L’amore ferisce, distrugge, ricrea

A mio parere, uno dei migliori archetipi della figura femminile, in narrativa, è la ragazza invisibile dei Fantastici Quattro. Scrivo narrativa anche se la protagonista è l’unico membro donna di un gruppo fumettistico, perché i comics sono prima scritti e poi disegnati. Susan Storm Richards – Sue o Suzie, per amici e parenti – ottiene il potere più discutibile di tutto il quartetto: l’invisibilità. Solo nel corso degli anni le sue facoltà si evolvono offrendo a Suzie il ruolo di membro più potente del quartetto. In principio gli autori non sapevano che farsene, di una donna all’interno del fumetto: da qui l’invisibilità. Nati nell’ormai lontano 1961 e proseguiti sino ai nostri giorni, i Fantastici Quattro rappresentano un ottimo esempio di come sia cresciuto il concetto stesso di femminilità: Sue vive all’ombra degli altri compagni per diventare, in anni recenti, la figura cardine.
Cora, identità fittizia di Bianca ne L’amore ferisce, è figlia di questa evoluzione e della nostra società: ne possiedi pregi e difetti ed è la mia nuova scommessa in campo letterario. Da Luna senza Inverno, passando per Caprice e il cavaliere, ho posto al centro della mia penna le figure femminili e, più in generale, la tematica del sentimento. Se consideriamo il mestiere scelto da Cora, probabilmente già il titolo del libro appare stonato: come è possibile scegliere, quale ambasciatrice della parola amore, una ragazza come lei? Perché ogni persona, nella sua esistenza, attraversa varie fasi ed evoluzioni: voglio immaginare gli attori che descrivo al pari degli esseri umani che rappresentano. Una persona nasce con alcune caratteristiche e, nel corso della sua vita, ne abbraccia altre. Lo fa per scelta, per necessità, perché restare sempre uguali a se stessi significherebbe morire un poco dentro. Se Susan Storm Richards non avesse cambiato il suo ruolo all’interno del gruppo, oggi non avrebbe lo stesso appeal. Se Bianca non avesse compreso come l’amore stava rischiando di distruggerla, oggi non ci sarebbe nessuna Cora.
L’amore ferisce non è soltanto una provocazione a un concetto positivo come deve essere il sentimento, ma è una delle sue conseguenze. Se termina, se viene corrotto, se inganna rischia di provocare danni immensi: può annientare chi lo ha provato. La vera forza non è nei suoi sconfinati benefici, ma nella capacità di reazione che il nostro spirito riesce a trovare quando tutto, intorno a noi, sembra destinato a crollare. Bianca si ricrea, forse non nel modo migliore ma nel modo necessario.
È quando riusciamo a ridere delle nostre cicatrici che esse iniziano a scomparire.

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La sorella di Cora

«Lasciati abbracciare sorellona! Sei sempre più bella!»
«E tu sempre più ruffiana: non sei cambiata di una virgola, Giorgia.» Sorrido alla mia sorellina minore appena rientrata da Londra, dove studia.
Mi somiglia parecchio, tranne per la spruzzata di lentiggini tra naso e guance. Ci dividono cinque anni di età e negli ultimi due l’ho vista con il contagocce. Le sorelle Mucciardi sono comunque molto unite. Abbiamo intrapreso strade agli antipodi: io il mestiere più vecchio del mondo, lei studia inglese presso un istituto cattolico. Viste dall’esterno, è Cora, l’altra me, a percorrere i sentieri tortuosi del peccato e di tutti gli altri vizi capitali. In pochi conoscono davvero la mia esplosiva sorellina. E quei pochi hanno ancora mal di denti.
«Ti fermi molto?» le chiedo, sapendo quanto abbia l’argento vivo addosso. «Sei già passata a salutare papà e mamma?»
«Scherzi? Casa nostra è talmente vuota da mettere angoscia.»
«Forse. Però anche se te la cavi abbastanza bene, sono loro a darti il resto per continuare a studiare. Stare a Londra costa.»
Lei volge lo sguardo sporgendo il labbro inferiore. Lo fa sempre quando cerca di svicolare arrampicandosi sopra gli specchi. Stavolta no. Giorgia ha deciso di cominciare a stupirmi.
«Va bene, non hai torto. Stamattina ci sono stata per il cambio stagionale di scarpe e vestiti. Stasera potrei tornarci a dormire, invece di andare da Lorella: tanto dobbiamo prendere l’aereo domani pomeriggio… tu come fai a sapere che Londra è cara?»
«Otto anni fa lo era. Non credo sia molto migliorata, nel frattempo.» Le rispondo abbassando gli occhi, travolta dai ricordi del mio lungo viaggio all’estero.
«Giusto. Me ne ero scordata. Anche perché non hai mai voluto parlarmi del tuo giro intorno all’Europa.» Sottolinea lei, rimarcando uno dei periodi più controversi della mia esistenza. Adesso tocca a me sgusciare via da un discorso sgradito.
«Accetti il suggerimento di andare a trovare i nostri genitori, dimentichi il mio viaggio dopo la maturità… ti sarai mica innamorata, sorellina?»
«Chi, io? Ah! I ragazzi mi stanno alla larga. Li stendo già a partire dal pranzo di mezzogiorno. A sera non arriva nessuno.»
Purtroppo, il ragazzo seduto al tavolino del bar a poca distanza, che ha adocchiato Giorgia, si è perso l’ultima parte del nostro discorso. Altrimenti rimarrebbe a scambiare opinioni con il compagno seduto di fronte. È caruccio, con il suo ciuffo sulle ventitrè e il giubbino borchiato. Ha scelto la tipa sbagliata, decidendo di puntare mia sorella.
«Ehi, mi chiedevo se ti andava di fare quattro salti stasera. C’è un nuovo locale giusto in fondo al quartiere. Vicino a me non sfigureresti di sicuro. Sei graziosa.» Afferma ciuffetto assurdo, con aria spavalda. Giorgia ha un ghigno demoniaco.
«Vacci con il tuo amichetto. Se ti chiedi perché, è per la tua stessa incolumità: l’ultimo che ci ha provato con me ha perso un testicolo. Scelgo io i miei galletti e tu sei solo un pollo.»
«Ma… che razza di risposte: chi ti credi di essere?» obietta lui, scosso fino alla punta degli anfibi.
Giorgia guarda me. Io guardo lei. Ci alziamo entrambe in piedi.
«Siamo le Mucciardi e voliamo sopra le scope!» berciamo in coro. Lui, inebetito, sgrana gli occhi. Noi raggiungiamo la cassa e ridendo divertite ritroviamo il nostro spirito di sorelle.

Cora nasce sette anni prima di questa storia
Al ritorno da un viaggio all’estero.
Scopri le sue origini, il ruolo della sorella Giorgia.
Il primo amore maledetto della sua vita.
Il primo amore che l’ha salvata.
Continua a seguirla nel nuovo romanzo: L’amore ferisce
Una ragazza in fuga.
Una sottile vendetta.
Un cuore graffiato.

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Nella ideale parte di Cora ho scelto dal 2011 Jennifer Love Hewitt.

Cora in chat

“Dai, mandami una tua fotografia. Voglio vederti ancora.”
Scrive timido95, figlio delle nuove tecnologie e degli smartphone. Stando alla sua descrizione, sarebbe un novello Superman. O forse Superboy, visti gli anni. Un autentico ragazzo d’acciaio, come nei telefilm.
“Te ne ho già mostrate una decina. Non ti bastano le misure e le mie preferenze sessuali, gattone?”
“Sei così bella… che cosa ci posso fare?”
“Ne scrivo una a caso: per esempio potresti incontrarmi.”
La velocità sulla tastiera di Superboy svanisce in un lampo. È come se calasse un silenzio improvviso tra due persone. Odio la modernità, la mancanza della mimica facciale, del linguaggio degli occhi e delle labbra che disegnano emozioni chiare sopra visi aperti. Quando riprende, timido95 prosegue con il freno tirato. Non vola. Precipita attaccato a un paracadute.
“Mi piacerebbe conoscerti meglio, prima. Sapere cosa fai quando non chatti… cosa ti piace mangiare… giusto per creare una sintonia.”
“Hai vinto le gare atletiche all’università, sei stato primo del tuo corso nelle immersioni, hai conquistato la medaglia nel canottaggio, sei entrato in finale nel pentathlon moderno nazionale, e ti occorre entrare in sintonia per uscire con me? Gattone dobbiamo fare sesso, mica fidanzarci. Ricordi?”
Altro silenzio. Altra riconferma del nick che si è scelto. Del desiderio di non farsi vedere in webcam.
Mi sono iscritta alla chat per ampliare il giro dei miei clienti, perché stando alle mie colleghe più emancipate tecnologicamente, oggi tutto passa per la rete. Anche la timidezza.
“Ok. Ma parliamo ancora un po’?”
Lo accontento. Resto con il mio Superboy dal mantello spiegazzato punta in un istinto materno che non dovrei avere. Il lavoro rischia però di diventare un servizio sociale gratuito per cuori infranti. Nutro ancora qualche speranza, lo accontento. Il ragazzo d’acciaio riprende velocità, pare rinvigorito dalle chiacchiere, da una nuova fotografia che acconsento di inviargli. Nell’immagine, ho una scollatura vertiginosa, lo sguardo languido, i capelli scarmigliati e un contorno occhi assassino. Se non gli accendo i sensi con questa, se non si decide a invitarmi fuori stavolta, sarebbe meglio cominciare a pensare di cambiare mestiere.
“Sei da sballo!”
Esclama, finalmente, il timidone. In mente, ho almeno tre ottimi ristoranti dove si mangia egregiamente. Li metto subito in ordine di preferenza, mentre lo stomaco brontola e si prepara ad accogliere della buona cucina.
“Adesso accendo la webcam: ti spogli?”
Cala un nuovo silenzio. Il mio. E casca anche tutto il resto.
Chiudo la chat, esco dalla stanza. Vado a farmi un piatto di spaghetti all’arrabbiata.

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Cora e il pattinatore

Il Natale è il periodo migliore per gli ipocriti. Qualcuno pensa veramente che nell’animo degli uomini, d’improvviso, cali un buonismo assoluto? Prima delle festività, la mia agenda di lavoro trabocca: arrivo a triplicare gli appuntamenti e ce n’è per tutti i gusti, soprattutto padri di famiglia o mariti esemplari. Devono in qualche modo rifarsi per il periodo di magra che passeranno fino all’epifania, costretti a stare incollati a parenti, suocere e mogli. Sono una dei pochi liberi professionisti a poter contare su una tredicesima persino superiore ai normali introiti mensili. L’importante è rispettare le proprie stesse regole facendosi pagare in anticipo.
«Ti piace qui?» mi domanda il pattinatore calvo, tenendosi al muretto della pista ghiacciata.
«È da qualche annetto che non pattino. Ma se piace a te…» gli rispondo, dritta sui miei schettini con un’abilità mai dimenticata.
Lui, invece, sembra sul punto di rovinare sul ghiaccio da un momento all’altro, con l’aria di chi avrà non poche difficoltà a cercare di rimettersi poi in piedi.
«Certo. Di solito ci vengo con un paio di amici. Sai, quando siamo stufi di sentire le mogli e vogliamo prenderci una pausa di un paio d’ore. Immagino capirai di cosa parlo.»
«Come no: capisco benissimo.» Gli rispondo, e scommetto di non vederlo arrivare in piedi al termine del primo giro.
La pista è mezza piena di persone che si muovono con il tipico atteggiamento di chi teme che il ghiaccio possa spezzarsi a ogni passo. Alcuni si tengono per mano, altri sono imbambolati ai margini del circuito. L’idea del mio cliente è quella di infilarsi negli spogliatoi del lato opposto perché, dice: voglio provare il brivido di farlo in un luogo affollato, come da ragazzino. Per ora, gli unici brividi che prova, sono quelli del freddo e della fifa. Le gote del viso gli sono diventate bluastre.
«Quindi hai capito, Cora: ci basta arrivare nella zona gialla. Ho dato una buona mancia al custode per assicurarci una certa intimità dentro lo spogliatoio. Ho pianificato tutto nei dettagli. Sei pronta?»
«Quando vuoi.» Gli dico, evitando di fare commenti sul suo stile claudicante e bradiposo.
Il pattinatore provetto non ha notato la piccola figura che si avvicina veloce dal lato sinistro. Silenziosa e abile, persino più di me che ho pattinato durante gli anni dell’adolescenza, riduce le distanze in un baleno e apre la bocca in un’espressione di felice complicità, guardandomi.
«Papà! Ehi papà! Hai visto che ti ho fatto una sorpresa? Sono venuta a trovarti con la zia Giuditta!» esclama la bimba. Dalla direzione da dove è partita, scorgo la figura austera e allampanata della zia Giuditta, una suora.
Il bluastro sopra le gote del pattinatore diventa un verde oliva, poi un giallo limone. Infine cade pesantemente, facendo rimbombare la lastra di ghiaccio con le natiche ossute. La figlioletta lo scruta allibita e delusa. Io, in una piroetta artistica, mi allontano salutando la suora con un mezzo inchino: a Natale occorre essere buoni.

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Cora e la Superstar

Lui è una Superstar, di quelle che riempiono gli stadi richiamando frotte di fan ad ogni concerto. Il suo nome appare da anni sopra i rotocalchi dello spettacolo e le sue esibizioni sono richiestissime anche all’estero: a Parigi, Londra, Madrid, Berlino. Non è mai stato bellissimo, nemmeno quando aveva vent’anni. Non un Brad Pitt, per intenderci. Ma neppure io sono Angelina Jolie. Rimango comunque stupita quando il manager della Superstar mi contatta per una notte particolare alla conclusione del concerto allo Stadio di San Siro.
«Mi raccomando: deve fare il suo lavoro, poi esce dalla porta di servizio dell’albergo alle prime luci dell’alba.» Precisa il manager, con la sua esse sibilante, dietro occhiali spessi come fondi di bottiglia e una magrezza che sfiora l’anoressia.
Io inarco un sopracciglio in tutta risposta, quindi sfoggio i miei denti bianchi spezzando l’aura asettica che lo circonda.
«Massima precauzione. Non vogliamo che l’artista abbia altri generi di conseguenze dovute all’incontro. Ha portato i preservativi?» chiede il secco tirapiedi, premendosi gli occhiali sul naso adunco.
«Certo. Fanno parte del mio normale equipaggiamento. Li preferisce alla fragola o usiamo quelli anallergici?» chiedo, aprendo la borsetta e mostrando varie scatole sigillate.
«Niente di tutto ciò.» Sentenzia. «Volevo solo appurare il suo livello di professionalità: l’artista utilizza profilattici appositi.»
«Prego?» gli domando confusa, piegando il capo di lato.
«Questi.» Dice lui, e sfila dalla giacca laminata una scatola rettangolare con brillantini. «Sono progettati su misura presso un’azienda farmaceutica: i più sicuri e confortevoli che possano trovarsi in commercio, in rapporto di cinque a uno, rispetto a un preservativo classico.»
«Caspita.» Rispondo, increspando le labbra e fingendomi interessata, in una tipica espressione da schiaffi. «Ok, ciao ciao bello. Ora vai pure a riposare che io devo lavorare.»
Arraffo la scatola luccicante dalla mano del manager, che se ne sta impettito come uno stoccafisso con l’espressione inorridita, e mi infilo nella stanza d’albergo a cinque stelle. L’interno è buio. La Superstar è sdraiata sul letto, ancora vestito. Già dalla porta sento il profondo russare e l’odore di alcol diffuso nell’aria. Abbraccia le lenzuola dandomi la schiena. In una mano tiene stretta una Crown Ambassador da novanta dollari a bottiglia. Vuota. Ai piedi del letto scorgo altre due bottiglie di birra, rovesciate, vuote e della stessa costosa marca. Dorme come un bambino, ma sbronzo come uno scaricatore di porto dopo aver girato tutti i bar della zona. Mi siedo sulla poltrona di fianco, rimirando i profilattici che brillano anche nella penombra.
Una cosa la devo ammettere: è intonato persino quando russa.
Punto la sveglia del cellulare alle cinque e trenta: forse riuscirò a dormire un paio d’ore.

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Cora e Kubrick

«Lo conosci Stanley Kubrick, vero?»
«Non ho mai avuto l’onore, mi spiace.»
Rispondo alla maschera da pinguino.
Il tizio in frac porta un grosso testone di cartone sul capo, con tanto di becco aperto e una lingua rosso fuoco, che pare aver ingerito mezzo chilo di peperoncino piccante. Del pinguino sfoggia anche l’altezza: potrei quasi raggiungerlo, senza tacchi, e non arrivo al metro e settanta.
«Ah, sei spiritosa. E sei anche molto carina, a quanto vedo.» Aggiunge lui, squadrandomi da capo a piedi, lascivo. «Penso gli saresti piaciuta. Peccato sia morto da un po’.»
«Sul serio? Peccato davvero: se ne vanno sempre i migliori.» Gli rispondo, senza troppa fiducia che colga la sfumatura rivolta a lui.
E infatti, Mr. Pinguino mi resta incollato peggio del super attak. Sarò costretta a sorbirmi il resto dei suoi vaneggiamenti, mentre officianti e baccanti nude ci sfilano di fianco in una patetica rivisitazione di Eyes Wide Shut.
«Fai parte delle officianti o delle baccanti? Perché, nel primo caso hai un costume sbagliato. E, nel secondo caso, beh…» incespica allusivo sulle parole, muovendo il testone di cartone dalla cima dei miei capelli alla punta delle scarpe.
«Vuoi sapere se sono più Cruise o più la Kidman?»
«Eh! La Kidman non credo proprio.»
«E perché?»
«Ti mancheranno quasi una ventina di centimetri!»
Lo fisso per un momento, indecisa se colpirlo subito nelle parti basse o fingere d’essere ancora una tipa di una certa classe. Mentalmente, mando a quel paese il cliente che mi ha ingaggiata per fare la ragazza immagine, in un salone pieno di pinguini e donne svestite.
Non avrai nessuna difficoltà: devi solo venire in tailleur e tacchi alti e, quando la maggior parte degli invitati sarà arrivata, ti piazzerai sopra il lettone centrale e comincerai il tuo spogliarello. Ignora i tizi con la maschera da pinguino, sono solo per coreografia e pagano meno degli altri; mi ha detto il cliente, contattandomi per il lavoro.
Ma come potrei rispettare scrupolosamente regole tanto ingiuste? I pinguini sono animali talmente deliziosi. Lo invito a seguirmi con un sorriso ammaliante, ancheggiando sopra i tacchi fino alla dispensa della villa. Tra salami appesi, prosciutti e pancette, la temperatura mi aggredisce subito la pelle scoperta. Stringo i denti per trenta secondi buoni: quanto basta affinché Mr. Pinguino tenti di slacciarsi i pantaloni, con la vista limitata dalla maschera. Poi scappo fuori e richiudo a chiave.
«Ehi! Dove sei finita? Aprimi subito: che scherzi sono?»
«Nessuno scherzo, stai tranquillo. Vado a conoscere Kubrick, poi ritorno…».

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Cora e l’avaro

Lo ammetto: con il mestiere che faccio ho la presunzione di saper riconoscere gli uomini. Così accetto di lavorare fuori dal mio appartamento quando, Serafino, cliente da un anno, mi chiede di volerlo fare sopra un prato, ai limiti del bosco, in periferia. Non è un posto rassicurante: siringhe usate lasciate sull’erba, preservativi gettati accanto alle foglie morte, sbandati che lo usano come casa con un tetto di stelle sulla testa. Serafino vuole rivivere gli amori della sua adolescenza, quando si appartava, dentro la vecchia punto di seconda mano, con qualche ragazzina di scuola; la facile di turno. Non credo avesse problemi a rimorchiare, all’epoca. Oggi tende a essere obeso, ma ha dei lineamenti, con due occhi di un celeste incantevole, che fanno capire quanto fosse piacevole con vent’anni di meno. Qualche volta tendo a essere permissiva con questo genere di clientela, ma non dovrei permettermelo. Dicono che le prostitute abbiano il cuore dentro al portafogli – e qualcuno azzarda persino posti meno edificanti -. Forse proprio perché non amo i luoghi comuni sulla categoria faccio degli strappi alla regola. Negli ultimi sei mesi, Serafino ha affrontato una separazione dalla moglie – sveglia come una faina, che lo ha lasciato quasi in mutande – ed ho accettato di praticargli degli sconti occasionali, contro ogni logica. Lui inizia a esagerare con questo genere di richieste.
Si riveste, prende le chiavi della sua utilitaria – è tornato a una quattro ruote di seconda mano -, mi guarda e allunga delle banconote, con un sorrisino che non mi piace per nulla: «Ecco… Mi fai lo sconto? Tanto tu guadagni un sacco!»
È un attimo. Mi domando se davvero conosco così bene gli uomini. Guardo attorno e il profumo dell’erba umida mi invade le narici. Gli sorrido, mi avvicino: il mio ginocchio parte che è un piacere, centrando l’obiettivo e piegandolo in due.
Afferro le chiavi al volo e mi metto al volante: «Prova con l’autostop. Di solito sono gratuiti.»
Se arriva lo Spirito del Natale passato, si troverà un novello Scrooge tra le mani, penso. Quindi regolo lo specchietto sull’immagine, sempre più piccola, di un ometto in ginocchio e ingrano la marcia.

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Il tacco di Cora

«Mi occorrono sul serio, Cora. Sono nei casini!» esordisce così, l’amica Penelope.
Non riesco a ricordare una sola volta che la sua comparsata non portasse al seguito anche una robusta dose di guai. Le indico l’armadio delle scarpe, rassegnata. Ho appena terminato le pulizie di primavera e nel sacco dell’immondizia ci sono finite una quantità industriale di calzature. Lei mi abbraccia estasiata, dopo essere fuggita scalza per mezza città dal set del suo nuovo film hard, per incomprensioni con il regista.
«Sei un tesoro! se non ci fossi tu non so davvero cosa farei!».
Mi bacia e abbraccia, poi scompare con la stessa velocità con cui era entrata. Naturalmente ha scelto per lei il paio di scarpe migliori. Decisamente non posso rimandare oltre; afferro borsetta e carta di credito e mi infilo l’ultimo paio buono rimasto. Urge uno shopping immediato. Mi precipito in strada e prendo un taxi al volo: direzione il negozio di Gastone, all’angolo tra Viale Verdi e Viale Mazzini. Davanti alla vetrina finisco imbambolata: “accidenti a Penelope e al suo pressapochismo!” sbotto. Un cartello rettangolare avvisa di uno sciopero negozianti in tutta la città. Rigirandomi come un toro che ha visto rosso, sento il crack sotto il piede. Mi ritrovo immediatamente più bassa di dieci centimetri e quasi ci rimetto la caviglia, insieme al tacco. Il taxi ha già preso la via del ritorno e sono troppo lontana dalla fermata del bus. Camminare sui sanpietrini in queste condizioni sarebbe pura follia. Sfilo le scarpe e me la faccio a piedi nudi, martoriandomi le piante. Ogni metro è una pena e una nuova imprecazione rivolta a Penelope. Poi mi ricordo dove mi trovo. Macino mezz’ora sul marciapiede, mentre tutti mi guardano dietro – la metà scrollando la testa – e mi porto sotto casa della mia preziosa amica.
«Penelope… sono nei casini: mollami le scarpe!»
«Ma… che ti è successo? E io come faccio a tornarmene sul set? Perché sai, ci ho ripensato: ho voglia di tornarci.» La guardo incerta.
Non so se ucciderla o limitarmi alla tortura.
«Ho io la soluzione per te, cara!»
Torno a camminare sui miei tacchi lasciandomi una sbigottita Penelope alle spalle. L’omicidio era troppo. Sono così buona da averle offerto due opzioni; o se ne torna sul set zoppicando o con le vesciche ai piedi.

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Cora in ritardo

Quando leggo sul quotidiano la notizia, il cappuccio rischia di imbrattarmi la mini. Il cameriere non si è ancora del tutto allontanato; raccoglie gli ordinativi tra i tavolini del bar e fa cadere l’occhio sopra le mie cosce, sperando di vedere, grazie a un imprevisto, quel che lui da solo non potrebbe. Ho i nervi tesi e mi sento messa all’angolo. La pausa prima di incontrare il mio cliente è rovinata. Sono in ritardo, ma devo per forza rinfrescarmi alla toilette. Gli sguardi di due adolescenti mi spogliano e non posso dar loro torto; la sveglia non funzionava, così, per recuperare tempo, sono già mezza nuda ancora prima di cominciare a lavorare. Una camicetta in cotone leggero, semitrasparente sopra la pelle, e un paio di stivali a tacco alto, completano la mia ridotta mise. “Spero lo prendano presto…” mi dico, sistemandomi il trucco e bagnandomi i polsi sotto il rubinetto. Il maniaco ha fatto fuori la terza prostituta una settimana fa, e ne han ritrovato il cadavere solo ieri sera. Non ce l’ha con quelle sulla strada, ma con quelle delle camere d’albergo. Come me.
Scrivono di esserci vicini, e sarebbe solo questione di ore, ormai. Ha lasciato indizi pesanti sull’ultimo cadavere. Certo, vallo a raccontare al mio cuore, quando ha terminato di giocare a ping-pong. Esco e mi trovo un’altra sorpresa: il carro attrezzi si è portato via la mia macchina – tutta colpa dello sciopero dei taxi e della mia fretta di parcheggiare -.
Passo il resto della giornata, fino a sera inoltrata, nel comando della polizia stradale; ho come l’impressione che il graduato rallenti di proposito le pratiche. Ammicca e non mi piace. Sono a pezzi quando riesco finalmente a chiudermi la porta alle spalle; mi sono giocata le ultime riserve di energia per convincerli che non sono “una di quelle”. Senza nemmeno sapere come ci sono riuscita. L’unico colpo di fortuna di una giornata storta. Appena accendo la tv scopro che è soltanto il secondo, e il meno importante; lo hanno preso, il maniaco.
Stavolta il bicchiere di alcol mi casca dalle mani: era il cliente con cui avevo appuntamento.

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L’amore ferisce, storta venere atipica

Se dovessimo ricapitolare le caratteristiche di tutti i personaggi che ho scritto per la narrativa, la normalità sarebbe un concetto piuttosto sfuggente. Ho qui iniziato con Steve Travel, un wrestler; continuato con Esdy, una giovane dalle forti facoltà psichiche; poi è arrivato Prot, un alieno proveniente da K-Pax; quindi dobbiamo ricordare il Clown, che di atipico ha davvero tutto. E l’elenco sarebbe ancora piuttosto lungo. Eppure ognuno di loro ha qualcosa in comune con gli altri, un fattore all’apparenza nascosto, una particolare polvere che giace sempre sotto al tappeto: questo pulviscolo si chiama umanità. Nessuno ne è esente. Traspira da ogni poro, portandosi dietro un forte carico di fragilità. Perché è quello che siamo: un delicato e complesso alambicco che il più abile alchimista non riuscirebbe mai a rimettere insieme.
In questa affascinante debolezza, nella spirale senza fine dei sentimenti, sta la vera forza dell’uomo. Una delle creature più fragili, se ci pensiamo bene, è proprio Bianca: la ragazza che, a un certo punto della sua vita, ha deciso di assumere l’identità fittizia di Cora. Il nuovo ruolo le ha permesso di maturare una personalità impermeabile, capace di resistere agli urti della vita – come canta Luca Carboni – senza possedere un fisico bestiale. Cora non ha muscoli maschili da sfoggiare e nemmeno una bellezza femminile da togliere il fiato: anzi, a un certo punto della sua crescita, si è persino vista brutta, quasi come una strana venere storta. Qual è perciò la vera forza di questa atipica ragazza? La sua autoironia, la sua abilità dialettica, la sua furbizia, la sua coraggiosa determinazione. In altre parole, niente di trascendentale, solo la capacità di usare al meglio il suo carico di umanità.
Ne L’amore ferisce Cora incespica alle prime armi, vive un profondo conflitto con l’identità di Bianca. Trova l’amore, lo perde, lo ritrova, lo perde ancora e così via: precipita in quel gorgo senza fondo che affrontiamo, tutti, ogni singolo giorno. A volte l’acqua è agitata e gelida, altre volte è calda e piacevole. Non ci sono garanzie, appena iniziato il viaggio, perché il tempo è capriccioso. C’è la promessa di un porto sicuro, in lontananza.
Ed è per quella promessa che vale la pena proseguire il viaggio.

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Belladonna è faccendiera

Carmelo è immobile come uno stoccafisso. Farebbe un figurone, messo insieme agli altri pesci della mia pescheria. Taglio la testa al pesce castagna con un colpo secco; ricade dentro la bacinella sistemata a fianco del bancone, le orbite vuote fissano il picciarello* in gessato grigio, che gioca a fare il grande. Lui deglutisce, non me ne stupisco: l’ultima volta l’ho mezzo congelato dentro la cella frigorifera.
«Avete inteso, donna Sofia?» balbetta, con voce stridula.
«Ah. Sei tornato a darmi del voi, Carmelino?»
«In segno di massimo rispetto. Come meritate. Si capisce.»
«Credevo di meritare un’estorsione a mano armata. Ti sei impegnato il coltello da Rinuzzu l’ebbrèu**?»
Lui abbassa il capo, imbarazzato. Ho colpito nel segno; un pomodoro maturo è meno rosso di quanto sia lui ora. Tormentarlo è il minimo. Ed è un gioco che mi diverte.
«Vorrei… dimenticaste la nostra, ehm, precedente transazione, donna Sofia. Prima servivo Don Basile è vero, ma oggi sono alle dipendenze di donna Pasqualina. Vi prego di considerare la sua offerta, perché lei ci terrebbe davvero molto a considerarvi socia in affari. Del tutto onesti, voglio precisare» sottolinea il picciarello, rizzando il busto sull’attenti. Un’altra testa, questa volta di un’orata grossa quanto un gatto, rotola nella bacinella ormai piena. Agito la lama senza smettere un attimo di pensare: perché la moglie di Don Basile, che ho contribuito a far accomodare dentro le patrie galere, desidera stringere un accordo invece di chiudermi le mani attorno al collo?
«Puoi riferire alla tua padrona…»
«Vi prego, donna Sofia. Lo riterrei un favore personale che mi concedete, portare il vostro consenso a villa Terezzani.»
Si affretta ad aggiungere Carmelo, cambiando la tonalità delle gote in un biancore cadaverico. È straordinaria la sua capacità di riflettere le emozioni che prova variando i colori del viso; un semaforo lampeggiante non sortirebbe effetto migliore. Il picciarello ha la fronte imperlata di sudore, sotto il candido cappello a tesa larga, la mandibola gli trema quanto un treno a vapore che sbuffa e deraglia verso lo strapiombo. Dovrei ringraziarlo, in fondo, perché nel suo atteggiamento posso leggere le risposte che cercavo e smettere di decapitare pesci, almeno per un po’. Soffio via la ciocca di capelli che mi fende in due l’ovale del viso e gli pianto gli occhi addosso. Carmelo smette persino di respirare.
«Stavo dicendo, se hai la compiacenza di non interrompermi ancora, che puoi riferire alla tua padrona di starsene tranquilla a villa Terezzani, a sistemare le vigne e licenziare i ruffiani da cui è attorniata. Non ho intenzione di vendere pesce davanti alla pescheria dei Basile: possono contrabbandare in santa pace. E non voglio trattamenti di favore. Mi basta che se ne stiano fuori dai piedi. Ecco l’accordo: riferisci, se ti è chiaro.»
«Chiaro. Come acqua limpida di sorgente, donna Sofia. Vi ringrazio e vi porgo tutta la mia stima e simpatia» risponde lui, improvvisando una caricatura d’inchino che gli riesce ridicola, dentro gli abiti eleganti di una misura più grande.
Era una prova. Donna Pasqualina intende sfoltire il numero dei suoi picciotti: ho tolto dalla circolazione i due maggiori capifamiglia, ma con le loro donne occorreranno strategie più sottili. Ecco cosa accade ad avere il cuore troppo tenero, nonno me lo ripeteva sempre: Futti e futtitinni***. Ho salvato la pelle al picciarello, nessuno però taglierà queste teste al posto mio. Riprendo il coltello e lo affondo, decisa, in una carpa.

*Bambino.
**Ebreo e usuraio.
***Frega e fregatene.

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
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Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.