Il libro in brossura di Caprice e lo stregone

Come ricorderai, se sei un amico/a che mi segue con regolarità, dal primo di febbraio è stata attivata la prevendita, in digitale, del mio nuovo romanzo: Caprice e lo stregone. Dal quattordici di febbraio, per San Valentino, la prevendita del medesimo libro è diventata una disponibilità immediata al download, sempre in versione digitale. Come ho scritto, l’eBook anticipava la versione cartacea del romanzo, della quale non avevo alcuna data certa. Ipotizzavo l’uscita su carta attorno al periodo estivo, magari a cavallo della prossima estate, perché preferisco mettere sempre le mani un po’ avanti, quando si tratta di allargare la responsabilità all’editore – benché indipendente e con stampa solo su richiesta del lettore, Youcanprint resta un editore –. Caprice e lo stregone è invece in vendita da ora, tramite ordinazione, presso le librerie convenzionate – ben 4.500 in tutta Italia – oppure con l’ordinazione online, al sito dell’editore e attraverso i maggiori canali distributivi – IBS, La Feltrinelli, Mondadori ecc. –
Perché questa differenza di uscita, tra l’eBook e il cartaceo?
Sono consapevole che la maggior parte dei lettori di libri, circa il 92% in Italia, preferisce la carta stampata alla versione eBook. Ma il libro su carta richiede una lavorazione editoriale e una distribuzione molto più laboriosa di un eBook. Occorrono permessi, registrazioni, di cui il digitale necessita in misura minore. È il processo distributivo a fare la differenza: un volume digitale viene caricato sopra una piattaforma online e scaricato, dal lettore, con un’operazione che dura pochi minuti. Il volume su carta deve prima essere stampato, quindi distribuito fisicamente e, infine, spedito a casa del lettore, oppure alla libreria di fiducia, tramite un corriere: procedimento che richiede giorni e settimane di tempo. Soprattutto se, come nel caso di un autore indipendente, alle spalle non ci sono organi editoriali consolidati che ammortizzano le tempistiche. Superato il processo di stampa e distribuzione, anche il libro di un autore indipendente è reperibile in pochi giorni. Ordinare Caprice e lo stregone ora, attraverso una piattaforma come IBS, La Feltrinelli e Mondadori, significa attendere al massimo una settimana – in certi casi persino meno – e questi negozi di rete permettono il pagamento anche tramite contrassegnopaghi in contanti solo quando il corriere/postino te lo consegna tra le mani –, se preferisci. Naturalmente accettano comunque ogni tipo di carta, ricaricabile e di credito. Come scrivevo più sopra è possibile ordinare il libro persino presso una libreria fisica, tra tutte quelle convenzionate. Ti è sufficiente comunicare il titolo: Caprice e lo stregone; l’autore: Alberto Camerra; l’editore: Youcanprint; il codice ISBN: 978-88-27817-05-6
Ti chiedo, come al solito, una grande cortesia: appena lo avrai letto, scrivi la tua recensione presso lo store di acquisto. In caso il tuo acquisto avvenga in libreria, scrivi la recensione su IBS. Se hai bisogno di conoscere quale sia la libreria fisica convenzionata più vicina a te, non esitare a chiedere: scrivimi la tua città, provvederò a segnalartela.

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Belladonna è aracnofila

Mi piacciono i rospi, i serpenti, i pipistrelli e, in genere, tutte quelle creature che la gente normale tende a evitare. Mio figlio, in un tema in classe, mi ha definita come la sorella gemella di Morticia Addams: minuta, ricoperta di nero da testa a piedi, con una folta e liscia chioma corvina alle spalle, ho solo un paio di occhi celesti che stonano con il resto. Tranne in alcuni casi, quando le pupille si anneriscono come la pece. Giovannino il Manuncula* è disorientato, perché non comprende il significato di questo cambio cromatico. Mi ha conosciuta nella fase celeste e mi ritrova dirimpetto nella fase tenebrosa: non c’è luce in nessuno spicchio del mio corpo, né tra le pieghe dei vestiti. L’unico candore sbuca tra i pesci ammassati nelle casse. E non è la trasparenza del ghiaccio.
«Credevo ci fossero accordi diversi, tra donna Pasqualina e donna Assunta. Mi sono sbagliata?»
«No, donna Sofia. Nessun errore. Io non rappresento più gli interessi della famiglia di Don Ciciu Vitale. Abbiamo avuto… beh, potremmo chiamarle divergenze in affari» risponde lui, mettendo in bella mostra il certosino lavoro di sbiancatura del suo dentista. Sopra di noi, senza sosta, il ragno prosegue nel moto meccanico che deposita le casse a pochi metri dai miei piedi. Amo i ragni. Allo stesso modo, detesto le persone che, alla loro vista, vanno in escandescenza e li calpestano.
Il Manuncula si abbassa per raccogliere una delle bustine bianche, la apre con un coltello a serramanico e ne saggia il contenuto portandoselo alla punta della lingua: ha espressione soddisfatta e occhi acquosi, quando si allunga verso me per offrirmene la degustazione. Impassibile, fingo di non vederla.
«E quindi? Non sono le due famiglie rivali a trattare questo genere di imprese? Avevo sentito dire che, con gli uomini in galera, le mogli si erano date da fare per ripulire Spannaci.»
Lui ridacchia, sarcastico. Non sa, come il resto del borgo, che ho dato un contributo fondamentale a deporre i due pupari**. Smilzo e dinoccolato quanto uno spaventapasseri tormentato dai corvi, il Manuncula improvvisa quattro passi di danza.
«Proprio per questo ho pensato a voi, donna Sofia. A ogni rifornimento di pesci, nel doppio fondo delle casse, potrete accumulare gli ordinativi da parte della gente per bene del paese. I Vitale e i Basile non ne sapranno mai nulla, voi però in capo a qualche mese guadagnerete a sufficienza per aprire un’altra pescheria e assumere una squadra di pescivendoli.»
In automatico, il ragno deposita l’ennesima cassa. Così ammiro il suo lavoro meccanico: un insieme di metallo, olio e circuiti elettrici manovrati da un’unica leva posta su un quadro grigio. Sembra facile, mi dico. È la complessità della natura ad affascinarmi, non i surrogati posticci delle menti umane. Tendo il braccio e afferro la leva, quando il ragno, maestoso, disegna un’ombra scura e immensa esattamente sopra le nostre teste. Fa pendant con il colore dei miei occhi, stamattina. L’artiglio metallico si apre, la cassa vola giù e colpisce le altre in uno sbuffo copioso di polvere bianca. Il Manuncula ne è ricoperto, da capo a piedi. Un attimo prima, la mandibola gli era arrivata alla punta delle scarpe, per la sorpresa. Del resto, se c’è una cosa che non sopporto nelle contrattazioni, sono le persone che danno per scontata la mia risposta. Era tutto più semplice da bambina e gli aracnidi si occupavano soltanto di eliminare gli insetti. Ora, con la robotizzazione, certe incombenze sono passate a noi: le donne di Spannaci sono salite al potere. E anche i ragni, naturalmente.

*Mano morta.
**Burattinai.

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Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.

Il ritorno di Belladonna

È trascorso qualche tempo dall’ultima presentazione di un personaggio inedito, per il blog. I motivi, di quest’attesa, sono molteplici: la programmazione dei serial già noti, che si sono guadagnati simpatia e affetto degli amici lettori; il risicato tempo disponibile, che mi vede impegnato su molteplici fronti, non solo – purtroppo – narrativi; il desiderio di offrire qualcosa che possa ripagare – almeno nelle intenzioni – la fiducia di chi mi legge. La protagonista della serie – in partenza con il prossimo aggiornamento, come altri scritti composta da racconti brevi e autoconclusivi, leggibili singolarmente ma collegati da una trama ad ampio respiro – è Sofia Belladonna, una giovane madre molto particolare (…)
Circa un anno fa, ho presentato in questo modo uno dei personaggi più recenti usciti dalla mia tastiera. Da quel momento, le cose non sono cambiate in meglio: porto avanti quest’attività con grande fatica, a causa del poco tempo disponibile e della malinconia per un seguito ridotto al minimo delle presenze. Ho sempre creduto che la linfa vitale di un blog – come di qualsiasi altra creatura editoriale – fossero i lettori. Mi ero anche ripromesso di chiudere, una volta sceso sotto un certo numero di commenti. Margine che, in negativo, ho da tempo superato. Certo, le cause sono molteplici: l’avvento dei social, che hanno sottratto i commenti ai blog; il disinteresse degli internauti a leggere, sostituito dallo scrivere; la mia incapacità a comprendere in quale modo attrarre nuovi amici.
Allora perché sei ancora tra le scatole? Potrà domandarsi il più malizioso. Una domanda alla quale non so dare una risposta precisa. Forse per affetto, nei confronti di una casa virtuale che ha conosciuto momenti migliori. Forse per amicizia, nei riguardi dei pochi che ancora oggi leggono qui sopra e acquistano i miei libri. Forse per piacere, amo e amerò sempre scrivere, anche se in questo periodo mi sento come l’autore che presenta un libro in biblioteca, davanti a una platea quasi deserta. Forse in attesa di pagare il conto, quando mi chiederò se il prezzo da pagare vale davvero una cassa vuota, con le sole monetine dei centesimi sparse a fare mucchio. Forse fino a domani, quando deciderò la chiusura di questa casa virtuale, o quando deciderò di rimandarla a dopodomani.
Per ora, visto che ne ho scritto una nuova stagione, almeno Belladonna sarà presto qui. Con il suo carattere anarcoide, astuto e fiero, con il suo desiderio a non mollare mai, tra i doveri di madre e quelli della pescheria del borgo: Sofia Belladonna vive a Spannaci, un paesino immaginario sui monti Madonie, vicino a Enna e nel cuore di una Sicilia carismatica. Il borgo dove vive Sofia è rimasto ancorato a un tempo lontano e caratteristico, per costumi e tradizioni. Qui, in mezzo a figure che si muovono tra i drammi della cronaca, situazioni che sfumano nel grottesco e nell’umorismo, ripropongo il mio amore per questa terra e per Belladonna che, nel mio immaginario, ha i tratti somatici dell’attrice Christina Ricci. Giovannino il Manuncula, la Maria Stuarda, e ziu Asparu ti stanno aspettando, ansiosi di farsi conoscere e di accompagnarti tra i banchi del pesce e i profumi dei limoni che abbondano nelle vie del borgo. Belladonna sta tornando.

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Il principio di Caprice e lo stregone

Caprice e lo stregone, il mio nuovo romanzo in vendita dal 14 di febbraio, è uscito per ora in versione digitale ed è disponibile in tutti gli store: Amazon, Apple, Google Play, Kobo Mondadori, La Feltrinelli ecc. Il cartaceo è previsto nelle prossime settimane, ma non c’è ancora una data precisa. Voglio comunque offrirti la possibilità di leggere un lungo incipit, come se stessi sfogliando il libro presso la tua libreria di fiducia. Mi auguro sia di tuo gradimento e che possa invitarti a proseguire la conoscenza con il resto del romanzo, in eBook.
Buona lettura.

***

C’era un’antica storia che accompagnava la leggenda delle rose e Caprice l’aveva ascoltata molte volte, dalla madre. Non si stancava mai di farsela ripetere.
In quella leggenda, l’albina di Pontorson ritrovava una parte di se stessa. Le piaceva considerarsi il risultato della spuma dell’oceano che aveva creato la rosa Alba.
Una fantasia di bambina in cui si calava ancora, ogni tanto, quando provava disagio e tristezza.
In comune con la rosa, Caprice aveva il colore bianco dei capelli e un genitore, suo padre, venuto dal mare e mai conosciuto.
Il sole stava tramontando e il paese veniva lentamente raggiunto dalle lunghe ombre della sera. Un petalo portato dal vento aveva disegnato cerchi invisibili sopra la testa della ragazza e le era planato sopra il palmo aperto. Caprice lo avvicinò alle narici, inspirandone la fragranza. Ne restò deliziata, come sempre.
La mente viaggiava al roseto di Mont Saint-Michel, al volto del suo amore Jean Paul. Ogni giorno lontano da lui le sembrava un giorno perso.
Posò il petalo bianco dentro una tasca del vestito, per catturarne una parte del suo odore e sentirselo addosso. L’abito lungo da lavoro, di un verde slavato, le arrivava alle scarpe. Lo aveva ricavato tagliando i pezzi di alcune vecchie salopette: in questo era diventata abbastanza brava, ma non ancora come la madre.
Frugò nella cassetta della posta, tra bollette da pagare e volantini pubblicitari, e prese la busta tra le dita. Era rettangolare, spessa, come se all’interno ci fosse qualcosa di robusto quanto un cartoncino. La curiosità di Caprice aumentò a causa del sigillo rosso in ceralacca: qualcuno lo usava ancora. Sopra lo stesso, era incisa una torre o qualcosa del genere. Un simbolo mai visto prima. La busta aveva un colore giallino e la carta sembrava preziosa, quasi una pergamena. L’albina la scrutò da ambo i lati, alla ricerca di un indizio da parte del mittente. Non ne trovò. Sul retro, in un’elegante scrittura a mano, era solo riportato:

Alla Gentilissima Caprice Roue,
confido nella vostra ambita presenza.

Un invito – comprese la ragazza – ma da parte di chi? Possibile che sia
Le sembrava troppo assurdo per essere vero.
Persino il linguaggio usato sapeva di antico.
Girò lo sguardo in direzione dell’Abbazia, dove il suo amore viveva insieme agli adorati falchi. Tornò a fissare la busta e poi ancora l’orizzonte: a una decina di chilometri in linea d’aria c’era l’isolotto, parzialmente ricoperto dalle onde, con il santuario.
Oltre l’isolotto, verso il centro dell’oceano, c’era Tombelaine.
Strappò la parte superiore della carta: una leggera essenza dal profumo di giglio selvatico le carezzò le narici, mescolata a una seconda che Caprice stentava a riconoscere. Estrasse il cartoncino scuro dentro alla busta, scritto in una raffinata grafia in inchiostro dorato e lesse le poche righe a lei rivolte.
Al termine, ripose l’invito da dove lo aveva preso e si guardò le dita, sollevandole fino al naso: conservavano l’ombra tenue dell’inchiostro giallognolo sui polpastrelli e tracce di quella fragranza che la sua memoria le stava rivelando adesso.
Era qualcosa di remoto, inebriante e unico.
Il profumo delle rose nere.
[…].

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Caprice e lo stregone | il BookTrailer

Sarà in prevendita dal primo febbraio 2018 e in vendita il giorno di San Valentino, il quattordici febbraio, il nuovo romanzo Caprice e lo stregone. Te lo anticipo così, a te che segui questo mio laboratorio di scrittura – da dove hanno preso vita tutte le mie pubblicazioni editoriali – per merito, e “colpa”, proprio di chi ha appoggiato questa profonda passione per la scrittura. Se mi segui da un po’, se leggi i libri che pubblico, probabilmente ti starai chiedendo se il nuovo romanzo è un seguito del racconto Caprice e il cavaliere, uscito nel 2015: la risposta è no. Non nel senso stretto del termine, almeno. Mi piacciono le saghe, da lettore e da scrittore, ma trovo fastidioso un libro che, all’ultima pagina, mi rimanda al successivo troncandomi a metà la storia appena letta. Se devo alzarmi da tavola dopo aver iniziato un pranzo, vorrei non dovermi sedere di nuovo per terminarlo: preferisco tornare un altro giorno, alla stessa tavola, ben consapevole che il menu sarà di mio gradimento e saprà saziarmi come desidero. Non devi aver letto Caprice e il cavaliere per comprendere il nuovo Caprice e lo stregone ma, se lo hai letto, ritroverai le medesime atmosfere, i medesimi protagonisti con altri che li affiancheranno, riavrai il piacere di passeggiare con Caprice e Jean Paul, tra le mura dell’Abbazia di Mont Saint-Michel, assaporando i segreti che da millenni la circondano. Conoscerai il fascino ambiguo di Victor Leduc e visiterai la Rocca dei Puritani, percorrerai il sentiero misterioso che ha portato Lucien a incrociare il destino di Caprice e, soprattutto, sentirai il rintocco di Mezzanotte quando, allo scoccare dell’ora delle streghe, ti renderai conto che le lancette possono muoversi oltre il quadrante di un campanile e assumere le forme più impensabili. Ad esempio, quelle di un alleato che conoscerai nelle campagne di Pontorson, quando l’oscurità scenderà sull’anima e due occhi verdi ti mostreranno l’unica salvezza possibile: quella dell’amore. Un amore che brucia ogni maleficio.
Dopo Lila – il serial che ti ho presentato qui – collegata all’immaginaria sacra linea della spada di San Michele, nata dopo la sua lotta contro il demonio, che attraversa la val di Susa – dove Lila comincia il suo viaggio – Monte Sant’Angelo nel Gargano e, appunto, Mont Saint-Michel, torniamo ora nella Bassa Normandia, dove tutto ha avuto davvero inizio.
Spero di conoscere presto le tue impressioni su Caprice e lo stregone. Ci conto. In anteprima ti offro la possibilità di sentire la musica e vedere il nuovo BookTrailer, sotto al quale, su YouTube, puoi leggere anche la trama del libro in uscita.
Ti raccomando, segna la data: la prevendita parte il primo febbraio. L’eBook sarà sugli store online a San Valentino, mentre il cartaceo arriverà appena possibile.
Clicca sul box qui in basso, che ripropone il video a dimensioni ridotte, oppure clicca sopra il titolo Caprice e lo stregone | Alberto Camerra | BookTrailer, per vederlo su YouTube in formato più grande. Buona visione.
🙂


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Immagini © Copyright aventi diritto: “Caprice e lo stregone” Alberto Camerra

Passando per la Grecia

Su una guida turistica on line è definita come una terra entusiasmante che ama offrire tutta se stessa ai visitatori. Di sicuro, oltre ad Atene e Creta, Rodi e Corfu, la Grecia ha dalla sua un’infinità di percorsi bagnati da un mare incantevole e da un sole splendido. Io ci sono stato grazie a Federica, per gli amici Fede, che già nel 2007, quando iniziai a scriverla, raccontava, da imprevedibile epigono di Nostradamus, di una gigantesca recessione – con la R rigorosamente maiuscola – nei pressi di Volo, alle pendici del Monte Pelio, nella periferica di Magnesia. Volo ha anche dato i natali ad artisti del calibro di Giorgio de Chirico; tra i miei preferiti ai tempi scolastici di storia dell’arte. Una delle sue attrazioni è la Cattedrale di San Nicola, creata sulle fondamenta di una chiesa più antica, progettata da un altro de Chirico, Evaristo. Fede mescola religione e mistero, thriller e misticismo. Non rammento il motivo preciso per cui scelsi la Grecia come ambientazione alle diciassette parti del racconto, sentivo però una particolare affinità con Federica Carrasco e il mondo che sarei andato a rappresentare attorno a lei. La culla della civiltà occidentale, come è definita la Grecia antica su cui la Grecia moderna affonda le sue radici, rappresenta un patrimonio storico importante. Ma è sicuramente il suo profilo geografico, più appariscente, a conquistare i turisti di tutto il mondo. Sempre in Tessaglia, per esempio, dove sorge la Volo di Federica, troviamo il Monte Olimpo: la più alta montagna delle isole greche. Nella mitologia, la sua sommità è considerata la casa degli déi olimpi e si riteneva impossibile raggiungerla, senza il permesso degli déi stessi. Trovi il serial Fede QUI.

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Lila e il regalo di Natale

Avere un fratello più piccolo, anche se solo di tre anni, testardo e ribelle, non è esattamente la cosa migliore, per una sorella in difficoltà: Lila lo stava imparando a proprie spese.
«La prossima volta che rinasco, chiedo a mamma di prendermi un pony: meglio un quadrupede di un tredicenne profittatore» mormorò la giovane dai capelli ramati, osservando il panorama dalla cima del Gargano. Monte Sant’Angelo toglieva il fiato.
Dalla bocca di Lila usciva però sotto forma di nuvolette.
Quando la finirò di battere i denti? Si chiese e rimproverò se stessa per averne parlato con il fratello. Arturo voleva interpretare il ruolo di Alban Arthuan, la luce di Artù, indicata dai druidi. Benché ritenuta minore nella Wicca*, Lila ci teneva a celebrare la festa di Yule nel solstizio d’inverno: come da tradizione, aveva bruciato un pupazzetto rosso; il Saturnalicus Princeps raffigurato dalla carta matta dei tarocchi. Sperava così di eliminare la follia e il disordine nella sua vita.
In una sacca di juta caricata sulle spalle, la giovane aveva raccolto rosmarino e zenzero, salvia e altre erbe, insieme a cristalli di quarzo, candele, noci e frutta. Il tempo trascorreva lento e irritante, senza che Arturo arrivasse.
Sarà alle prese con i ritardi cronici della linea ferroviaria, si disse Lila, spazientita.
Il sole stava morendo a ovest e disegnava una linea rossastra calante, sfumata nel giallo ocra e mescolata al turchese dell’orizzonte. La giovane decise di non poter attendere oltre. Prelevò le candele dalla sacca e le mise a terra, accendendole, dispose le erbe con cura attorno ad esse, masticò la frutta e mormorò le frasi apprese dalle fattucchiere.
«Visita interiora terrae rectificando invenies ocuitum lapidem**» disse, inginocchiata sulla roccia fredda. Quindi tracciò delle linee geometriche, spruzzò del sale, versò olio e bisbigliò un’altra serie di frasi esoteriche, omaggiando Ceridwen, la leggendaria strega regina dell’inverno. Il lieve pizzicore che le prendeva il corpo era però ambiguo: si trattava dei fluidi occulti ridestati dal rito oppure dalle correnti gelide che scendevano dal Gargano e sferzavano Monte Sant’Angelo?
Improvviso, nell’aria si sollevò il nitrire di un cavallo.
Lila scrutò tra i nudi speroni rocciosi, verso il centro abitato poco lontano. Nulla. Ognuno doveva essere rintanato nella propria casa, per proteggersi dal freddo opprimente. La giovane abbassò il capo e ripeté le frasi del rito. Il cavallo tornò a farsi sentire e si mostrò: balzò fuori da una vicina stalla in disuso e galoppò verso di lei. Sulla groppa portava un cavaliere in armatura, con tanto di elmo abbassato, scudo al fianco e giavellotto al braccio destro. Lila impallidì incredula, incapace di muovere un solo muscolo: il sortilegio aveva funzionato. Contro qualsiasi nefasta previsione, l’aspirante strega era riuscita a evocare lo spirito di re Artù. Gioia e costernazione le riempivano l’animo. Se soltanto avesse atteso, forse il fratello sarebbe stato testimone del suo trionfo.
«Non vedo. Sono orbo. Il mio regno per una direzione!» I pensieri si bloccarono con la caduta del cavaliere dal cavallo bianco. L’ometto, goffamente, rotolò su un cespuglio perdendo la presa sulle redini e smarrendo l’elmo da sopra la testa.
«Arturo?» disse Lila, riconoscendolo immediatamente.
Lui la guardò triste, mentre si massaggiava il fondoschiena dolorante.
«Come ti sei combinato? Da dove salti fuori?» chiese lei.
«È… il mio regalo di Natale. Volevo farti una sorpresa, nel caso il sortilegio avesse avuto il solito esito» rispose Arturo.
Lila comprese, in un attimo le fu tutto chiaro. Il fratello aveva rotto il salvadanaio per aiutarla nel tornare a casa e toglierla dai guai. E le aveva ricordato la prima vera grande magia a disposizione di ogni uomo: l’amore.
Ricacciò indietro le lacrime e lo abbracciò forte.

*Religione della natura
**Visita l’interno della terra, purifica il tuo essere e troverai la pietra nascosta.

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Nella ideale parte di Lila ho scelto dal 2017 Chloë Grace Moretz.

Lila e il sortilegio

Madama Matalena sfogliò, con estrema cura, il suo grimorio* e intonò una cantilena a fior di labbra: Lila non avrebbe saputo ripetere una sola parola di quanto sentiva e, probabilmente, già da lì partivano le abissali differenze tra la ragazza e la fattucchiera di Bagnoli, all’interno dei Campi Flegrei.
«Adesso stammi bene a sentire, peccerella**: questo è un sortilegio facile, ma molto potente. Se imparerai a controllarlo, potrai avere la persona desiderata ai tuoi piedi» disse Madama Matalena, con un cenno verso il basso «beh, facimmo na cosa ‘e juorno***: alle caviglie, meglio» si corresse subito, notando lo stato disastroso della giovane, scalza da due giorni. Lila arrossì imbarazzata: sporca, stanca e affamata si era concessa quell’ultima possibilità, testarda come al solito, prima di domandare alla donna come arrivare alla stazione ferroviaria.
Con la fortuna di questo periodo, pensava Lila, è già tanto se non incappo nell’eruzione vulcanica dei Campi Flegrei.
«Scrivi su un foglio il tuo nome seguito dalla persona che vuoi sedurre. Aggiungi le date di nascita di entrambi, traccia un cuore rosso, a penna, tutto intorno. Quindi ripeti la cosa per tre volte. Pieghi il foglio tante volte e lo bruci dentro questo braciere» proseguì la donna: bassa e tozza, vestita di nero, con uno scialle dello stesso colore al collo, ansava ripetutamente. Indicò la candela rossa che aveva appena acceso e il braciere tondo, di rame, che già consumava la carbonella gettata dentro.
A disturbare la flebile concentrazione di Lila, si era aggiunto Carmeniello: uno Welsh Corgi, di piccola taglia e rustico, che sembrava la copia sputata di quello della regina d’Inghilterra e che non smetteva un solo minuto di abbaiare. Madama Matalena scrutò nei meandri della stanza, un piccolo sgabuzzino zeppo di cianfrusaglie, scarpe e libri, di uno scantinato sotto ad un palazzo di Bagnoli: ci abitava dispensando fatture e sortilegi a chi le recava visita.
«Ah eccola qui: senza questa pozione l’incantesimo può durare anni. Noi abbiamo bisogno di una prova molto più breve» disse la fattucchiera, afferrando l’ampolla con un liquido verde che ribolliva al suo interno. Lila deglutì: la pozione non aveva un aspetto rassicurante, anche se odorava di menta piperita.
«Mi raccomando peccerella, versane poche gocce dentro il bicchiere e aggiungi un pizzico di zucchero soltanto a quella che berrai tu. Altrimenti il sortilegio avrà effetti imprevedibili.»
La ragazza dai capelli ramati sudava freddo: era la prima vera stregoneria della sua giovane esistenza. Non voleva tradire la fiducia della fattucchiera, distratta da una telefonata in arrivo: «Stai zitto un attimo, Carmeniello: mi metti in confusione» disse agitata, al rumoroso cane accanto alla gamba.
Il Welsh Corgi non voleva sentire ragioni e incrementò il suo abbaiare. Lila perse la concentrazione, scrisse il nome incompleto sul foglio, lo piegò male e sbagliò le dosi dello zucchero lasciando cadere alcune gocce della pozione a terra. Carmeniello, lesto e ingordo, si buttò a capofitto a leccare il liquido verdognolo. Madama Matalena, all’oscuro di tutto, intinse le dita nel resto della pozione all’interno dell’ampolla, disegnando delle figure geometriche a mezz’aria: nel volgere di pochi minuti, il sortilegio era concluso. La fattucchiera fissò Carmeniello, quindi Lila, gonfiò le guance e corse verso il bagno. Il cane smise di abbaiare, cominciò a tubare come una colomba e si attaccò, in calore, alla gamba di una sconsolata Lila. Madama Matalena chiosò ansante, dalla porta chiusa del bagno: «Peccerella, due cose: per prima, devo dirti che hai bisogno di molte ripetizioni e per seconda, devo chiederti di annotare gli sviluppi del sortilegio rovesciato; è un potente lassativo».

*Libro di magia
**Ragazza
***Facciamo una cosa di giorno/Svelto.

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Nella ideale parte di Lila ho scelto dal 2017 Chloë Grace Moretz.

Lila e il figlio di Crono

Tubbia guardò Lila dall’alto in basso e le rivolse un cenno d’intesa. La ragazza dai capelli ramati e le efelidi, rimasta in salopette e maglietta, scalza e senza soldi, si grattò il dorso del piede destro con il sinistro: entrambi erano anneriti sulle piante. Tubbia, un ragazzo basso di statura e magro come un chiodo, i capelli scuri sparati in aria con il gel, aveva all’incirca la sua stessa età. Le indicò un uomo sulla sessantina che vestito da sub caracollava baldanzoso sulla spiaggia, a quell’ora quasi deserta, di Marechiaro.
«Quello è Piuccio, il nuotatore dell’alba, arriva qui tutte le mattine allo spuntar del sole, gira in tondo come una foca e poi torna sulla spiaggia per mangiarsi l’impepata di cozze.»
«Ah. Quindi dovremo farlo con lui presente?» chiese Lila, a disagio, affamata e stanca: non chiudeva occhio da due notti. Il ragazzo le indirizzò un’espressione offesa e, per un momento, lei temette di essersi giocata anche l’ultima possibilità.
«Ti perdono perché stai al nord e non puoi capire: mia zia Giuritta è una strega rinomata, in città. Lei ha intrapreso un percorso dal basso, ha impiegato anni, però oggi padroneggia le arti della stregoneria come nessun’altra. Te lo garantisco» rispose lui, soffermandosi un po’ troppo sopra le curve di Lila.
Alla ragazza non piaceva essere scrutata a quel modo e, in altre occasioni, avrebbe volentieri lasciato partire un sonoro ceffone. Preferì sbattere le ciglia, come una cerbiatta, in una sensuale e appena percettibile danza delle efelidi. Si riteneva a malapena carina, ma sapeva riconoscere l’interesse dei ragazzi nei suoi confronti, quando c’era. Tubbia, appena conosciuto, stralunato e determinato, in un equilibrio precario di contrasti, si era offerto di portarla con sé a Marechiaro. E se Lila non avesse letto qualcosa sulla storia che il ragazzo le aveva imbastito con tanta veemenza, difficilmente si sarebbe lasciata convincere da appetiti che andavano oltre l’impepata di cozze. I due si avviarono circospetti, aggirando lo scoglio principale della costa di Posillipo. Le acque cristalline e incontaminate lasciarono Lila senza fiato: non immaginava che, fuori dalla sua bella Torino esistessero luoghi simili, tanto diversi e così suggestivi. L’entusiasmo ebbe vita breve, giusto il tempo di calpestare un gruppetto di sassi appuntiti, sotto le piante nude dei piedi. La giovane imprecò sottovoce: non desiderava mettere ancora alla prova la pazienza di Tubbia che, al termine di quell’avventura a Marechiaro, le aveva promesso una telefonata a casa per farsi spedire i soldi necessari al rientro.
«Quanno spónta la luna a Marechiaro / pure li pisce nce fanno a ll’ammore / Se revòtano ll’onne de lu mare / pe’ la priézza cágnano culore…» cantava il ragazzo, poi sollevò l’arpione, prese la mira e lo scagliò con forza. La punta della lancia si conficcò in un pezzo di trave che spuntava dall’acqua, poco distante.
«Così ti ingrazierai i servigi di Poseidone, il dio del mare, figlio di Crono e fratello di Zeus: diventerai una grande strega marina, in grado di leggere il futuro degli uomini del mare, proprio come mia zia» disse Tubbia, convinto. Lila sollevò il suo arpione, mirò e lo scagliò con tutta la forza che disponeva nel braccio ma con una mira disastrosa: la lancia andò a sbattere su una roccia vicina. Il ragazzo prese un secondo arpione e diede consigli, su come effettuare il lancio, alla giovane. Lui scagliò l’arma per la seconda volta, con un secondo centro nella trave piantata sul fondale.
Lila si concentrò, sollevò un arpione, prese la mira e lo lanciò con minor forza e maggior mira: dal mare si alzò un grido acuto, intenso e prolungato, che si propagò per decine di metri.
«Mai sentito niente del genere: questo è un segno divino» disse Tubbia, affiancando un’incredula Lila. Si sollevarono spruzzi e bolle: i due rimasero a bocca spalancata, aspettandosi di vedere la figura del dio del mare, Poseidone.
«Assassini! Il vino voi lo bevete: orbi maledetti!» Ululò invece Piuccio, agitandosi con l’arpione conficcato in una chiappa.

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
Immagini dal web © Copyright aventi diritto: “Red Hair Girls” archivio web
Nella ideale parte di Lila ho scelto dal 2017 Chloë Grace Moretz.

Lila e il mago di Napoli

Perduto il portafoglio e il telefonino, Lila cercava il modo migliore per lasciare Napoli e il quartiere di Fuorigrotta. Sulla sinistra i boschi spingono fino a un monte assolutamente rispettabile, cinto dalla riga bianca di una strada e sulla cima del quale biancheggiano le mura di un antico castello. Credo che questa collina si chiami Monte Sant’Angelo, diceva Sigmund Freud, aveva letto la ragazza dai capelli ramati, da qualche parte di una guida turistica prelevata in un angolo della strada. In realtà, Lila si sentiva piuttosto scoraggiata: era scesa dal Piemonte per trovare la giusta direzione sulla strada della magia.
Per la prima volta, da quando si era incaponita in tal senso, iniziava a temere che la zia Costanza non avesse tutti i torti: l’occulto non esiste e se dovesse, per assurdo, esistere sul serio, come pensi di poterlo trovare tu? Non si chiamerebbe così! Le diceva la sorella della madre, che l’aveva adottata da bambina, insieme al fratello Arturo. Lila rimase seduta sul bordo del marciapiede, pensando al fratellino rimasto da solo, su al nord perché lei, da irresponsabile, aveva preferito seguire i propri impulsi. Finora, la ragazza aveva collezionato delusioni di ogni tipo, passando da fasulle messe nere a grotte infestate da fantasmi con le lenzuola bucate. In alcuni frangenti, Lila aveva rischiato la propria incolumità fisica, delle relazioni sessuali non consenzienti con sconosciuti e persino l’innocenza del fratello minore Arturo: l’aveva scampata, spesso, per un soffio. Adesso non le sarebbe dispiaciuto immergersi in una nuova esperienza senza dover correre i soliti rischi. Sperava nel mago Hudinni: uno stralunato ometto, più basso di lei, che vestiva in frac e non conosceva un’acca della lingua inglese.
«Vuole dire Houdini, il celebre illusionista. Lei ha scelto di chiamarsi come l’uomo delle fughe impossibili?»
Aveva domandato lei.
«Hudinni, certo. Hudinni. Io che ho detto, peccerella*?»
Aveva risposto lui.
Tentennante, ma senza niente di meglio da escogitare Lila si era aggregata al buffo ometto. Perché no, si disse, come dice zia, devo vedere l’occulto per essere sicura che esista: chi meglio di un prestigiatore potrebbe indicarmi la via?
Hudinni, sebbene in apparenza innocuo, evidenziò subito un difetto pesante: fumava come un turco. Lila dovette riempire le tasche della salopette bluette, che indossava sopra una t-shirt verde come il colore dei suoi occhi, con pacchetti di Marlboro.
«Allora, vi mostro come una sigaretta abbia una vita breve. Anzi, brevissima. Voi l’accendete, la portate alle labbra e puff, svanisce via come un coriandolo soffiato dal vento» disse Hudinni, accendendo una sigaretta dopo l’altra, accanto a un banchetto che aveva improvvisato in mezzo alla strada: fuma di qua, fuma di là, i pacchetti venivano consumati che era un piacere. Lila vide le tasche svuotarsi con una velocità sbalorditiva, passando ogni singola sigaretta al buffo ometto. Tra qualche applauso e qualche mormorio di apprezzamento, il numero di sparizione della sigaretta proseguiva senza intoppi e il piattino sopra il banchetto si riempiva di monete. Andarono avanti così. L’odore di fumo divenne insostenibile, per Lila, sul finire della serata: non capiva da dove provenisse. Guardò verso i piedi, le sneakers rosse con le strass, e vide uscire degli sbuffi grigi: le sue scarpe stavano fumando. Hudinni le tirò un’occhiataccia. Ma Lila, insieme al fumo, avvertì anche delle ondate di calore alle piante dei piedi e urlò spaventata.
«Stàtti cìttu**, peccerella. Cìttu. Cìttu!» le disse il mago, allarmato per il rischio che la gente scoprisse il suo trucco.
«Eh? Se credi che me ne stia qui a farmi bruciare dalle tue sigarette, sei davvero un illusionista illuso» gli rispose Lila. Tolse le sneakers e gliele scagliò dietro, imprecando contro la nicotina, i maghi improvvisati e chi non conosceva l’inglese.

*Ragazza
**Stai zitta

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Nella ideale parte di Lila ho scelto dal 2017 Chloë Grace Moretz.

Lila, voodoo e cera da scarpe

Lila strabuzzò gli occhi, animando le efelidi sopra le gote del viso: sembrava una fata irlandese, una banshee uscita dai miti scozzesi. Le accadeva di non riuscire a trattenere una smorfia di perplessità, trovandosi di fronte a spettacoli incerti come quello. Il suo viso rifletteva pienamente le emozioni, procurandole spesso noie e smascheramenti. Forse, una delle rare situazioni in cui la cosa poteva non rivelarsi un problema, era proprio quella: il maestro Baron Turbe non le prestava alcuna attenzione, troppo impegnato nel suo rito.
Speriamo, chissà sia la volta buona si disse la sedicenne dai capelli ramati. Presa da un vago senso di scoramento, Lila aveva deciso di spingersi al sud, per raggiungere lo scopo della sua giovane vita; diventare una vera strega. Aveva letto di un celebre sacerdote che si trovava a Fuorigrotta: una sorta di santone capace di praticare alcune delle misteriose e suggestive cerimonie della religione Vodun, molto diffuse a New Orleans e ad Haiti. Appena conosciuto il maestro, che esercitava in uno dei più popolari quartieri napoletani, in una stanza adibita con maschere e ornamenti di ogni genere, candele e un altare al centro, Lila avvertì sensazioni contrastanti. Di buono c’era che Baron Turbe non le aveva fatto domande a carattere sessuale, né le aveva chiesto di spogliarsi nuda. A parte quello, l’uomo le destava comunque varie perplessità. Allampanato, nero come la notte, con barba bianca e pelato, aveva folte sopracciglia che si alzavano e abbassavano per via delle continue smorfie: Lila temeva fossero dei tic nervosi, perché il maestro ripeteva le stesse frasi, come se avesse dimenticato di averle pronunciate poco prima. Aveva rincorso una gallina per un buon quarto d’ora, per riuscire ad acchiapparla e stringerla al collo: con il fiatone, la sventolava a mezz’aria, come si farebbe con un fazzoletto.
«Maestro…» disse Lila, con timore, sollevando un dito «è proprio necessario fare del male a questa gallina? Io sarei, ehm, contraria alla violenza sugli animali.»
Baron Turbe si voltò verso di lei, come se la vedesse solo in quel momento. Il viso del maestro presentava vari graffi, dovuti alle reazioni agitate della pollastra, indossava una lunga vestaglia bianca – in netto contrasto con il colore della pelle – che presentava varie macchie e chiazze non ben identificate.
«Ragazza, il rito ha bisogno di un sacrificio per funzionare. Altrimenti i Bokor ci volteranno le spalle, lasciando campo libero agli Yoruba: non bisogna contrariare i Loa» le rispose il maestro. Lila comprese solo la minima parte del discorso. Chi fossero le persone nominate da Baron Turbe, era un mistero.
La gallina, probabilmente imparentata con un gallo cedrone, decise di tentare un’ultima sortita: piazzò una nuova serie di vistosi graffi sopra il voluminoso naso adunco del maestro e ingaggiò battaglia anche con il becco, chiocciando come una furia pennuta. Baron Turbe ne ebbe ragione dopo uno scontro cruento, il sangue imbrattò la vestaglia già sporca di suo. Senza fiato, seduto di peso sopra una panca, fece cenno a Lila di aspettare qualche istante, mentre la gallina ancora si dibatteva nel suo pugno. Quindi si alzò, avanzò claudicante verso lo stereo e lo accese: dalle casse ne uscì una canzone, che la ragazza con le efelidi parve riconoscere.
Lascia che il mio Voodoo lavori eh / Funziona con tutte ma non con te! / Latte di letto, talismani e fiori / È un filtro speciale fatto apposta per te.
La gallina, ispirata dalle note blues chiocciò. Mentre il colore scuro, simile a cera da scarpe che colava dal viso di Baron Turbe, insieme al sangue dei tagli, rivelò il bianco sottostante; la pollastra si mise d’impegno e l’uovo le spuntò dietro. Lila, allibita, guardò il finto cerimoniante che perdeva i pezzi e il complice sbucato dalla porta d’ingresso che metteva il palmo della mano sotto la gallina: «Guagliò…» disse il nuovo venuto «fagliene fare un altro, che stasera si mangia!»

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