Il Clown caduto

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Credete forse che un clown sia estraneo alla sconfitta?
Che riesca sempre ad affrontare ogni situazione della vita, con il sorriso dipinto sopra un volto sbiancato dal trucco?
Credete allora che un medico non possa mai ammalarsi, che un poliziotto non possa mai essere rapinato, che un falegname possa ritagliare legno quando la sua bottega è vuota?
Credete alle illusioni? Forse esiste un abile illusionista che vi ha messo davanti agli occhi una realtà differente dalla mia.
Non ci sono ombrelli, per rallentare la discesa. Non ci sono ruote, sotto biciclette dal manubrio ricurvo e dalla sella ribassata. Non ci sono secchi d’acqua, che si rovesciano sopra il deserto del momento. Semplicemente è successo; sono caduto.
Rotolato, ruzzolato, rovinato, scivolato, franato, precipitato.
Chiamatela come meglio desiderate. Una caduta rimane una caduta, con qualsiasi fantasia vogliate descriverla. Avrei bisogno di una voce. Ma il telefono di plastica e senza filo tace, staccato. Avrei bisogno di uno stimolo. Ma ogni amico è troppo impegnato a cercare di non stramazzare, a sua volta, dalla rampa delle scale. Così resto lì. Solo.
Indifeso, disarmato, sguarnito, scoperto, abbandonato, inerme.
Lo sconosciuto si avvicina mentre mi riduco a un fagotto di stracci, nell’angolo della strada, in attesa di essere raccolto insieme all’altra spazzatura. Ma lo sconosciuto mi osserva con viso sereno e attento, con animo candido e risoluto. La sua manica sinistra pende vuota. Distolgo lo sguardo, per non offenderlo.
«Ciao, pagliaccio. Un anno fa hai fatto sorridere mio figlio. Lui era ricoverato dentro il reparto di malattie terminali. Quando se ne è… andato… era felice per averti visto. Lui ha sorriso».
Lo sconosciuto allunga la sua unica mano e, d’incanto, la mia caduta rovinosa sembra nulla. Un sasso lungo la strada. Una buccia di banana, parte dello spettacolo della vita.
Così mi rialzo e mi rivesto dei panni del mondo.

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Il Clown e la dama

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Stelle filanti, addobbi e rampicanti. Questo è il ballo della scuola. Il ballo di fine anno. La danza per mettere in mostra studenti e studentesse. La danza della maturità matura. Ma quando esattamente si può affermare di essere maturi?
«Io sono sicura di essere scelta, sapete. Mi dispiace per voi. Sarò l’abbinamento perfetto della lotteria.»
Dice sorridendo. Dall’alto dei suoi tacchi e della sua pronunciata statura. Magra e sinuosa. Nemmeno un capello fuori posto. Boccoli biondi che adornano la superbia assoluta.
«Forse sceglieranno te. Ma non ne sono così convinta. Certamente sei bella, Annalisa. Anche troppo bella per i miei gusti. Non fosse stato per il conto in banca dei tuoi genitori, non ti saresti potuta permettere la nuova carrozzeria!»
Risponde la compagna accanto. Rossa di capello e dal viso ricoperto di efelidi nella parte superiore. Gli occhi verdi sembrano due piccole olive che sprizzano qualcosa di bollente; la sua invidia assoluta. Il suo peccato più peccaminoso.
«Siete due ragazze fortunate. Sì… siete davvero belle. Alte, magre, con dei vestiti meravigliosi e dei gioielli luminosi. Sono sicura che una di voi due sarà la prescelta. Ve lo meritate, lo devo riconoscere. Siete di una spanna più belle di me.»
Afferma la terza dama. Una bellezza meno appariscente. Dove i diamanti hanno lasciato il posto a dei vetri senza valore. Dove la seta ha lasciato il posto a dei tessuti meno costosi. Dove le calzature hanno del materiale meno prezioso del cuoio. Lì, in mezzo, brilla la qualità che ho sempre amato; la modestia.
Così, inevitabilmente, quando la prima slanciata ragazza dai boccoli d’oro viene scelta, seguita poco dopo dalla rossa piena di efelidi e invidia, mi avvicino a lei. Pesco il coraggio dentro un fiore di plastica. Rimiro collane di fieno e orecchini di latta. E due occhi pieni di vita, sotto una bruna chioma che sa di cose buone. Di cose pulite.
«A-ehm… permette il primo ballo al pagliaccio?»

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Il Clown e l’uomo che parte

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«Ho preparato la valigia, pagliaccio. Questo posto è troppo piccolo per me. Qui non ci sono prospettive, non c’è un futuro degno di questo nome. Qui non cresci; rimani uguale a ieri.»
Esclama, guardando verso la ferrovia al di là del quartiere popolare. Lui è l’uomo che parte. L’uomo inquieto ed incapace di accettare una strada troppo rettilinea. Lui ha bisogno di curve e pendenze. Ha bisogno di immaginarsi diverso, di immaginarsi con una cravatta nuova, sopra un abito di cotone e seta.
«Ho lasciato una lettera sopra la cassapanca in legno, quella nell’atrio del palazzo. Una lettera dove ho scritto le mie ragioni e le mie certezze. Dovrai farmi il piacere di consegnarla alla mia amata. Nelle tue mani, le arriverà con il sorriso dipinto.»
L’uomo che parte mi affida le sue parole impresse sulla carta. Strano che, nella serietà delle sue intenzioni, debba ricorrere all’ilarità di un pagliaccio per trasmettere sensazioni, altrimenti relegate alla freddezza di un inchiostro depositato nell’anonimo biancore di un foglio piegato, in più parti. La lancetta consuma il tempo e l’uomo che parte accumula ansia.
«Trovo assurdo che voi abbiate deciso di restare. Ci sono così tante possibilità, oltre quella collina dietro il sole. Ci sono le possibilità che non avete mai avuto, né mai avrete, pagliaccio.»
Prosegue, gesticolando verso il treno ancora lontano. Mentre in silenzio, osservo i suoi piedi ancorati al terreno; non ci sono ali spuntate alle caviglie. Non ci sono pattini a rotelle usciti dalle suole. L’uomo che parte, come ogni altro, dovrà camminare a lungo.
«Ho preparato la valigia, pagliaccio. Questo posto è troppo piccolo per me. Qui non ci sono prospettive, non c’è un futuro degno di questo nome. Qui non cresci; rimani uguale a ieri.»
Esclama, guardando verso la ferrovia al di là del quartiere popolare. Lui è l’uomo che parte. Ma i suoi piedi, oggi come ieri, restano lì. Ancorati al suolo e lontani dalla fermata del treno.

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Le mirabolanti avventure del pesce Clown

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Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu…
Quel che conosco mi fa venire la voglia di conoscere altro. E altro ancora. Sono il pesce pagliaccio, faccio sorridere il mare. Sono il pesce che non si perde mai d’animo, che dispensa leggerezza e spensieratezza. Sono quel che sono e non vi invidio. Non vi invidio davvero.
Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu…
Mi muovo a piccoli spostamenti, perché le mie pinne arrotondate non mi permettono altrimenti. La natura ha deciso di farmi assaporare ogni piccolo spazio e mi ha permesso di rivestirmi dei suoi colori; il rosso, l’arancio, il bianco. Sono un pesce rossaranciobianco, e a volte striato di nero.
Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu…
Dovrei vivere mille milioni di vite per percorrere tutto lo spazio che mi hanno messo a disposizione, così me lo lascio raccontare dagli amici merluzzi e dalle sogliole. Che a loro volta se lo son fatto raccontare da aringhe e sgombri. Che a loro volta se lo son fatto raccontare da altri pesci.
Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu…
Giro e rigiro. Giro su me stesso tra mille bolle blu. Giro e rigiro e vedo il sottile strato di maglia che scende verso il fondale, verso aragoste e gamberi, ricopre polpi e calamari, ridiscende e torna famelico per sollevare i miei amici verso il mondo di sopra e non farli tornare mai più. E io giro e rigiro. Giro su me stesso tra mille bolle blu.
Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu… Glu…
Quel che conosco mi fa venire la voglia di conoscere altro. E altro ancora. Sono il pesce pagliaccio, faccio sorridere il mare. Sono il pesce che non si perde mai d’animo, che dispensa leggerezza e spensieratezza. Sono il pesce che sfugge alla rete e che si perde sul fondo.

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Smarrimenti da Clown

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È accaduto. Come esattamente ancora non so. Forse conoscete il motivo per cui la luna mostra il suo viso agli innamorati? O il motivo per cui il sole generoso e maestoso nutre un mondo altrimenti nudo e spoglio? Non esistono i motivi. Soltanto i fatti, le conseguenze, la fatalità. Se accade è perchè una moneta precipita sempre su un lato imprevisto. Così come le previsioni hanno una percentuale di verità e una percentuale di dubbio; è accaduto perchè doveva accadere. Porto le mani al capo per la milionesima e una volta, mentre dondolo seduto sopra un letto sfatto. Chissà; magari il destino sarà magnanimo infine e mi concederà un’altra qualità, poichè questa sembra andata, sfumata, asciugata, rubata, bevuta, perduta. Come si sente il venditore svegliandosi al mattino senza più la voce per ingannare il compratore?
E come si sente il pianista di orchestra, accomodato sul seggiolo del suo pianoforte, dimentico della conoscenza delle note?
Smarriti, delusi, abbandonati, lasciati, traditi, consumati
.
«È l’ora, pagliaccio. È l’ora che tu possa finalmente affrontare la realtà nuda e cruda. Non ci sono sconti, non ci sono osti che ti permettano di mangiare alla loro tavola senza pagar tributo.»
Dico e mi ripeto. Affondando la lama nel petto, invece di sollevarla. Dedicandomi al passatempo preferito dai perdenti; l’autocommiserazione. Lo avevo, ma ora non l’ho più; il mio sorriso di rosso vermiglio pitturato. E un pagliaccio senza sorriso ha diritto a riconoscersi ancora tale?
«Non vi è diritto, solo dovere. Ci sono più oneri che onori. Rullino i tamburi, si dia il via alle danze! Mi rimetto alla clemenza del mio unico e vero sovrano: il pubblico pagante.»
Mi alzo, volteggio e mi inchino goffo. Solo allora ricompare. Quando mi rendo conto dell’assurdità di assecondare un sovrano senza corona, io, involucro vuoto, che posso obbedire solamente all’estro.

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Clown alle quattro

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Per prima cosa prendo il pettine. Ci sono tanti filamenti verdi e disordinati sopra questa testa; non sarà impresa facile metterli in riga uno dopo l’altro. Poi apro l’armadio per trovare, tra i miei fiori di plastica, quello più splendente e colorato. Sarà un fiore che danzerà di vita propria portando vita dove vita non c’è. L’appuntamento è per le quattro del pomeriggio, quando il cielo offrirà il suo sguardo più generoso. Quando il sole illuminerà anche i vicoli più nascosti.
«Smetti di essere agitato, pagliaccio. Sai che andrà bene e ogni cosa al suo posto. Oggi la primavera mi sorride, lo sento.»
Dico nervosamente, mentre il fiore si sistema sull’occhiello della mia giacca variopinta, mentre il trucco bianco mi ammicca dalla superficie dello specchio. Volteggio su me stesso come un ballerino ubriaco, con l’euforia del momento che invade ogni mio gesto, facendo a pugni con la paura e i dubbi. Devo scacciare l’incertezza con il mantice dei miei pensieri; non vi è spazio per il tarlo che divora senza tregua, per il picchio che si ostina contro il legno, per la barchetta di carta che scivola cieca sulla superficie dello stagno. Così mi precipito fuori, quasi rotolando come una palla scagliata dalla mano di un bimbo impaziente. Una palla di gomma che rimbalza contro i muri e si solleva girando a mezz’aria energica e gioiosa.
«Sono qui, mi stai sentendo, mia primavera? sono arrivato per te e ti porto in dote il mio fiore più bello, qui: sopra il petto.»
E finalmente la vedo; radiosa, fresca, misteriosa, leggera ed elegante. Ricca di profumi e piena di colori. La vedo e la corteggio superando l’imbarazzo. Poi però il sole si nasconde dietro le nubi scure e lei timidamente si ricopre rimandando a un’altra volta il nostro appuntamento. Resto fermo mentre lei svanisce dietro le ombre. Tornerò… tornerò domani. Con il mio fiore che danzerà di vita propria portando vita dove vita non c’è.

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Clown di oggi, Clown di domani

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Se potessi guardarmi allo specchio in questo momento, forse sarei un’immagine pallida, vampiresca. Sarei un pagliaccio senza sangue, un clown privato del calore. Perchè, ne sono certo, allo stesso modo si sente il clown che mi osserva.
«Anche per te è arrivato il momento, uomo del circo. Che cos’hai da poter mettere sulla bilancia? Cos’hai da mostrarmi?»
Le sue sono parole che scavano a fondo. Sono frasi dirette e prive di fronzoli. Vocali e consonanti aspre, prive di vie alternative, dirette e precise. Sono frasi mirate, come colpi di fucile, come palle di cannone che non hanno fiori dentro la bocca scura e profonda, fredda e metallica.
«Esiti forse? Non dovresti. Oggi non ci sono compromessi qui. C’è quello che sei e quello che hai fatto. Quello che hai lasciato alle spalle. Quello che hai raccolto lungo la strada. Quello che hai seminato nella tempesta e nella bonaccia. Ci sei tu, clown.»
Per tutti arriva questo momento. Arriva per i re, chiusi nelle loro gabbie dorate. Arriva per i fanti e per i cavalieri, persi nelle loro battaglie senza bandiera. Arriva per le dame di corte e per le dame di strada, perse nel trucco lavato dalla pioggia.
«Hai smarrito la voce? Sei così sorpreso che il conto sia giunto alla tua tavola? Ti sei seduto e hai pranzato. Io sono l’oste, sono il cameriere a cui hai dato il tuo ordine, sono la fine della corsa; il binario morto oltre cui non puoi procedere prima di aver pagato dazio. Io sono l’oggi che era domani. Io sono.»
Non se ne andrà, non senza avere ottenuto le risposte che desidera. Mi vorrebbe perso, pieno di rimorsi e rancore. Mi vorrebbe disilluso e amaro. Mi vorrebbe vecchio e sconfitto. Schiarisco la voce e gli offro l’unica risposta che posseggo.
«Vuoi che ti mostri qualcosa? Non ho nulla da mostrarti, è vero. Ho speso il mio tempo senza seminare raccolto. Ho speso il mio tempo senza raccogliere frutti. Ho speso il mio tempo colorando i sogni grigi della gente. Forse è poco. Ma forse è tutto.».

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L’uomo di carta e il Clown

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«Mi piace il tuo mondo. È un mondo fantastico e fiabesco, ricco di colori e di suoni. Pieno delle cose belle della vita, quelle che importano davvero, quelle che sanno di buono e di fresco. Domani… da domani voglio accompagnarti nel tuo cammino.»
Mi dice l’uomo di carta. È sincero nel suo rincorrere emozioni e nel carpire il profumo dei giorni giusti. Lui così composto, nella sua camicia bianca e nei suoi pantaloni scuri, nella sua cravatta con fermaglio laccato in argento, nei suoi occhiali spessi e alla moda. È sincero l’uomo di carta. Non ho motivo di dubitarne, è affascinato dalla mia vita di pagliaccio.
«Diritti e doveri. Sai, questo in fondo è la mia giornata; un insieme di diritti e doveri con un peso maggiore verso i secondi, naturalmente. Ho il dovere di lavorare nel mio ufficio grigio e chiuso. Ho il dovere di trascorrere la pausa pranzo con i colleghi della mensa, a parlare di quanto sia fedifrago lui o lei, l’altra o loro. Ho il dovere di tornare a casa ogni sera da mia moglie e di cercare di rassicurarla sulle prossime vacanze, sul mutuo che riusciremo di certo a estinguere. Ho il dovere di pensare a costruire una vera famiglia completa, di provare ad avere dei figli, di crescerli e farli studiare, di mandarli all’università e poi di vederli allontanarsi con un uomo o una donna. Ho tanti doveri, clown. Veramente tanti.»
L’uomo di carta continua il suo elenco. Ha una esistenza davvero piena, stando ad ascoltarlo. Potrei pensare che lui mi invidi. Invidia il mio costume, quello che sono, i miei capelli verdi e il mio naso buffo. Le mie scarpe troppo grandi e i miei pantaloni troppo gonfi di due o tre misure, le mie bretelle colorate sono abituate a sollevare pesi molto più leggeri dei suoi.
«Mi piace il tuo mondo. Domani… da domani voglio accompagnarti nel tuo cammino.»
E l’uomo di carta va a timbrare il suo cartellino, come ogni altro giorno di ogni altra stagione della sua vita. Domani tornerà e farà altre promesse. È sincero l’uomo di carta. Non ho motivo di dubitarne, è affascinato dalla mia vita di pagliaccio.

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Voli da Clown

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«Ancora un momento, aspetta prima di lasciarmi. Ho ancora molte cose da dirti, ho ancora molti pensieri da esprimere.»
Le dico in un sussurro che soltanto lei può sentire. Presto se ne andrà, non posso evitarlo. Fa parte del corso naturale delle cose. Potrei offrirle delle rose, dei ciclamini, dei gerani e delle margherite. Un numero improvvisato, l’estro e la fantasia. Potrei cercare di farla sorridere. Uno, mille, centomila modi diversi per raggiungere un risultato effimero; lei partirà.
«Aspetta… ho qui, nel mio taschino, un fischietto che si srotola, esce un omino simpatico e si toglie il cappello. Vuoi vederlo?»
Ho mani sudate dentro guanti bianchi e larghi. Mi occorre qualche minuto, solo qualche minuto ancora. Si sta alzando un vento leggero ma, in questo caso, il vento non è mio alleato. Prendo un fazzoletto da una delle mie infinite tasche, e un altro, un altro, un altro, un altro… una scia colorata di verde, giallo, blu, arancio, viola, bianco, marrone… una scia colorata di colore (mi occorre un momento, ancora un momento…).
«Ti voglio raccontare di quel giorno in cui è sparito il topolino del gigante del circo. Ci siamo svegliati un mattino e lui non c’era più: era finito nella bocca di un leone che se ne prese cura, finchè il gigante, grato e felice, lo riprese con sè.»
Blatero, parlo e straparlo, mi arrotolo lungo il pendio della parola, lancio sillabe, vocali e consonanti, però so di essere arrivato al momento finale, ormai sono sufficientemente vicino; lei ha deciso di partire. Abbandona il petalo del fiore di campo, apre le ali e, finalmente, prende la via del cielo. Resto a bocca aperta, perso nel disegno di ali leggere che vanno a baciare i raggi del sole.
«Vola! Vola! meraviglia meravigliosa; Vola, infine, Vola!»
E la farfalla, in un gesto di straordinaria generosità, volteggia sopra i miei capelli verdi, volteggia regina sopra il mondo degli uomini.

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Giornate da Clown

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La prima missione è un’impresa non da poco. Scendo quasi rotolando da quella carcassa a due ruote che molti hanno l’ardire di chiamare bicicletta. Nessuno nota la trombetta che strombazza dal mio manubrio ruggine, e chi la nota pensa a un numero improvvisato davanti alla macelleria. Faccio sorridere anche senza reclamare il costo del biglietto. Recupero la trippa per il gatto Freddy; sarò un pagliaccio frullo di testa, ma il mio amico a quattro zampe non salterà alcun pasto finchè dividerà con me la casa.
La seconda missione è pagare la bolletta della luce all’ufficio postale ed è altrettanto difficoltoso. Le persone in coda sono così inviperite da far spaventare rettili e dinosauri, gli impiegati fanno girare tasti e topolini, monetine e rettangoli di carta leggera. Al mio turno frugo dentro le mie dodici tasche del costume per trovare un foglietto stropicciato; il tributo al dio umano della luminosità per la dimora di un variopinto artigiano della risata. Un attacco di ilarità incontrollata colpisce la funzionaria al di là del bancone, ma completo anche questa missione importante.
La terza missione è la più importante, ed è salutata da una pioggia battente e da un vento ululante. Apro il piccolo ombrellino storto che tengo legato alla sella per non sciogliere il trucco e la cera. Pedalo zigzagando per superare la salita, per evitare le macchine che quasi mi investono dal senso opposto, per evitare che raffiche simili a mitraglie mi rispediscano a valle. Giunto al cucuzzolo avvolgo con una catena la carcassa a due ruote ad un frassino, procedo curvo contro la spinta del ciclone e degli scrosci dell’acqua piovana. Avanzo di due passi e ne perdo uno. Il rettangolo di terra smossa mi attende, mi accoglie silente. Lascio un bacio a una fotografia chiusa dentro una cornice ovale e un pensiero malinconico.
Quindi torno a valle e riprendo la vita per le briglie.

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Tempo da Clown

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Tic tac, tic tac, tic tac… centellina la sveglia e l’orologio, le lancette impazzano e girano, rotolano lungo un cerchio serrato e imprigionato da plastica o vetro. Trascorrono i secondi, i minuti e le ore, trascorrono senza sosta, intrisi di lacrime e di risate.
«È tardi, è tardi, si aprono le danze, cominciano i cortei. Non possiamo permetterci di rimanere fuori! È tardi, è tardi!»
Sentenzia il coniglio bianco e dagli occhi rosa. Il suo panciotto è collegato a una catenella con un enorme orologio bislacco.
Quanto è profonda la tana del Bianconiglio?
«Perdi tempo! perdi tempo prezioso, pagliaccio! ma il corteo non aspetta. Se ti muovi puoi entrare nei giochi. Ma se rimani fuori, sei fuori e basta. Il trucco è inutile, non inganni il tempo.»
Danza sopra la mia spalla sinistra, lo vedo in fondo al corridoio dalla porta aperta del camerino del circo errante. Probabilmente c’è sempre stato, anche quando non lo vedevo. Anche quando credevo che non ci fosse. Il coniglio bianco e dagli occhi rosa ha sempre agitato quell’enorme orologio bislacco. Eppure alle sue stranezze ormai dovrei essere abituato; mi ha permesso di capire che occorre fare molta attenzione ai significati delle fiabe.
«È tardi, è tardi, si aprono le danze, cominciano i cortei. Non possiamo permetterci di rimanere fuori! È tardi, è tardi!»
Tic tac, tic tac, tic tac… centellina la sveglia e l’orologio, le lancette impazzano e girano, rotolano lungo un cerchio serrato e imprigionato da plastica o vetro. Trascorrono i secondi, i minuti e le ore, trascorrono senza sosta, intrisi di lacrime e di risate.
Vecchio, nervoso e agitato; l’immagine che vedo allo specchio non ammette repliche. Chiudo la porta del camerino e mi inebrio con il profumo dei fiori freschi, il tempo non aspetta tempo. Siamo coriandoli colorati che danzano sulle ali di una tardiva primavera. Siamo coriandoli leggeri che devono riappropriarsi di una naturale leggerezza.
Quanto è profonda la tana del Bianconiglio?

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