Belladonna è salomonica

«Siete sicura di quanto avete udito, donna Sofia?»
«Ne sono certa. Tanto quanto le campane che rintoccano dodici volte alla mezzanotte, Don Basile.»
Il padrino di Spannaci, l’uomo che aveva inviato un suo tirapiedi per farmi pagare il pizzo, spinge in avanti gli spaghetti alle cozze, disgustato. Un rivolo di sugo forma una curva, mentre scende in basso, lungo la collinetta dove il tovagliolo protegge la camicia. Don Basile avvampa e, con un gesto autoritario, ordina all’anziano maggiordomo di portare via i resti di un pranzo cominciato bene e terminato peggio. Il doppio mento del boss trema, mentre balbetta altre domande.
«È grave la vostra accusa. Minaccia la tranquillità del nostro paese. E voi, più di altri, ne dovreste conoscere l’importanza.»
«Ne sono consapevole. Ma l’acqua e il pesce, qui a Spannaci, non li abbiamo mai negati a nessuno. Dico bene, Don Basile?»
«Assolutamente» asserisce lui, alzando una mano.
Come immaginavo ho colto gli argomenti migliori, per convincerlo a darsi una mossa. Scosta la sedia dal pesante tavolo dell’ampio salone e troneggia, con la sua imponente stazza, sul resto della famiglia: ragazzi e ragazze della moglie di primo letto, una dozzina di figli in tutto, dai dieci ai trent’anni. Santino Basile è seccato, preferisce gestire il potere sfruttando la semplice aura di paura che lo circonda. Ed è stizzito ancora di più perché sono stata io, a portargli la drammatica ambasciata. Una donna. L’ultima rappresentante adulta dei Belladonna. Una stirpe antagonista che si augurava di veder sparire dalla faccia della terra. Mi costa, ma abbasso il capo, soffocando il desiderio di ucciderlo davanti a tutti. Perché, se pure mi hanno portato via il patrimonio di famiglia, non sono riusciti a togliermi la capacità di pensare. Ritta nel mio lungo abito scuro, con le mani giunte in grembo, muovo tre passi di lato, scostando Nicola, mio figlio. Soffoco un inchino plateale, per non osare troppo, e lascio libero il passaggio a Don Basile. Mi ritiro così. In silenzio. Abbandonando l’immensa villa dagli alti drappi e dagli sconfinati arazzi, gli infiniti saloni saturi di mobilia pregiata, mi tiro dietro Nicola e scendo la scalinata che porta al mare.
«Mamma e ora che succederà? Ieri, quando siamo andati a trovare Don Vitale, hai detto le stesse cose.»
«Oh, non preoccuparti. Si urleranno contro un po’ di brutte parole insieme a qualche gestaccio. Poi li chiuderanno in una stanza buia, per un po’, con altri loro amici, dove avranno la possibilità di riflettere bene sulla piega che hanno dato al nostro paese» rispondo a mio figlio, giunti ormai in fondo alla gradinata.
«Però Don Vitale aveva preso in mano la lupara, mamma. Sei diabolica.»
«Sono soltanto imparziale, Nicola. Infatti, ora telefoniamo al commissario Di Dio e gli riferiamo che, tra poche ore, troverà sulla spiaggia due grossi cilliuni* pronti a spararsi addosso per una cassa di pesce marcio e una botte d’acqua distillata.»
Stringo la mano di Nicola e saltello sopra la sabbia. Adoro stemprare le giornate pesanti come facevo da bambina, fischiettando allegramente E vui durmiti ancora**.

*Stupidotti, tontoloni.
**E voi dormite ancora.

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Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Christina Ricci” dalla rete.
Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.

Belladonna si cautela

Ogni venerdì mattina, poco prima dell’ora di pranzo, Rosario Cellamare viene a comprarsi molluschi e crostacei per la frittura di pesce. Nonostante i consigli del medico e quelli che gli dispenso io stessa da dietro il bancone, lui ama accrescere il volume della sua pancia, per pavoneggiarsi con un profilo alla Alfred Hitchock: l’unico denominatore comune che divide con il leggendario maestro inglese della suspense. Perché Rosario si diletta di cinema ed è convinto di possedere i numeri per diventare un grande regista. Anzi, il più grande, a sentire lui.
«La produzione mi ha dato il via libera, Sofia. Ed ho ancora disponibile il ruolo di protagonista femminile della mia pellicola. Ti immagini i titoli dei giornali? Rosario Cellamare scopre la nuova Loren. Infatti, se ti ricordi…»
«Sophia Loren è stata lanciata da tuo nonno, l’immenso Petrosino Cellamare. Ma la sfortuna ha voluto riservargli un gigantesco torto e i suoi meriti sono andati a un altro» concludo per lui, ripetendo a memoria la storiella che mi racconta da mesi.
L’emulo di Hitchock non coglie nemmeno vagamente il mio sarcasmo e preferisce, invece, rincalzare la dose.
«Esattamente. Noi due, Sofia, abbiamo l’opportunità di riparare quell’incredibile ingiustizia e, allo stesso tempo lanciare, come meritano, i nomi dei Cellamare e dei Belladonna nel firmamento mondiale del cinema.»
«Suppongo al fianco di Angela Ghironiddi, la famosa star partita l’anno scorso, grazie a te, proprio da Spannaci» proseguo, spezzando con la punta del coltello un paio di molluschi più coriacei del previsto.
Il giovane regista diventa paonazzo e si gonfia in viso quanto un pesce palla. La mascella trema, sopra il doppio mento, le pupille gli si dilatano e diventano pezzi di vetro.
«Ehm… ho perso i contatti, con Angela. Purtroppo, certe attrici smarriscono il senso della realtà, una volta raggiunta la fama. La riconoscenza non appartiene a loro.»
«Dici? Strano, pensavo che la ragazza non avrebbe mai dimenticato il nome di chi le ha permesso di scalare le altissime vette del cinema internazionale. Di certo, qui al borgo non se l’è dimenticata nessuno. Un compagno di scuola ha mostrato al mio Nicola, proprio la settimana scorsa, la sua nuova pellicola: Angela ha le cosce calde e aperte. Un raro esempio di nona arte. A scuola ne parlano davvero tutti: preside, professori, genitori e, naturalmente, alunni» lo informo, mentre spezzetto in più parti un grosso merluzzo.
Rosario Cellamare è ammutolito. Balbetta un paio di frasi incomprensibili sulla facilità di smarrire la strada e sugli abbagli di alcuni contratti di lavoro. Basta una mia nuova occhiata per congelarlo all’istante.
«Portati via questi: sogliola, merluzzo, nasello e pesce azzurro. Niente frittura di pesce, dammi retta. Lascia il grasso ai registi inglesi e medita un po’ sopra sulle lezioni di tuo nonno.»
Lui, con i riflessi di un automa, prende il sacchetto, mi paga, abbassa lo sguardo sul ventre corpulento ed esce a prepararsi il pranzo. Oggi, fritto misto e cinema hanno subito un duro colpo.

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Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.

Belladonna è sottile

Ho la borsa nella gerla che trabocca di aguglie, branzini e palombi, la gola secca e il bar di Filomeno, una piccola baracca quadrata pregna dell’odore di paste appena sfornate, sul lato opposto della strada. Amo il mio lavoro, ma la levata notturna per arrivare al mercato del pesce e rientrare in tempo per l’apertura del negozio è pura fatica. Comare Maria Lucetta e comare Onofria, come al solito, spettegolano sedute a uno dei tavolini lungo il marciapiede: da quando si sono entrambe incartapecorite – e io non ho memoria di averle mai viste con una pelle meno rugosa di questa – hanno adottato le malignità quale mestiere principale delle loro giornate, e la caffetteria il posto preferito per ingurgitare bottiglie di Erice, Alcamo e frutta martorana.
«Il solito per te, Sofia?» domanda Filomeno, ammiccando, scorgendomi arrivare sulla soglia del suo locale.
Troppo stanca, gli rispondo solo con un cenno del capo e mi lascio andare sopra una sedia vuota, a due passi dalle comari.
«Ah certo. Ai nostri tempi erano gli uomini che si prendevano cura del benessere famigliare. Le mogli stavano a casa per badare ai figli, al bucato, a rendere dignitoso e onesto il giaciglio» borbotta Onofria, gesticolando a mezz’aria come suo solito.
«Verissimo. La dignità della famiglia era ben salda nelle mani del marito, ma la moglie contribuiva con un comportamento morale fondamentale. Ecco perché i figli crescevano con un senso dell’onore che oggi nemmeno possono immaginare» le fa eco Maria Lucetta, agitando il capo in un’espressione amara e sconsolata. I discorsi delle due comari proseguono sugli stessi toni per un buon quarto d’ora, destinandomi occhiatacce allusive che non mi impediscono di gustare la dissetante granita e masticare i deliziosi piparelli di Filomeno.
«Una donna che esce prima del sorgere del sole, ai nostri tempi, non si era mai vista. Restavano in casa, a preparare la colazione dei loro figli e a stirare le camicie dei mariti» mormora Onofria, sporgendosi verso l’altra comare allibita.
«Assolutamente. E quando finivano le faccende domestiche, si dedicavano al pranzo della famiglia. In modo che i mariti non avessero mai da lamentarsi, neppure con le suocere» le risponde Maria Lucetta, con aria sempre più affranta.
Mi alzo, riprendo la gerla piena di pesce e passo tra le due comari, fermandomi giusto nel mezzo. Dedico uno sguardo compiaciuto a comare Onofria, e un secondo a comare Maria Lucetta, quindi punto il naso verso la fine del borgo, dove ci sono entrambe le loro case.
«Giusto. Una donna onesta non dovrebbe mai uscire prima dell’alba e rientrare a colazione, per occuparsi di portare il mangiare in tavola a suo figlio. Rischia di incrociare i mariti delle altre, quando entrano nelle case delle loro amanti, mentre le mogli comari se ne stanno al bar a sorseggiare vino, mangiare dolcetti e sfiorarsi ripetutamente i bozzi sulla fronte.»
Sento il bisogno di salutarle come si deve, giusto per evitar critiche anche sulla mia educazione.

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Belladonna è persuasiva

Gioacchino La Rosa è il bullo di Spannaci da quando portavo i calzettoni lunghi e le trecce: per alcuni una vita intera – pace all’anima loro –, per altri soltanto una parentesi di qualche stagione, nell’immota dimensione del nostro borgo. Sia come sia, ho messo al mondo un figlio e l’ho cresciuto fino alle scuole medie, ma Gioacchino è rimasto il gradasso di sempre.
Amara a tia*, gli zufola dietro il vecchio Cipuddruzza, quasi rovinando giù per la scalinata in pietra che porta a mare. Il bullo non ha rispetto neppure per gli anziani; serpeggiando mezzo ubriaco, in vespa, sopra i sanpietrini scheggiati della stradina che s’inerpica fino al castello dell’ultima contrada.
«Come state?» chiedo all’anziano, offrendo le mani per sorreggerlo, prima dell’irreparabile.
«Ah, santa ragazza. Grazie. Se avessi vent’anni di meno, gli farei vedere io a quel perditempo. E pensare che lo cullavo sopra le mie gambe. Ah, che gioventù sprecata.»
«Non dite così, compare Cipuddruzza. Vi prego. Io e lui abbiamo quasi la stessa età.»
L’anziano mi scruta da sotto le folte sopracciglia candide, alla ricerca di una reminiscenza.
«Sì… certo, santa ragazza. Mi ricordo. Andavo a prendere il marsala e la cuddura, con tuo padre. E tua madre mi riservava un bicchiere di rosolio, al ritorno. Che bella che eri. Come oggi: una Madonna.»
Il tempo è un avversario temibile per ogni uomo e non concede sconti. Così, lui s’inventa una dolcezza. Carezzo il dorso della sua mano rugosa e secca, gli regalo un sorriso caloroso. Lo accompagno alla porta di casa, con la promessa di andarlo a trovare, come la bambina inesistente della sua memoria.
Gioacchino La Rosa non se ne rende nemmeno conto; la ruota della vespa si blocca e lui ruzzola giù per la discesa, come un sacco di inutili patate.
«Oddio… oddio… mi sono ferito. Chiama un dottore. Presto.»
Piagnucola, quando mi avvicino.
«A occhio, ti sei sbucciato solo un gomito. Poteva andare molto peggio. Se tu avessi ascoltato gli avvertimenti di compare Cipuddruzza, ora saresti ancora in sella al tuo catorcio.»
Gioacchino cambia colore. Dal pallore dello spavento, assume quello rosso dell’ira: il viso avvampa e apre la bocca per ricoprirmi di ingiurie. Il fiato gli muore in gola, perché lui sì che mi riconosce. Torna al comodo pallore della tremarella, appena mi piego sulle ginocchia per recuperare il bastone che gli ho scagliato sui raggi della vespa.
«Cariu pampina**, Gioacchino… Cariu pampina» dico, battendo il legno sul palmo della mano.
Il bullo rimonta in sella della sua vespa, a capo chino. Passa di fronte a compare Cipuddruzza seduto fuori dal portone di casa, e striscia via, distrutto nel suo orgoglio di sbruffone. Sono Sofia dei Belladonna. Sono la strega del borgo. A volte, un bastone sortisce miglior effetto di un incantesimo.

*Guai a te, bada bene, stai attento.
**Bambino che cade come una foglia.

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Belladonna è inibitrice

Definirmi bella sarebbe un azzardo. Sono filiforme, piccola di statura, con poco seno, un viso dai tratti morbidi e abbastanza comuni. Ho perciò imparato a esaltare i pochi punti di forza del mio corpo, come ad esempio gli occhi, grazie al dolce castano delle pupille e al trucco. Con Sauro Cacciacane, gli effetti sono superiori alle più rosee aspettative, sembrerebbe: mi si è incollato addosso sin dal primo appuntamento e già al secondo pare voler puntare immediatamente al sodo.
«Sei bellissima, Sofia. Io sento di non poter vivere senza di te.»
Mormora con una voce che, se mai ne avesse una, potrebbe appartenere di sicuro a un pesce lesso. Mi si avvicina e abbraccia, con la stessa capacità di una piovra: le sue braccia si moltiplicano, le mani scivolano ovunque. Per ogni volta che me ne sfilo una di dosso, inspiegabilmente, ne trovo due al suo posto. Difficile evitarlo, dentro l’abitacolo di una macchina.
«Sono le stesse cose che dici a tua moglie, Sauro?»
«Mia… che cosa c’entra, adesso? Ti sto confessando i miei sentimenti, donna. Parlo molto seriamente. Non mi credi?»
Lo fisso con gli occhi ridotti a due sottili fessure, dove una tonalità oscura ha già sostituito il castano rassicurante della terra fertile e arata di fresco.
«A furia di tagliare il pesce per il pranzo, ho sviluppato una discreta forza nelle dita.»
«Me ne sto accorgendo. Eppure non si direbbe, vedendoti.»
È incredulo, con i polsi bloccati nella presa decisa delle mie esili mani. La sorpresa non gli evita di tentare la solita meschina carta: l’espressione del cucciolo smarrito, quella che gioca sull’istinto materno posseduto da ogni donna. Con me non attacca. Ho un unico figlio: Nicola. La maggior parte dei finti marmocchi, come il bellimbusto di fronte a me, è spazzatura.
«Io voglio solo mostrarti le emozioni che riesci a provocarmi.»
«Intendi dire gli stimoli che provi nella zona inguinale?»
Lui risponde con un sorrisetto malizioso, svicola dalla mia presa e si slaccia la cintura dei pantaloni. Armeggia con le mutande e impallidisce a poco a poco, quasi avesse smarrito qualcosa di molto prezioso.
«Ti succede anche con tua moglie?» Insisto, sibillina.
«Lascia fuori quell’arpia, tesoro. Per amor di Dio, non la conosci. Se solo sapessi di cosa è capace quel mostro, tu…»
E si blocca, frenato da una sorta di sospetto. Più un intuito, di un ragionamento partorito da una logica che non possiede.
«Oh sì, invece. Siamo state compagne di scuola. Una cara ragazza, Matilde. Sempre prodiga a dare una mano con le lingue, dove io ero negata. In compenso, le offrivo il mio aiuto con la chimica e l’erboristeria. Non è mai diventata brava, in materia, ma abbastanza da inquadrare la soluzione a un problema. Poi ha chiamato me, mi ha spiegato la situazione e ci ho pensato io: un po’ di belladonna, marijuana e altre erbe, e ti toccherà tenerlo dentro le mutande per un bel pezzo.»
Scendo dalla macchina e inalo il profumo intenso del mare. I miei occhi, di certo, hanno recuperato la tonalità dolce del terreno. Ho saldato un vecchio debito con un’amica e messo la mordacchia al gallo.

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Belladonna è refrigerante

Setti cunigghia ‘nta cunìgghiaria, iu nccunigghiavu a iddhi e iddhi nccunigghiavanu a mia*, canticchio allegra, perdendomi tra le note della vecchia filastrocca che parla di conigli in fuga. Tipico: penso alla carne, mentre preparo i gamberoni e i totani per Nicola. È la forza dell’abitudine di una madre single, quella di stare sempre un passo avanti. Affilo il coltello, pulisco e sfiletto il pesce da mattina a sera: è il mestiere che mi sono scelta a Spannaci, nel cuore delle Madonie, in un paesino con meno di mille abitanti. Non mi pesa. Ancora meno se devo cucinare per mio figlio. L’ospite, intanto, si lamenta di suo. Non me lo sono dimenticato, ma non sono ancora convinta che abbia capito. Strofino il coltello sul grembiule e tolgo buona parte del sangue. Prendo il nastro rosa e mi ci lego i capelli, formando una lunga coda di cavallo corvina che mi arriva quasi alle spalle. Apro lo sportello e mi inginocchio di fronte a lui, che trasale picchiando la schiena, vedendo la lama stretta tra i miei denti. Ha gli occhi spalancati, come l’unico coniglio catturato della mia filastrocca; il corpo gli trema. E non solo per la paura. Del resto, un completo gessato, non è proprio l’indumento migliore per star chiusi dentro una cella frigorifera. Guardo l’orologio sulla mensola e decido che Carmelo dovrebbe ormai aver perso tutta la sua baldanza. Così gli sfilo anche il bavaglio dalla bocca.
«Tu… tu… tu…»
«Sembri un telefono. Devo rimetterti la museruola?» chiedo, con un sorrisetto maligno che m’illumina il volto affilato.
«Sei… completamente fuori di testa. Lo sai in che casino ti sei cacciata? Io rappresento gli interessi di Don Basile» ripete per la quarta volta, con sempre minor arroganza, rispetto al principio. Metti un uomo dentro il frigorifero e si spegnerà come un fiammifero sotto al rubinetto.
«Sì. E bla-bla-bla… Dal telefono sei passato al disco rotto. Ti lascio qui ancora un po’. Magari cambi musica.»
«No. Ti prego… finirai per ammazzarmi» obietta Carmelo, irrigidendosi come la testa del totano, buona solo per il sugo.
«Io sono Sofia, della famiglia dei Belladonna, che stavano in Sicilia quando il primo dei Basile doveva ancora uscire dalle grotte d’arenaria. Che non ha mai pagato il pizzo a nessuno e che non pagherà mai nemmeno una lisca di pesce. Io, il pesce, lo squamo per metterlo in padella. E, se non è buono, lo butto. Hai capito cosa devi riferire al tuo Don Vattelapesca?» domando, pulendo l’altro lato del coltello sulla patta dei suoi calzoni. Il picciarello**, poco più grande del mio Nicola, si affretta ad asserire ripetutamente con il capo. Quando taglio le corde della rete in cui l’ho infilato, copre in tutta fretta la chiazza che si è formata in basso, sul davanti, e corre, a rotta di collo, giù per le scale di casa. Non lo rivedrò per un bel pezzo.
Setti cunigghia ‘nta cunìgghiaria, iu nccunigghiavu a iddhi e iddhi nccunigghiavanu a mia, canticchio, preparando la cena e tagliando un’altra testa di totano. Adoro la soave tranquillità che si respira qui, a Spannaci.

*Sette conigli erano nella conigliera (gabbia), io volevo acchiapparli ad uno ad uno, mentre io ne prendevo uno, mi scappavano tutti gli altri.
**Bambino.

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Arriva Belladonna

È trascorso qualche tempo dall’ultima presentazione di un personaggio inedito, per il blog. I motivi, di quest’attesa, sono molteplici: la programmazione dei serial già noti, che si sono guadagnati simpatia e affetto degli amici lettori; il risicato tempo disponibile, che mi vede impegnato su molteplici fronti, non solo – purtroppo – narrativi; il desiderio di offrire qualcosa che possa ripagare – almeno nelle intenzioni – la fiducia di chi mi legge. La protagonista della serie – in partenza con il prossimo aggiornamento, come altri scritti composta da racconti brevi e autoconclusivi, leggibili singolarmente ma collegati da una trama ad ampio respiro – è Sofia Belladonna, una giovane madre molto particolare. Nel mio immaginario la identifico con l’attrice Christina Ricci, famosa per l’interpretazione di Mercoledì nella Famiglia Addams, Il mistero di Sleepy Hollow, Monster, deliziosamente dark in Cursed – il maleficio e, nei miei occhi, la identifico con la catanese doc che amo alla follia da ventun’anni, una bellezza di matrice siciliana, elegante, forte e spigolosa, profonda e intensa, sgraziata e riservata, voce inarrivabile e unica: Carmen Consoli, la cantantessa.
Sofia vive a Spannaci, un borgo caratteristico noto per le produzioni artigianali, la pesca e la coltivazione biologica di olive e agrumi, tra le altre cose. Un paesino sui monti Madonie, a pochi chilometri da Enna, nel cuore della Sicilia: un luogo dove il tempo si è fermato. Ma non lambiccarti il cervello, se ben conosci questa incantevole parte d’Italia: Spannaci non esiste, nella realtà. Seguendo l’esempio del maestro Camilleri, che muove il suo commissario Montalbano nell’immaginaria Vigata, ho preferito calare la mia Belladonna in un contesto parallelo al nostro. Ci sarà anche qui un commissario ma, Di Dio, integrato al tessuto degli altri personaggi, sarà una figura distinta per note caratteriali piuttosto singolari. Allo stesso modo di Carmelo il picciarello, del donnaiolo Sauro Cacciacane, di compare Cipuddruzza e del curioso stuolo di numerose spalle che affianca Sofia. Nel bene e nel male, il borgo di Spannaci soffre delle stesse piaghe che contraddistinguono il patrimonio sociale e culturale siciliano. Le famiglie si contendono il territorio, ma la drammaticità della cronaca è stemperata da situazioni al limite del grottesco, dall’umorismo e dal sarcasmo della protagonista femminile che rivendica un’emancipazione giocata sul filo dei coltelli da disosso e per sfilettare il pesce.
Sofia ha sulle spalle la responsabilità di un casato perduto ed ha, nel giovanissimo figlio Nicola, la promessa di un nuovo domani. Mordace, anarcoide, astuta e fiera lei si barcamena tra i doveri di madre, la pescheria, una serie di misteri che aleggiano attorno al destino della sua famiglia e un complesso sociale variopinto, dove nulla sembra mutare e, spesso, la capacità di interpretare le mosse altrui permette di ritagliarsi il miraggio di un benessere passeggero.
Te la porgo così, con la massima naturalezza, dopo averla cullata per diverse settimane, nella speranza possa diventare una tua beniamina, amico lettore, che possa ritagliare qualche minuto di allegria e riflessione, di afflato e familiarità. Amo la Sicilia e spero di condividere con te questo profondo affetto: mi dirai se sono riuscito a trasmetterlo attraverso questi nuovi racconti, come spero.
Io, intanto, chiudo gli occhi immaginando la cassata e il Tortone, il borgo feudale ai piedi del castello diroccato, le grotte scavate nella roccia d’arenaria e le contrade di paese mentre, nell’aria, c’è l’inconfondibile profumo di pesce fresco e delle piante di limoni. Belladonna sta arrivando.

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27/01/17: dal diario di Prot

orizzonte

Vi siete mai soffermati ad analizzare cosa potrebbe pensare del vostro pianeta un visitatore proveniente da un altro mondo? Probabilmente no. Se lo aveste fatto, avreste dovuto anche analizzare le guerre; non c’è periodo della storia umana in cui non ne sia scoppiata una, con il proprio carico di morti, con il carico di distruzione e buio. A volte scoppiano per un presunto torto subito [esattamente come un singolo uomo ne colpisce un altro], a volte per la paura di quello che potrebbe fare il vicino confinante se avesse le stesse armi di chi attacca. A volte scoppiano per semplici sospetti, perché si vuole credere a un male superiore da evitare a tutti i costi. Se lo aveste fatto, avreste dovuto analizzare anche la fame; non c’è popolo sulla terra che presto o tardi non la abbia dovuta affrontare, dal nord al sud, dell’est all’ovest. Un popolo che non ha il problema della fame sulla terra non da particolare importanza a chi non riesce a sfamarsi. Forse può farlo credere, i governanti possono fingersi scandalizzati, dare il via a una gara di solidarietà tra popoli. Quegli stessi governanti che, con la loro politica egoistica e cieca, spesso provocano la stessa fame che fingono di contrastare. Se lo aveste fatto, avreste dovuto anche analizzare il vostro modello di vita; non c’è epoca che non abbia avvelenato il pianeta, prima con la rivoluzione industriale, capace di avvelenare la terra e l’aria, poi con l’evoluzione del progresso, capace di continuare ad avvelenare la terra e l’aria.
Quindi la mia domanda rimane in attesa di risposta. Perché la risposta attesa, quella per cui il mio cursore ancora lampeggia sulla pagina di questo foglio elettronico è semplice ma complicata; vi siete mai soffermati ad analizzare cosa potrebbe pensare del vostro pianeta un visitatore proveniente da un altro mondo? Probabilmente no, perché avreste dovuto analizzare soprattutto voi stessi
[chiusura file -click-].

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L’interprete del film K-Pax, a cui è ispirato questo serial, è Kevin Spacey.

Flash e la noia

noia

Sembrerebbe quasi strano pensarlo, eppure è così; oggi mi annoio. Il problema è molto semplice: sono una donna abituata ad essere sempre in movimento. Il mio lavoro, quello che mi permette di vivere e la mia più grande passione (sono fortunata in questo), è in pausa. Ho completato una serie di lunghi servizi per la rivista con cui collaboro assiduamente, contemporaneamente a quelli del mensile della stessa casa editrice (il mio vero “datore di lavoro”, per quanto una freelance possa ritenere di averne uno). Ho anche sistemato il mio appartamento; non ho mai tempo per viverlo più di quello necessario al sonno e, qualche volta, al mangiare. Però questa volta ho voluto fare le cose in grande, portandomi avanti persino con le pulizie. Peter è fuori città… potrei raggiungerlo, ma la sua lontana parente, presso cui si trova, ha gravi problemi di depressione e non desidera avere troppe persone intorno. Persino papà si trova distante; un viaggio in America per fare visita a mio zio, il suo unico fratello ancora in vita (ci penso mentre mi guardo attorno, alla ricerca di qualcosa di idoneo da indossare, con addosso solo un paio di jeans e reggiseno. I piedi nudi che si muovono nervosamente sopra un pavimento freddo). Le amiche? Quelle che varrebbe la pena di andare a trovare sono impegnate nel lavoro quotidiano (in fondo sono appena le tre del pomeriggio), oppure sono a spasso con i loro bimbi appena nati. Forse mi manca una famiglia; un figlio, o più di uno, da accudire, un marito da gestire… dopotutto sono una donna quarantenne (anche se non li dimostro). Ma, essenzialmente, sono uno spirito libero. Mettimi sopra un aereo per un servizio da seguire dall’altra parte del mondo, fammi attraversare il traffico cittadino per raggiungere la redazione del mio editore, fammi gestire una serie di album fotografici per la pubblicità… posso farlo. Non temo nessuna sfida. La sola che mi smonta è restare a mani vuote. La sola che mi opprime è la noia.
«Dove ho messo il biglietto da visita di quella nuova casa editrice?». Così la prendo di petto, tuffandomi verso un mondo che mi aspetta.

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Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Sandra Bullock” e “Noia” dalla rete.
Nella ideale parte di Flash ho scelto dal 2010 Sandra Bullock.

Al principio de L’amore ferisce

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Il mio nuovo romanzo L’amore ferisce, un New Adult con protagonista una giovanissima Cora, è disponibile in versione digitale (eBook) e in versione cartacea. Nel caso del volume su carta, puoi averlo tramite le migliori librerie ma solo su ordinazione. Per agevolarti nel tuo assaggio e per aggirare le difficoltà dell’editoria indipendente, mi piace pensare di averti invitato a scorrerne un lungo incipit in un’ipotetica presentazione. Buona lettura.

***

Da bambina credevo alle favole. Le ascoltavo dalle labbra di mio padre. Preferivo quelle con i principi: orridi rospi che diventano perfetti dopo un semplice bacio.
Le favole sono la prima grande fregatura, per una donna. Spingono a credere in qualcosa che non esiste.
Da mesi non vedo papà. Con le sue storie contribuiva a ingannarmi, ma mi proteggeva dall’esterno. Quando me ne sono accorta ho continuato ad assecondarlo. Così, se prima lo adoravo per la sua capacità di raccontare, poi ho continuato a farne il mio idolo per la sua determinazione nel tenermi al sicuro. Papà era un cappotto caldo contro i rigori dell’inverno.
Non potevo immaginare il futuro.
La vetrina delle scarpe mi porta a strane riflessioni. Sarà a causa del tacco dodici? Ci penso sopra mentre torturo la gomma tra i denti e il vetro mi restituisce un’immagine sorretta da gambe nude, magre e lunghe: quasi un’ironia per il mio metro e sessanta. Fino all’anno scorso avrei dovuto deglutire a vuoto: adesso potrei comprarmi la metà delle calzature esposte.
Cammino sotto i portici, passando di fianco a una libreria che espone uno degli ultimi libri che ho letto: un romanzo erotico di successo, una via di mezzo tra un rosa e il Kamasutra.
Sorrido, pensando a quanto sia profondo il confine tra realtà e fantasia. Perché le persone amano sognare, inseguire le illusioni. Magari, così facendo, ogni caduta appare meno rovinosa. È una brezza fredda a ricordarmelo. Un soffio insistente che solletica la pelle delle mie gambe. È umido, come l’abbraccio sgradevole della nebbia che non manca mai, scivolando tra lo smog e i timidi raggi del sole. Nonostante ciò, mi mancava Milano.
Quando ci vivevo, avrei voluto soltanto andarmene, abbandonare la frenesia e l’inquinamento. Poi ho visto Parigi, la sua arte, parlato la lingua dolce: mi sembrava che i sogni romantici potessero avverarsi uno dopo l’altro. Ho visto Berlino, i quartieri della moda, il suo grigiore così simile a questo. A Barcellona ho capito. Lì, la mia confusione è mutata in qualcosa di diverso. Ha preso forma. Sono diventata quella di oggi […].

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Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
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28/12/16: dal diario di Prot

luna

Uno degli aspetti che mi ha sempre particolarmente colpito degli umani è il loro rapporto con coloro che li hanno concepiti. Sulla terra i rapporti con i propri genitori sono spesso fonte di problematiche dai risvolti inattesi. Prendiamo ad esempio il caso di Peter Mulligan, uno dei numerosi ospiti della clinica di Mark, Peter ha perduto i genitori quando la sua età misurava appena sette primavere. In quel periodo dell’esistenza, l’uomo sviluppa e perfeziona il carattere che lo accompagnerà per il resto della vita terrena. È un’età che potremmo definire “difficile e complicata”, un’età in cui si prende un modello comportamentale e, inconsciamente, lo si segue. Se quel modello comportamentale viene a mancare, per motivi che possiamo definire drammatici, il piccolo uomo matura una personalità zoppicante. Tuttavia il modello è indispensabile, come lo stesso Peter Mulligan mi ha dimostrato. Se non è il genitore deve essere una figura vicina; un parente stretto, un tutore. Se questo modello viene a mancare, il piccolo uomo corre rischi non indifferenti e il trauma può rivelarsi fatale.
“Peter ora non vuole più giocare. Peter aspetta mamma e papà. Gli hanno detto che arriveranno a prenderlo, quando la luna sarà ancora nascosta dalla luce del giorno, quando la luna non avrà ancora il coraggio di uscire per mostrarsi… Peter non ama la luna. La luna è cattiva e si mostra solo con il buio pesto”.
Peter Mulligan taceva per la maggior parte del giorno. Poi, prima che le ombre della sera arrivassero, riponeva i suoi giochi e pronunciava quelle poche ma significative parole. Ho conosciuto molti altri ospiti, nella clinica di Mark. Ma le figure dei genitori, per quanto i rapporti fossero complicati e spesso fonte di problematiche dai risvolti inattesi, sono insostituibili.
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L’interprete del film K-Pax, a cui è ispirato questo serial, è Kevin Spacey.