più tanto astratta), avrebbe trascinato con sè, nel fango, anche molti altri.
Magari sarebbe riuscito anche a patteggiare. Quel quaderno rappresentava la sua garanzia. La sua via d’uscita condizionata. Toccarlo gli restituì un po’ di sfrontata sicurezza. Stava per riporlo al sicuro tra le mura metalliche della stanza affittata ad uso continuo, quando un insieme di tabacco, rose, gelsomini e ambrosia penetrò nella camera invadendogli le narici con soave insistenza. Un senso di leggerezza lo avvolse, imprevedibile e improvviso. Era piacevole. Finchè non sopraggiunse il fumo. Sibilò da sotto la porta, in sottili e lunghe lingue tra la perla e la seppia. Il ministro stralunò. Il fumo salì verso di lui, annodandosi in spire dense. Formando membra, volti, corpi. Samuel Willow fluttuò davanti a visi incerti e pressanti. Levò un braccio e un indice; il dito, accusatorio, gli puntava contro.
«No… no… no! tu sei morto… morto… mortooooo!»
obiettò l’uomo grasso, avvicinandosi, senza rendersene conto alla ringhiera che dava sul vuoto.
Le urla, così come erano arrivate, si spensero nel nulla.
L’uomo della medicina, al di là della porta chiusa, raccolse i suoi oggetti sacri, richiuse la sacca a tracolla e si diresse con fare dinoccolato verso l’uscita.

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Lakota • parte12di14

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Galoppò con frenesia selvaggia mentre la luna baciava, in una sorta di indecenza naturale, il torso nudo piegato contro la criniera del cavallo. La sua gola lanciava le grida tipiche dei pellerossa sul sentiero di guerra. Sarebbe stato un credibile protagonista ai tempi in cui le pianure pullulavano di nativi americani impegnati nella caccia. Nel ventunesimo secolo però, “Cuore Puro” spronava disarmato il suo purosangue. Privo di arco e frecce, di scuri o di qualsiasi altra arma bianca. Il suo doveva essere un numero dedicato alla festa della riserva, dove avrebbe figurato con estrema efficacia. I colori della guerra, dipinti sul corpo e sul volto fiero, donavano un tocco particolarmente realistico e teatrale alla sua corsa. Lakota, ormai in ginocchio, con una chiazza cremisi sempre più ampia all’altezza del fianco sinistro, si rendeva conto di quanto stava accadendo intorno con dolorosa difficoltà. Un attimo prima, l’assassino la ghermiva con il filo della sua lama mortale, invitandola ad una danza macabra che si sarebbe conclusa con l’affondo definitivo. Il giovane pellerossa aveva spinto il cavallo tra i due cogliendo di sorpresa entrambi e ora girava in circolo a pochi metri da loro, creando quanto più baccano possibile. Per quasi un minuto il suo improvvisato piano funzionò; Silenzio appariva disorientato, incapace di affrontare una situazione del tutto impensabile. Ma, a differenza della ragazza che combattava contro i suoi conflitti interiori e i sentimenti esplosi con repentina violenza, del temerario indiano che rendeva giustizia al soprannome conquistato e agiva con forzata precipitosità, lui rimaneva un freddo e spietato esecutore capace di cogliere le benchè minime aperture. “Cuore Puro” emise un urlo più soffocato dei precedenti e inarcò la schiena perdendo la presa sulle briglie della sua cavalcatura. Quindi scivolò con un tonfo sordo a terra. Un fascio di luna, ancora una volta senza riguardo, luccicò contro l’argento dello stiletto conficcato nel suo dorso. Dopo averne scagliato il primo con la rapidità del lampo, Silenzio ne fece magicamente comparire un secondo che, stretto dentro il suo pugno destro, si preparò a calare sul corpo inerme del pellerossa. Lakota non si sentiva più le gambe; le energie stavano rapidamente lasciandola. Il petto si alzava e abbassava con un ritmo forsennato e il cuore minacciava di esploderle. Con uno sforzo tolse la mano sinistra con cui stava cercando di comprimere la ferita e la fuoriuscita del sangue, la portò al calcio della pistola, opposta alla destra, cercando di far tremare la canna il meno possibile. Poi, con gli occhi velati dal male, strinse l’indice contro il grilletto. L’arma vibrò e partì il colpo. Il rumore dello sparo congelò la giovane notte, sottraendo le promesse di piacere e di libagioni. Illuminando il buio, per un momento, con la stessa ferocia appartenente alle folgori degli dei. Poi non si mosse più nulla e anche l’oscurità scelse di non dire altro.

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Lakota • parte11di14


Sakima era rimasto a lungo dentro la sua tenda, mentre i postumi del rito si andavano dissipando lentamente. Aveva percepito la brusca uscita di Lakota pochi istanti dopo che la ragazza, profondamente contrariata, si era dileguata per smaltire quella che le appariva una rabbia legittima. I sacri spiriti non gradivano una interruzione di quel genere. Così, l’uomo della medicina ebbe il suo daffare per cercare di concludere il rito nel migliore dei modi. Tuttavia non si sentiva a, sua volta, adirato per il comportamento della figlia del suo amico bianco. Pregò per un’ora intera, più di quanto ritenesse necessario. Con voce sommessa, intonando cantichi antichi quanto la terra su cui gli uomini trascinavano le loro controverse esistenze. Sollevando le braccia al cielo e aprendole ad esso, come a raccogliere la benedizione da figlio umile e riconoscente. Intorno a lui, i quattro pali fissati a rappresentare i punti cardinali, brillavano di fioca luce aurea. Quando ebbe finito, ripose la sacra pipa dentro il fagotto della medicina e sistemò la coperta di pelle di bisonte dentro un bauletto in legno di frassino, tra altri oggetti destinati a varie ricorrenze. Insieme alla visione che aveva condiviso con Lakota stessa, aveva anche invocato, ripetutamente, la protezione dei sacri spiriti. Lo riteneva uno sforzo destinato a dare ben pochi benefici, in quanto, gli spiriti, erano stati molto chiari; la mezzosangue doveva abbandonare il corpo di polizia a cui apparteneva e andarsene altrove. Se voleva rimanere nel mondo degli uomini e non raggiungere, prematuramente, il regno dalle lunghe ombre; la terra che i pellerossa indentificano come il luogo dei morti. Sfinito, si alzò a fatica e raggiunse il vicino recipiente di terracotta con l’acqua fresca. Bevve lentamente, ristorando il corpo provato da un digiuno durato diverse ore. Presto, quella stessa sera, avrebbe avuto luogo la festa del bisonte bianco e altri anziani si sarebbero presentati alla sua tenda. Non si sentiva però dell’umore giusto per partecipare alla ricorrenza. Gli sembrava, anzi, di fare un torto ai propri antenati nell’ignorare i pressanti e oscuri presagi che gravavano sopra i Chiantaka. Se la giovane figlia del tenente Willow fosse stata meno avventata e avesse permesso ai sacri spiriti di terminare il loro messaggio, adesso si troverebbe al suo fianco. Avrebbe compreso cosa era necessario fare per salvaguardare il futuro della tribù. Rivestì il busto denudato e segnato dalla pittura con cui si era ricoperto per il rito e prese con sè la sacca a tracolla. George Buttler lo vide uscire quando i preparativi per la festa stavano per iniziare e lo osservò incamminarsi verso l’esterno della riserva, in direzione della vicina città. La faccenda lo lasciava un po’ perplesso e si chiedeva dove fosse finita Lakota. Decise però di non darvi eccessiva importanza e si mise in attesa della ragazza. Vedendola tornare di lì a poco. Insieme al proprio destino.

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Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Pondering Prey” Vlad Khodski.

Lakota • parte10di14


George Buttler era una semplice pedina nello scacchiere di Silenzio. Non esisteva una motivazione collegata al contratto stipulato per uccidere Janet Willow. Ma nemmeno una per lasciarlo vivo. Il giovane giaceva come un sacco vuoto, accasciato in maniera scomposta, accanto alle gambe del suo assassino. L’uomo si era abbigliato alla maniera indiana; una tuta mimetica scura e un cappello da lavoro, a tesa larga e morbida. Per ogni tipo di ambiente, Silenzio disponeva della capacità di adattarsi con efficacia. Anche adesso, trascurando il particolare della lama stretta nella mano scarna e ben celata ai pellerossa intorno, riusciva a passare per uno dei nativi. E George Buttler, con la divisa in ombra tra il fogliame che li circondava, soltanto un ragazzo che aveva alzato un po’ troppo il gomito e aveva ceduto prima degli altri. Un fagotto umano a cui non veniva prestata particolare attenzione, con le bottiglie d’alcol che passavano di mano in mano. Lo aveva ucciso per sconvolgere Lakota. Per costringerla ad affrontare il terrore e la paura. Per farle smarrire la via della razionalità a cui la ragazza, come ben sapeva avendola studiata a lungo, si affidava. Dopo l’incredulità e lo smarrimento iniziali, l’addestramento soccorse però la giovane; impugnando a due mani la pistola in dotazione, Lakota iniziò a farsi largo tra la bolgia in cui la riserva dei quattro alberi era precipitata. A fatica riuscì a superare i pochi metri che la separavano dal compagno di accademia; si stava formando un’autentica calca umana dovuta al passaggio di un gruppo di pellerossa già palesemente brilli e destinati a peggiorare nel volgere di poco tempo. Dopo aver visto defilarsi l’assalitore, la sua prima intenzione era di verificare le condizioni dell’amico, prima di tentare un qualsiasi inseguimento. Ma, una volta raggiunto, non potè evitare di farsi colpire da un senso di profondo sgomento; come temeva, per la sua totale immobilità, George era già morto. Fece appello a tutto il proprio autocontrollo per non crollare in ginocchio, disperata. Doveva dare l’allarme, doveva avvisare che un assassino stava circolando nella riserva. E commise l’errore. Si rialzò con l’arma ancora più stretta tra le mani e si inoltrò verso la boscaglia; il punto in cui era certa di aver visto scivolare via l’omicida. Come il mamba nero permette alle vittime di compiere sette passi prima di cadere sotto il loro letale veleno, Lakota ebbe occasione di percorrere la breve distanza che la separava dagli alberi circostanti. Poi, Silenzio si mosse. Rapido, agile e mortale. La giovane mantenne un’attenzione alta e concentrata, ma disturbata da pensieri e suoni. Da una parte rammentava gli ammonimenti di un padre fumoso, dall’altra era trascinata dai ricordi felici vissuti con l’amico George. E intorno, la babele di suoni esplodeva. Quando si accorse dell’ombra era tardi. Ravvisò una fitta al fianco e, portandosi una mano su quel punto, lo trovò cosparso di un liquido rosso che aumentava a ogni istante.

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Lakota • parte9di14


In realtà Lakota non era contrariata con l’uomo della medicina per la visione del padre defunto, scaturita dal fumo artificioso creato dentro il suo tepee. C’era dell’altro. Ed era ritenuto così inaccettabile da nasconderlo persino alle stesse motivazioni che l’avevano spinta a uscire dalla tenda, ancor prima del termine del rito sacro. Samuel Willow fluttuava già nell’aria, nella sua inedita consistenza fumosa, da un tempo impreciso. E la figlia manteneva un’espressione tra l’incredulo, lo shock e la più profonda commozione da altrettanto tempo. Pietrificata, come se un mistico collante la legasse ineluttabilmente a quell’insieme di tabacco, rose, gelsomini e ambrosia che galleggiava a mezz’aria invadendole le narici con soave insistenza. Lakota era incapace di proferir parola (quelle sarebbero tutte esplose dopo, sottoforma di epiteti rabbiosi nei confronti di Sakima), rapita dal ricordo, materializzatole davanti, del genitore scomparso. La situazione sembrava destinata a non mutare ancora a lungo. Lei seduta a gambe incrociate, alla maniera indiana, lui in piedi, a un paio di metri di distanza, sollevato dal suolo. Era irreale; si scontrava con il credo, fortemente pratico, in cui Lakota aveva sempre riposto la sua fede. Rispettava gli usi e i costumi dei pellerossa, a cui da parte di madre apparteneva, ma dentro di lei aveva sempre predominato il mondo civile e militare delle orme paterne. Adeguarsi alle usanze dei nativi, che mirava a proteggere dal lato oscuro dei governanti canadesi, era un conto. Accettarle e approvarle come dogma era invece ben altra cosa. Da sempre si riteneva convinta che non era necessario calarsi in prima persona nei loro cerimoniali per offrire un apporto solido. E, in un certo senso, aveva preso con estrema leggerezza la comunicazione, da parte de l’uomo della medicina, di volerla mettere in contatto con il tenente Willow. Accettò per un semplice atto di deferenza nel tentativo di non urtare la suscettibilità di Sakima, convinta di trovarsi di fronte a un cerimoniale pieno di fumi e odori ma senza alcuna sostanza. Non poteva però nascondere il suo stato di profonda inquietudine; comunque andasse il rito, la disturbava fortemente intaccare la memoria paterna. Le cose presero però una piega ben diversa quando Samuel Willow le parlò. La voce, una eco inspiegabile nei meandri della mente, affiorò senza preavviso. Scuotendola dal suo stato di apparente immobilità.
«…Devi andartene, Janet… abbandona il corpo… cambia città… lascia la riserva… o rischierai di morire molto presto!»
Stravolta dal messaggio, Lakota non attese oltre; si scontrava con tutto quello che rappresentava ed era. Suo padre, il suo vero padre, non l’avrebbe mai spinta ad abbandonare quanto fatto con sacrificio e fatica. Così, solo a quel punto, scagliò la sua rabbia contro Sakima e abbandonò, furiosa, la tenda.

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Lakota • parte8di14


«Lakota… ehi, Lakota!» si sforzò di farsi sentire George Buttler, compagno di accademia di Janet Lakota Willow. Per quanto alzasse il volume della voce, l’impresa appariva ardua in mezzo al baillame causato dalla manifestazione nella riserva. George non era però persona da scoraggiarsi facilmente; tra i più alti del corso, con il suo metro e novantacinque di statura, somigliava a un faggio dei boschi ricoperto da una divisa. Dava un senso di robustezza e affidabilità; non per niente aveva legato sin da subito con la ragazza, divenendo tra i migliori e fedeli compagni d’armi (e aspirando a diventare anche qualcosa di più, nelle sue recondite speranze). Apparteneva alla metà degli allievi che utilizzava il termine “lakota”, affibbiato alla giovane, con significati positivi. La quantità di nativi americani approdata quella sera dentro i confini della riserva dei quattro alberi era consistente. Il territorio pullulava di Chiantaka provenienti anche dalle vicine riserve e il numero cresceva di ora in ora. Quando George notò l’arrivo della compagna di accademia, i pellerossa avevano già superato qualche centinaio di unità, dando il via a danze piene di ritmo e colore, di suoni e di grida. La festa del bisonte bianco, antica tradizione tramandata dagli antenati, stava ormai per raggiungere il suo culmine iniziale; il momento in cui i nativi americani, appartenenti alla tribù, si sarebbero raggruppati attorno ai fuochi da campo, per cucinare la carne e rendere omaggio ai sacri spiriti. L’intenzione di Lakota era quella di raggiungere la tenda di Sakima e di scusarsi apertamente con lui per l’accaduto. Dentro di sè sperava che l’uomo della medicina non percepisse il conflitto interno contro con cui stava combattendo; non lo aveva perdonato della visione (sicuramente artefatta e meschina) del padre defunto, ma comprendeva che le ragioni personali dovevano essere secondarie rispetto agli interessi della riserva. Si trattava di masticare un boccone amaro per proseguire con l’eredità di intenti lasciatale dallo stesso padre. Un compromesso doloroso ma necessario. Contrariamente a quanto previsto, l’interno del tepee si rivelò però vuoto. Di Sakima, e degli anziani previsti in sua compagnia per quella notte, su cui intendeva fare ugual presa, non c’era nessuna traccia. George Buttler comprese l’obiettivo della ricerca della ragazza e si sbracciò con vigore. Poteva riferirle dove… ma non terminò il pensiero. Un improvviso calo di forze lo assalì. Pochi attimi dopo si accasciò già privo di vita sotto lo sguardo allibito di Lakota. L’espressione di felicità scaurita sul volto della giovane alla vista del compagno di accademia, si tramutò in sorpresa e orrore; dove prima si stagliava la figura rassicurante di George Buttler adesso, poco dietro, compariva uno sconosciuto dal fisico asciutto e scattante, con un volto anonimo, pallido, e privo di tratti somatici caratteristici, confuso con il resto della massa. Nella mano destra stringeva uno stiletto affilato e sottile, ricolmo di sangue ancora caldo.

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Lakota • parte7di14


Lakota era perfettamente a conoscenza che il suo gesto, dettato dall’impulso, le sarebbe costato molto. Se ne rendeva conto con il passare dei minuti e delle ore. Man mano che la sua rabbia verso Sakima scemava. Adesso non le restava che accettarlo fino in fondo e agire di conseguenza. Da quando si era presa a cuore “l’affare” delle Prime Nazioni, l’insieme delle tribù indiane sparse entro le riserve di Ontario e Columbia Britannica, aveva agito con estrema e sofferta pazienza. Si trattava di proseguire la strada iniziata da Samuel Willow, tentando di aggirare gli ostacoli già individuati da lui stesso; una bieca classe politica che aveva messo le mani sulle somme destinate alle Nazioni Native. Le condizioni di miseria e povertà in cui versavano diverse riserve indiane era palese. Nonostante ciò, un pericoloso scaricabarile stava avvenendo da alcuni anni tra i governanti canadesi e, parallelamente alle continue nuove nomine dei delegati politici responsabili delle sovvenzioni, si evidenziavano ripetuti ammanchi di denaro. I soldi pubblici finivano destinati a opere mai iniziate o, misteriosamente, nemmeno mai concluse in fase di progetto. Dapprima avveniva saltuariamente, con piccole somme facilmente occultabili. Ma, una volta morto il tenente Willow, i burattinai senza nome che agivano nell’ombra, si erano fatti più arditi; i pellerossa non destavano particolari preoccupazioni senza una figura affidabile che fungesse da collante tra militari e indigeni. E le tribù indiane si rifiutavano di collaborare con altri sconosciuti, facilitando perciò la ripresa delle sparizioni dei fondi. Visto il quadro globale della situazione, Lakota sospettava che il padre fosse a conoscenza, o si stesse avvicinando, all’identità dei politici marci coinvolti e, una volta sparito lui, questi si sentissero al riparo da ogni rischio, non considerandola un potenziale pericolo. La figlia di Willow si sentiva quindi dilaniata in due: Da una parte per via di un sentimento di profonda frustrazione dovuto alla propria giovane età ed inesperienza per dimostrarsi temibile quanto, chiaramente, veniva considerato il padre. Dall’altra provava una crescente speranza, priva però di particolari appigli, che l’essere sottovalutata dagli avversari nell’ombra portasse questi ultimi a compiere qualche passo falso. Senza alleati nelle Prime Nazioni, però, la speranza nutrita rischiava di svanire rapidamente; aveva la necessità di poter contare su testimoni di un certo peso dentro la comunità. Però, dopo l’interruzione provocata al rito sacro, si sarebbe dovuta rimboccare le maniche per risalire la cima, sin dalle fondamenta in cui era precipitata. Stava consumandosi nei suoi seri pensieri quando le tornò alla mente la ricorrenza indiana che avrebbe avuto luogo nelle ore successive. Forse, se avesse giocato bene le sue carte, se si fosse scusata in maniera inequivocabile e pubblica, poteva ricucire, almeno in parte, il rapporto interrotto con l’uomo della medicina. Sorrise con tenue calore, aggrappandosi all’idea appena sviluppata.
Sorrise, a pochi metri di distanza, celato da una massiccia quercia, anche Silenzio. Ma il suo sorriso era freddo e raggelante.

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Lakota • parte6di14


Silenzio rimaneva in disparte, non visto, al limitare del perimetro poco fuori la riserva dei quattro alberi. Non sopportava gli odori che gli arrivavano alle narici; se lo avessero costretto a restare giorni interi all’interno del territorio dei Chiantaka, con ogni probabilità, avrebbe rifiutato l’incarico. Non sarebbe stata una novità ignorare un lavoro, ma preferiva ridurre al minimo quella eventualità già concretizzata in passato. Se si fosse sparsa la voce, tra la potenziale clientela, del vero motivo per cui si era concesso di non firmare dei contratti, in pochissimi avrebbero compreso e giustificato le sue motivazioni. Trovare personale qualificato restava un cruccio anche nell’epoca tanto avara di lavoro con cui doveva fare i conti. Ma Silenzio non era un illuso; per quanto si ritenesse in gamba (e i fatti gli davano ragione), sulla piazza esisteva sempre un altro. Nessuno poteva credersi insostituibile, in nessun settore. Alla fine si trattava esclusivamente di numeri e pedine; se eri in grado di svolgere, con professionalità, una certa mansione, illuderti di essere l’unico in grado di farla era pura utopia. E lui era persona prettamente concreta e razionale. I sogni e le illusioni preferiva lasciarli ad altri. Quando veniva contattato per un incarico seguiva sempre uno schema preciso; si informava sul luogo, si informava sulle persone che abitavano in quel luogo, si informava sulle abitudini delle persone. Poi, a seguito dei risultati ottenuti, decideva come muoversi; capiva se il contratto avrebbe richiesto tempi brevi o tempi lunghi, capiva se era necessario portarsi un bagaglio leggero o corposo. Il guardaroba era determinante. Generalmente, potendo scegliere, preferiva muoversi in ambienti di una certa classe. Dove un abito elegante, costituito da una giacca scura, una camicia bianca in seta, un paio di pantaloni che cadessero dritti e senza pieghe (in grado di nascondere parte della scarpa ma lasciandone fuori i necessari tre quarti), lo facessero sentire a proprio agio. Naturalmente, se necessario, Silenzio era comunque in grado di adeguarsi ad altri stili anche più sportivi. Dal fisico smilzo e scattante poteva vestirsi senza tema di sfigurare nei più svariati ambienti sociali. Anche ai margini della foresta. Come nel suo attuale caso. L’importante, e in questo era maestro aiutato da un volto anonimo, pallido, e privo di tratti somatici caratteristici, era confondersi con il resto della massa. In modo da non lasciare alcun ricordo di sè. Osservò Lakota allontanarsi avvertendo che il tempo, ormai, era prossimo. Carezzò lo stiletto assicurato sul posteriore della sua cintura; fedele compagno di tante morti provocate. E si chiese quanti secondi sarebbero stati necessari per strappare la vita alla ragazza. Quindi, con una smorfia di disgusto, arricciò il naso. Rapido, come un vento gelido e imprevisto soffia tra le lapidi di un cimitero di campagna, si diresse nella direzione da cui era apparso. Non sopportava l’odore che lo circondava. Però non avrebbe lasciato l’incarico ad altri.

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Lakota • parte5di14


Quanto impiega una persona per costruirsi una reputazione? quanto impiega una persona a creare un rapporto superando gli ostacoli delle differenti categorie sociali?
Giorni, settimane, mesi o persino anni. È un lavoro minuzioso e continuo, che non può permettersi di lasciare nulla al caso. Lakota rammentava bene, con quale diffidenza, Sakima aveva accettato di parlare con lei. Certamente, di vitale importanza, erano stati i legami paterni della ragazza. Il suo appartenere a due razze diverse, compresa quella dello stesso uomo della medicina. Condizioni importanti, basilari, ma non sufficienti da sole. Sakima era uomo schivo e di poche parole, dedicava la maggior parte del suo tempo a quello che reputava essere il benessere della sua gente. Non sempre le sue azioni potevano risultare chiare e comprensibili. Anzi, era vero semmai il contrario. Arduo era anche il tentativo di indovinare la sua età; l’aspetto quello di un uomo vecchio, molto vecchio. Dai tratti somatici decisi e scavati nella pelle rugosa. La fronte ampia, attraversata da una miriade di solchi profondi, sembrava riflettere il suo stesso carattere; un labirinto di idee e intenzioni. La pelle color della terra bruciata dal deserto, rivestiva come un leggero sudario un fascio di nervature e ossa dove i muscoli, se erano presenti, avevano compiuto una efficace opera di mimetismo. I capelli, colore dell’argento, sembravano scie di stelle in una notte priva di luce lunare; li portava legati in una folta treccia, a ricoprire la linea della lunga schiena asciutta. Aveva sempre diffidato della polizia a cavallo; troppo differente il loro modo di concepire la legge e la giustizia da quello dei pellerossa. Così, Lakota si era avvicinata a lui cercando di instaurare un rapporto franco e aperto. Dandogli per prima la propria fiducia, senza per questo chiederla in cambio. Mirando a dimostrarsi rispettosa delle usanze che, in fondo, già conosceva per merito della madre sioux. Forse Sakima aveva apprezzato la sua apertura, o forse il suo senso di appartenenza a una razza relegata dentro una riserva. Forse entrambe le cose e, forse, altre ancora di cui Lakota non conosceva l’esistenza. L’uomo della medicina doveva aver visto i suoi punti cardine, i motivi che la rendevano fiera di indossare quella divisa. Sfortunatamente, almeno questo era quanto pensava ora Janet Willow, Sakima non era riuscito a distinguere anche le sue carenze. Punti deboli che avevano un nome e un cognome. Farle rivedere il padre, dopo tutta la fatica e l’indicibile dolore occorsi per accettarne la scomparsa, glieli scaraventò brutalmente davanti. “Ingannatore”, “maledetto bugiardo”, “vigliacco” gridò all’indirizzo dell’indiano, lasciando con sdegno e rabbia un padre fatto di fumo alle spalle. Quanto impiega una persona per costruirsi una reputazione? quanto impiega una persona a creare un rapporto superando gli ostacoli delle differenti categorie sociali? Lakota lo sapeva. E ora, adesso che aveva distrutto quel rapporto con un solo gesto, era rimontata a cavallo. Sola, infinitamente e irrimediabilmente sola.

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