BookTrailer ufficiale di L’amore ferisce

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Ne ho scritto in diversi precedenti post e articoli, su questo blog e su albertocamerra.com, perché la lavorazione del nuovo romanzo ha richiesto molti mesi: alcuni per la sua stesura, altri per la correzione ed altri ancora per la necessaria fase di editing. Si tratta di un libro diverso, rispetto a quelli finora da me pubblicati, eppure allo stesso tempo simile. Diverso perché la narrazione avviene non più in terza, ma in prima persona – come per la maggior parte dei serial che appaiono qui su Keypaxx – , simile perché, come nelle pubblicazioni già uscite, il sentimento e la vita dei personaggi coinvolti, sono posti in primo piano. L’amore ferisce non è un romanzo rosa, va però a indagare tra lo Young Adult e il New Adult, con maggiore accostamento al secondo, dove i protagonisti hanno un’età che varia tra i diciotto e i trent’anni ed affrontano problematiche esistenziali. Se leggi da tempo Keypaxx, in realtà conosci come, oggi, il personaggio principale del romanzo si ponga. Sul blog lei si avvicina ai trent’anni, è una donna con una forte personalità e non ha timori ad uscire, talvolta provata, dalle difficoltà della vita. Ma come è arrivata a raggiungere un – apparente – equilibrio simile? Soprattutto quali sono i motivi che l’hanno spinta ad abbracciare la professione?
Se l’hai seguita nelle sue quattro stagioni, se hai provato affetto e curiosità per le sorti che il destino le ha riservato, se hai provato commozione leggendo qualche estratto e divertimento leggendone altri, Cora ti aspetta con piacere sulle pagine del suo nuovo romanzo. Questi sono i link per l’eBook, basta ciccare sulla dicitura dello store preferito per scaricarlo fin da ora: Amazon, Kobo, iTunes, Google Play. La versione in brossura sarà disponibile a giorni sul sito dell’editore Youcanprint, su ibs.it e su ordinazione nelle migliori librerie.
Nel BookTrailer che ti presento, troverai una brevissima sintesi del contenuto, le atmosfere e i luoghi dove il romanzo si svolge, insieme a una colonna sonora scelta appositamente per la pubblicazione.
Aspetto le tue preziose impressioni sul libro!


Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2016. Tutti i diritti riservati.
Immagini © Copyright aventi diritto: “L’amore ferisce” Alberto Camerra

La bella e la bestia

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La maggior parte delle fiabe ha un’origine temporale precisa. È possibile risalire, abbastanza velocemente grazie alla rete, agli autori originali e all’anno della pubblicazione. Non è così per una delle più famose, che ha ispirato commedie, spettacoli teatrali, film e telefilm: La bella e la bestia.
Ciò perché questa fiaba, per le potenzialità che esprime, si è prestata a numerose varianti. Da La jeune américaine, et les contes marins, fino alla versione più conosciuta e popolare della scrittrice francese Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, che la utilizzò nell’opera Magasin des enfants, ou dialogues entre une sage gouvernante et plusieurs de ses élèves. Altri invece ne attribuiscono l’origine al filosofo romano Apuleio, che l’avrebbe utilizzata per il suo Amore e Psiche. Ma, se le origini de La bella e la bestia si perdono nel tempo, i suoi adattamenti risalgono sino a oggi – e probabilmente continueranno per gli anni a venire -.
Da ricordare, uscito nel 2014, è almeno la pellicola francese omonima che ha nei suoi interpreti Vincent Cassel, nel ruolo della bestia, e Léa Seydoux, nel ruolo della bella. Suggestivo sul piano fotografico, scenografico e dei costumi, il film ambientato nel 1810 propone una delle versioni più raffinate della celebre fiaba: in questo caso è il fantasy fiabesco dai connotati storici a padroneggiare. Visivamente meno incisivo, anche perché realizzato con minori mezzi e budget, è la serie televisiva La bella e la bestia con Linda Hamilton, protagonista dei primi due Terminator. Il telefilm ha il merito di proporre la versione della fiaba in chiave moderna, attingendo all’urban fantasy. Nell’adattamento con la Hamilton, ci troviamo a New York e la bestia Vincent vive, con volto leonino, nei bassifondi della città. Ottimo il tentativo di affrontare le diversità sociali, perché Catherine, la bella, ricopre il ruolo di brillante avvocato. Romanticismo, analisi psicologiche e conflitti sociali rappresentano la chiave di visione della serie, in Italia molto apprezzata sul finire degli anni ottanta ma trasmessa solo per la prima stagione, delle tre disponibili. Il risultato è però così interessante da non finire dimenticato: nel 2012 prende il via Beauty and the Beast, liberamente ispirata proprio a quella serie. Il nuovo telefilm non solo sfrutta ancora il genere urban fantasy, diventato negli ultimi anni popolare e sempre più seguito, ma investe anche in volti particolarmente apprezzati dai teenager. La protagonista femminile Kristin Kreuk arriva dal successo di Smallville, mentre il protagonista maschile Jay Ryan rispetta i canoni fisici visti in Arrow e nel nuovo Thor. Questa volta, Catherine è un detective della omicidi e Vincent un ex militare delle forze speciali, apparentemente deceduto in Afghanistan. Lui salva la bella durante l’omicidio della madre di lei e vive, in seguito, un profondo conflitto interiore accompagnato da una storia d’amore singolare con Catherine stessa. Figlio dei nuovi prodotti televisivi, all’insegna di un ritmo serrato e dei canoni del feuilleton francese, nella sua prima stagione Beauty and the Best è molto intrigante, contaminato anche dal paranormal e dal dark fantasy.
Il fatto è che è difficile restare sempre al di qua del confine, anche se facciamo del nostro meglio. In effetti, in quella occasione avevo dimenticato che se tieni a una persona devi fare attenzione anche ai suoi confini. Come ho già detto, essere un detective significa tracciare dei confini, ma essere umani, secondo me, significa sapere come e quando oltrepassarli insieme! – Catherine -.

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Il Clown caduto

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Credete forse che un clown sia estraneo alla sconfitta?
Che riesca sempre ad affrontare ogni situazione della vita, con il sorriso dipinto sopra un volto sbiancato dal trucco?
Credete allora che un medico non possa mai ammalarsi, che un poliziotto non possa mai essere rapinato, che un falegname possa ritagliare legno quando la sua bottega è vuota?
Credete alle illusioni? Forse esiste un abile illusionista che vi ha messo davanti agli occhi una realtà differente dalla mia.
Non ci sono ombrelli, per rallentare la discesa. Non ci sono ruote, sotto biciclette dal manubrio ricurvo e dalla sella ribassata. Non ci sono secchi d’acqua, che si rovesciano sopra il deserto del momento. Semplicemente è successo; sono caduto.
Rotolato, ruzzolato, rovinato, scivolato, franato, precipitato.
Chiamatela come meglio desiderate. Una caduta rimane una caduta, con qualsiasi fantasia vogliate descriverla. Avrei bisogno di una voce. Ma il telefono di plastica e senza filo tace, staccato. Avrei bisogno di uno stimolo. Ma ogni amico è troppo impegnato a cercare di non stramazzare, a sua volta, dalla rampa delle scale. Così resto lì. Solo.
Indifeso, disarmato, sguarnito, scoperto, abbandonato, inerme.
Lo sconosciuto si avvicina mentre mi riduco a un fagotto di stracci, nell’angolo della strada, in attesa di essere raccolto insieme all’altra spazzatura. Ma lo sconosciuto mi osserva con viso sereno e attento, con animo candido e risoluto. La sua manica sinistra pende vuota. Distolgo lo sguardo, per non offenderlo.
«Ciao, pagliaccio. Un anno fa hai fatto sorridere mio figlio. Lui era ricoverato dentro il reparto di malattie terminali. Quando se ne è… andato… era felice per averti visto. Lui ha sorriso».
Lo sconosciuto allunga la sua unica mano e, d’incanto, la mia caduta rovinosa sembra nulla. Un sasso lungo la strada. Una buccia di banana, parte dello spettacolo della vita.
Così mi rialzo e mi rivesto dei panni del mondo.

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Sogni di Cora

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Ci sono quei momenti in cui la testa se ne va per conto suo e capita soltanto in due situazioni; quando sei ubriaca o quando sogni. Anche io li faccio, per quanto possa sembrare strano, mi succede: li chiamano sogni erotici. Ti saltano dentro le coperte quando meno te lo aspetti. Ora uno di questi sembra aver deciso di bussare alla mia porta.
«Il professor Silimboni non abita qui?» mi chiede con aria delusa, fissandomi occhi e scollatura, non proprio in quest’ordine.
«Si è trasferito da un paio di mesi, mi risulta. Piacere Bianca» lo informo allungando la mano. Sta arrossendo.
«Oh certo, mi scusi, che sbadato! Piacere Goffredo» dice, stringendomela nella sua.
È sudato, oltre che imbarazzato, avrà una decina d’anni meno di me. Sta decidendo se provarci e infangare il colletto bianco in bella vista, o se battere in ritirata. Io devo stabilire se comportarmi da Bianca oppure da Cora. Mi sono fregata da sola, presentandomi come la prima, per cui mordo il labbro inferiore, storcendomi la bocca. Senza volerlo divento ancora più sensuale. E il pretino suda quanto una fontana. «Ecco… credo di dover andare, adesso. Ho un collega qui sotto e non vorrei farlo aspettare…». Il credo gli esce pure molto bene. Con uno stacco tra le parole, un apostrofo indeciso in bilico tra lo scivolo in basso e le pieghe del mio vestito… così allungo entrambe le mani e lo afferro per il colletto bianco, attirandolo con decisione verso le mie labbra. Basta un momento, uno di quelli che ti bloccano sulla soglia di casa. Bianca o Cora… non so nemmeno quale delle due balza fuori dalle fiamme della mia anima tormentata, asciugando l’acqua santa e facendone bollire il recipiente. Lui è perso. Ammaina la bandiera del clero e sfodera quella pirata; tutta nera, con in mezzo le mie forme
Poi, come è arrivato, il lampo passa. Me lo rivedo lì, davanti. Imbambolato come me. L’incantesimo spezzato da un erotismo ad occhi aperti mai avverato.
«Devo andare… la ringrazio, sa… buona giornata» fugge per le scale, prima dell’irreparabile.
“Diamine: faccio paura anche ai giovani pretini” sorrido amara. Mentre il mio sogno erotico sparisce dal portone del palazzo.

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Nella ideale parte di Cora ho scelto dal 2011 Jennifer Love Hewitt.

Il rumore delle foglie cadute (antologia di racconti brevi)

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Non avevo previsto questa nuova pubblicazione, ma riuscire a programmare con precisione un percorso già estremamente complicato, come quello della narrativa, è piuttosto arduo. Come saprai, se mi hai letto negli ultimi mesi, sono impegnato nella lavorazione di un nuovo romanzo. Speravo di annunciarne l’uscita almeno nella tarda primavera però, nonostante io sia sempre abbastanza cauto in questo tipo di affermazioni, entusiasmo e ottimismo si sono rivelati maggiori rispetto al consentito. Per quanto la lavorazione proceda e il momento si avvicini, non ho ancora una data precisa di uscita. Questo rallentamento mi ha comunque permesso di notare una ricorrenza che stava per sfuggirmi: i dieci anni di impegno nelle pubblicazioni online. Era infatti il 2006 – dicembre, a voler essere pignoli – quando ho postato su questo blog il primo racconto breve che, in seguito, ho inserito in Fiori nella Neve. L’inizio del mio romanzo d’esordio, ha poi lasciato posto a una serie di altri racconti che, al tempo, sono stati molto apprezzati da chi mi leggeva e dalle giurie dei concorsi letterari a cui ho partecipato. Non amo le celebrazioni e le autocelebrazioni ancora meno, tuttavia sono dell’opinione che, spesso, le cose succedano per un motivo: se non fossi in ritardo sulla mia personale tabella di marcia, Il rumore delle foglie cadute non sarebbe uscito. Perché non mi sarei accorto della ricorrenza. In esclusiva digitale, così come sono nati, nell’antologia sono inseriti sette racconti. Se leggi questo blog oggi, forse non appartieni al nutrito gruppo di blogger e amici che mi seguivano nel 2006 e, di sicuro, non hai potuto leggere quei testi. Se invece appartieni a quei pochi che, da due lustri, stanno proseguendo con me su un sentiero editoriale alternativo a firme rinomate, potrai scoprirli nella loro versione integrale. La scelta del titolo non ha riscontro all’interno dei racconti, ma ha un suo significato. Ho identificato gli scritti con le foglie cadute perché, come queste ultime, riposavano silenziosi e senza apparente importanza: erano effetto della chiusura di un ciclo, quanto le foglie precipitate dagli alberi. Cosa accade quando ci camminiamo sopra? Scricchiolano sotto i piedi. In quel momento ci rendiamo conto che esistono ancora: il rumore ne denota la presenza. E insieme ad esso torna il ricordo. Le porte del tempo si spalancano risvegliando la memoria del vissuto. Così Fabrizio in Buongiorno signor Mavi… rammenta Adelina e l’importanza che una presenza amica comporta nelle nostre vite. L’errante Cavaliere è l’emblema stesso del ricordo. E Caterina, in Ti aspetterò nel pomeriggio non potrebbe nemmeno vivere, senza di esso. Malaerba lo affronta sospirando il presente, ne La vita di Malaerba. Franco è travolto dal ricordo di un altro ne Quello che resta. Tano sogna di riviverlo, ne La grande Onda. E Vito ne conosce il mito umano, ne La leggenda del lupo grigio. Insieme, tutti loro calpestano idealmente un tappeto di foglie. Ne sono attratti e rapiti: per quanto il vento possa soffiarli lontano, non lasceranno mai le radici della nostalgia, che pulsano e li proteggono rendendoli uomini e donne.

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Il corpo di Jennifer

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Il cinema horror non è l’unico genere che gode del privilegio della categoria B-Movie. Queste pellicole, nate in America negli anni trenta, venivano girate in pochi giorni, con pochi mezzi e con un budget ridotto all’osso. Venne inventato per contrastare il calo di spettatori nelle sale cinematografiche: si offriva, con il prezzo di un solo biglietto, la visione di due film. Negli anni sessanta fu Roger Corman il simbolo di questo filone – grazie ai lavori ispirati ai racconti di Edgard Allan Poe con l’interpretazione di Vincent Price – affiancato da Ed Wood. Quest’ultimo, classificato dai critici come il peggior regista di tutti i tempi. Ancora oggi, per giustificare il flop di qualche nuova pellicola, dovuto agli scarsi spettatori e/o a una feroce critica, viene scomodato il termine B-Movie. Jennifer’s Body, lavoro del 2009 della regista Karyn Kusama, di genere fantasy e contaminazioni urban/dark/paranormal, secondo alcuni esperti, potrebbe benissimo appartenere al filone dei Corman & Wood. Il paragone, a mio giudizio, è molto ingeneroso. Perché Il corpo di Jennifer vanta la presenza di due delle più celebrate attrici del nuovo millennio: Megan Fox e Amanda Seyfried. La prima, di origini francesi, irlandesi e cherokee, ha conquistato più volte la nomina di donna più sexy del mondo, e il ruolo sembra essere cucito apposta per lei. Per Amanda nutro un particolare affetto, l’ho scoperta in Veronica Mars e seguita in altri interessanti lavori: il suo fascino ha qualcosa di particolare ed è perfetto per il genere fantasy – nel mio immaginario, riveste il ruolo di Caprice -. Sceneggiatura e soggetto sono della brillante Diablo Cody, che per Juno ha vinto un Oscar e la nomina al Golden Globe. Nel film, Megan Fox (Jennifer) è la classica ragazza desiderata da tutti gli studenti della scuola e divide un rapporto di stretta amicizia con Amanda (Needy), che conosce sin dall’infanzia. Needy, vittima di un’enorme ammirazione per Jennifer è succube della personalità di quest’ultima. Tanto che, quando la ragazza più ambita della scuola finisce vittima di un rito satanico, per mano di una band rock, il mondo di Needy inizia a crollare. Jennifer uccide per sopravvivere e per placare il demone che l’ha impossessata, costringe l’amica d’infanzia a prendere una posizione, sino a quel momento, impensabile: contrastarla.
A differenza delle numerose critiche, io ho apprezzato Jennifer’s Body. Fotografia e scenografia sono degne di qualsiasi altro Dark Fantasy. La presenza del romanticismo si avverte ed è molto meno stucchevole di pellicole di gran lunga più celebrate. Le problematiche adolescenziali, tema che mi è particolarmente caro, sono ottimamente rappresentate dalla brava Seyfried. Per quanto l’autrice Diablo Cody non dia il meglio di sé, propone comunque una sceneggiatura diversa, sempre in bilico tra ironia e sarcasmo, abile nei doppi sensi. Un piccolo esempio è nella rappresentazione sociale dei nostri giorni, quando Needy afferma una sua precisa testimonianza oculare ed è smentita da una studentessa: «Non ti credo. Stai mentendo: io l’ho letto su Wikipedia!»

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Il Clown e la dama

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Stelle filanti, addobbi e rampicanti. Questo è il ballo della scuola. Il ballo di fine anno. La danza per mettere in mostra studenti e studentesse. La danza della maturità matura. Ma quando esattamente si può affermare di essere maturi?
«Io sono sicura di essere scelta, sapete. Mi dispiace per voi. Sarò l’abbinamento perfetto della lotteria.»
Dice sorridendo. Dall’alto dei suoi tacchi e della sua pronunciata statura. Magra e sinuosa. Nemmeno un capello fuori posto. Boccoli biondi che adornano la superbia assoluta.
«Forse sceglieranno te. Ma non ne sono così convinta. Certamente sei bella, Annalisa. Anche troppo bella per i miei gusti. Non fosse stato per il conto in banca dei tuoi genitori, non ti saresti potuta permettere la nuova carrozzeria!»
Risponde la compagna accanto. Rossa di capello e dal viso ricoperto di efelidi nella parte superiore. Gli occhi verdi sembrano due piccole olive che sprizzano qualcosa di bollente; la sua invidia assoluta. Il suo peccato più peccaminoso.
«Siete due ragazze fortunate. Sì… siete davvero belle. Alte, magre, con dei vestiti meravigliosi e dei gioielli luminosi. Sono sicura che una di voi due sarà la prescelta. Ve lo meritate, lo devo riconoscere. Siete di una spanna più belle di me.»
Afferma la terza dama. Una bellezza meno appariscente. Dove i diamanti hanno lasciato il posto a dei vetri senza valore. Dove la seta ha lasciato il posto a dei tessuti meno costosi. Dove le calzature hanno del materiale meno prezioso del cuoio. Lì, in mezzo, brilla la qualità che ho sempre amato; la modestia.
Così, inevitabilmente, quando la prima slanciata ragazza dai boccoli d’oro viene scelta, seguita poco dopo dalla rossa piena di efelidi e invidia, mi avvicino a lei. Pesco il coraggio dentro un fiore di plastica. Rimiro collane di fieno e orecchini di latta. E due occhi pieni di vita, sotto una bruna chioma che sa di cose buone. Di cose pulite.
«A-ehm… permette il primo ballo al pagliaccio?»

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Cora e l’uomo impegnato

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«Allora è tutto chiaro? Ti raccomando: dobbiamo riuscire a rispettare le tempistiche. Altrimenti mi salterà il programma dell’intera giornata». Sono scrupolosa nel mio lavoro; se un cliente ha delle necessità precise, e mi paga abbastanza da aiutarlo a rispettarle, faccio del mio meglio per onorare l’impegno preso. Così regolo la sveglia del cellulare, prima di spegnerlo. Mi sfilo le décolleté, con un colpo deciso dei piedi, per guadagnare velocità. Sembro una papera, scesa dai tacchi. Faccio in modo che il mio partner non se ne renda conto – o addio libido -, e lo strattono verso di me tirandolo per la cravatta. Le autoreggenti scure han sempre il loro perché.
La troppa foga mi fa correre il rischio di premergli le labbra sulle mie: «Questo no», esclamo, usando la voce come uno strumento; il tono inequivocabile, per essere ascoltata, il calore, per tenerlo su di giri. Rotoliamo sopra il letto, avvinghiati l’uno all’altra. Si sfila la giacca, con scatti secchi e nervosi.
«Aiutami…» invoca, mentre l’orologio gli si incastra nel polsino della camicia.
«Cristo…» e la zip dei pantaloni s’impiglia sul cotone degli slip.
Per fortuna ho una certa dimestichezza anche in questo.
«Che ore sono?»
«Ssst… è tutto sotto controllo» gli rispondo, rassicurandolo.
In realtà attendo da un momento all’altro il suono della sveglia; ho perso il conto del tempo e fingo padronanza di me, al posto dello stato di ansia che pesa sul petto. Lui si carica come un tornado, prima di spazzar via case, chiese e grano dei campi. Quasi vedo il fumo sbucargli dalle orecchie. Ma non è una saetta scatenata dal cielo. È più un mortaretto delle feste patronali, che s’inceppa sul più bello. Il suono del cellulare è una liberazione alla gara da maratoneta del sesso: «Devo muovermi subito! Per favore… dammi una mano… dove sono finiti i pantaloni?».
Si riveste e se ne va. Si è dichiarato soddisfatto. Ci son donne che pagherebbero per farlo durare di più. Io sono stata pagata per non fargli superare i quindici minuti. Del resto, sono le gioie e i dolori del professionismo.
E onoro sempre gli impegni presi.

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Caprice e il reale

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Quando si parla di fantasy, occorre ricordare che il genere è caratterizzato da elementi come il mito, il soprannaturale, il surreale e, generalmente, da tutti quegli argomenti che non possono essere scientificamente spiegati. Molto spesso, questa letteratura è rappresentata da creature mitologiche e magia, da situazioni che allontanano i protagonisti da ambientazioni reali. La fantasia non ha limiti, non può essere etichettata, se usciamo dal normale e dal quotidiano ogni strada è possibile e giustificabile. Per questo motivo, il fantasy moderno, che alcuni reputano iniziato tra il XIX° e il XX° secolo, si è suddiviso in ulteriori e numerose categorie schematiche. Dalla Bizarro fiction, dominata dall’assurdo e dal grottesco; allo Steampunk, caratterizzato da una tecnologia anacronistica; fino all’High Fantasy, rappresentato dall’opera di Tolkien. Nel mezzo esistono parecchi altri sottogeneri: Fantasy fiabesco, New Weird, Sword and Sorcery, Fantawestern e almeno una buona dozzina di etichette ulteriori. Caprice e il cavaliere, il mio racconto più recente, uscito in occasione dello scorso equinozio di primavera, nasce da un precedente racconto breve postato alcuni anni fa sopra le pagine di questo stesso blog: L’errante cavaliere. Come ho scritto in occasioni precedenti, di quel breve scritto Caprice e il cavaliere è un’evoluzione: parte da delle basi classiche, dove predomina la figura del cavaliere in armatura, del drago mitologico e della fanciulla in pericolo, per svilupparsi in direzioni ben diverse. Chi mi segue sul blog e ha letto i racconti presentati online, per poi affidarsi alla lettura delle pubblicazioni editoriali, su carta o in digitale, conosce la mia predisposizione verso l’aspetto sentimentale dei protagonisti. Una storia può nascere tra le nevi di un picco nevoso, oppure nel deserto dell’Arizona, come anche tra le mura di un’Abbazia millenaria: quello che amo è rivelare la vita di ogni singolo personaggio, trattandolo per quanto possibile come se fosse una persona cara, un amico, un collega o qualcuno che non conoscerò mai davvero, ma che è importante almeno quanto lo sono gli altri. Ecco perché può essere una figura negativa, oppure marginale da descrivere in pochi tratti, tuttavia anche quest’ultima rappresenta un importante tassello nel mondo del mio personaggio principale. Va perciò trattata con rispetto, perché senza di lei la colonna della storia potrebbe mostrare delle profonde crepe. In altre parole, il quotidiano e il reale sono imprescindibili. Persino nel fantasy, dove gli elementi principali devono necessariamente essere altri. L’albina Caprice, titolare del mio racconto, si accosta al Paranormal Romance proprio per mantenere alta l’attenzione verso quello che reputo uno stile personale. Nel Paranormal Romance le storie sono legate al sentimento, sono ambientate nel mondo reale, spesso ai nostri giorni, nonostante la presenza di creature paranormali ed esoteriche come streghe, angeli o demoni. E nell’Urban Fantasy predominano le caratteristiche urbane con le relative tematiche. Caprice e il cavaliere offre queste basi e percorre una strada legata al romanticismo ma, soprattutto, ai misteri fantastici della vita.

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Il Clown e l’uomo che parte

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«Ho preparato la valigia, pagliaccio. Questo posto è troppo piccolo per me. Qui non ci sono prospettive, non c’è un futuro degno di questo nome. Qui non cresci; rimani uguale a ieri.»
Esclama, guardando verso la ferrovia al di là del quartiere popolare. Lui è l’uomo che parte. L’uomo inquieto ed incapace di accettare una strada troppo rettilinea. Lui ha bisogno di curve e pendenze. Ha bisogno di immaginarsi diverso, di immaginarsi con una cravatta nuova, sopra un abito di cotone e seta.
«Ho lasciato una lettera sopra la cassapanca in legno, quella nell’atrio del palazzo. Una lettera dove ho scritto le mie ragioni e le mie certezze. Dovrai farmi il piacere di consegnarla alla mia amata. Nelle tue mani, le arriverà con il sorriso dipinto.»
L’uomo che parte mi affida le sue parole impresse sulla carta. Strano che, nella serietà delle sue intenzioni, debba ricorrere all’ilarità di un pagliaccio per trasmettere sensazioni, altrimenti relegate alla freddezza di un inchiostro depositato nell’anonimo biancore di un foglio piegato, in più parti. La lancetta consuma il tempo e l’uomo che parte accumula ansia.
«Trovo assurdo che voi abbiate deciso di restare. Ci sono così tante possibilità, oltre quella collina dietro il sole. Ci sono le possibilità che non avete mai avuto, né mai avrete, pagliaccio.»
Prosegue, gesticolando verso il treno ancora lontano. Mentre in silenzio, osservo i suoi piedi ancorati al terreno; non ci sono ali spuntate alle caviglie. Non ci sono pattini a rotelle usciti dalle suole. L’uomo che parte, come ogni altro, dovrà camminare a lungo.
«Ho preparato la valigia, pagliaccio. Questo posto è troppo piccolo per me. Qui non ci sono prospettive, non c’è un futuro degno di questo nome. Qui non cresci; rimani uguale a ieri.»
Esclama, guardando verso la ferrovia al di là del quartiere popolare. Lui è l’uomo che parte. Ma i suoi piedi, oggi come ieri, restano lì. Ancorati al suolo e lontani dalla fermata del treno.

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Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Turista” adslzone.net

Una scommessa per Cora

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Nella maggior parte delle occasioni, non ho mai amato scommettere e ancor meno assistere a chi ci prova. La maggior parte però, come norma, è diverso da sempre. È stato nel giorno del quasi che mi è capitato di conoscere Fausto. Un gruppetto di amici me lo ha portato alla hall dell’albergo. Goffo dentro il suo vestito elegante, e rosso come un pomodoro in viso, aveva tutto per potersi definire un bel ragazzo. I capelli di un biondo vicino al grano dei campi, erano ornamento a un paio di occhi celeste cielo, sopra un viso dai lineamenti squadrati e dolci, in un corpo asciutto e di media statura. Tra le risatine degli accompagnatori ho voluto accertarmi dell’età sulla carta d’identità. Sembrava in piena regola, per trascorrere una serata con me. Lo avrebbero recuperato alle sei del mattino. Fino ad allora, ci offrivano una cena in un ristorante a quattro stelle, Il borghese gentiluomo di Moliere a teatro e il resto della notte sopra il mio letto. Fausto guardava spesso indietro, come un animale in gabbia, con un comportamento diverso dalla sola timidezza, si aggiustava nervosamente il colletto della camicia e si allentava la cravatta.
«Ti prego… io non…» disse, senza riuscire a completare la frase, dopo aver bagnato di sudore le lenzuola. Aveva l’espressione di chi è smarrito e terrorizzato al tempo stesso.
«Hai già provato, vero?» chiedo con cautela.
«Sì, ma loro insistono. Non volevo deludere Pietro».
«È lui quello che ti piace, del gruppo?».
«Farei qualsiasi cosa, per lui. Ma…»
«Ma non puoi fare questo» concludo io.
Passa il resto della notte abbracciato a me, tra singhiozzi e lacrime. Puntuali, alle sei, vengono a riprenderselo. Lo vedo camminare di fianco a Pietro e mi chiedo per quanto ancora proverà a vivere la vita di un altro.
Non ho mai amato scommettere e ancor meno assistere a chi ci prova.
Evito le scommesse, nella maggior parte delle mie giornate da escort.

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Nella ideale parte di Cora ho scelto dal 2011 Jennifer Love Hewitt.