Belladonna è tradizionalista

Le streghe accerchiano la pescheria e saltellano in strada. Portano cappelli in tulle e scope al seguito, ma non volano. Al pari dei pipistrelli, penzolanti alla tela che riveste la sommità delle bancarelle, girano in tondo: in bella compagnia di scheletri e fantasmi, riempiono ogni angolo di Spannaci. Halloween dilaga anche qui. È parte delle contraddizioni del mio borgo, rimasto ancorato al secolo scorso; come un naufrago che rifiuta di abbandonare il relitto e preferisce andare alla deriva, lasciandosi trasportare dalla corrente. Ad Acireale, per esempio, se ne infischiano: si calano un lenzuolo addosso e, a piedi scalzi, canticchiando canzoni e salmi, corrono con le torce accese per le strade di paese, rubando dolciumi dalle bancarelle per donarli poi ai bambini.
«Dolcetto o scherzetto?» chiede una streghetta, sulla soglia aperta del negozio. Ho un cannistru* colmo di delizie che l’aspetta: un gesto e un’occhiata complice e la fattucchiera in costume se ne serve a piene mani, quasi rovesciandolo per la foga. Dietro di lei, compare uno scheletro e un fantasmino. Quando s’involano per il borgo, ho già dimezzato la mia scorta di dolci. Chiudo leggermente in anticipo: Nicola e i miei ospiti saranno impazienti di mettersi a tavola. Prendo il pacchetto nascosto sotto il bancone e ne controllo il contenuto: voglio essere certa di non aver scordato nulla. La frutta martorana è al suo posto, in mezzo alla frutta secca. Agli angoli dell’involto, traboccano i crozzi, i mottu, i pipareddi e i tetù**.
«Dovrebbe esserci tutto» sussurro soddisfatta, leccandomi un labbro. Il vecchio Cipuddruzza mi saluta con un inchino, quando gli passo accanto. Se non si trattasse di una festa privata, lo chiamerei volentieri a casa. La figlia mi toglie dall’incertezza, sbucando dalla parte opposta della strada. Ci sono novantasei scalini da risalire, perciò saluto entrambi con la mano e mi dedico all’ultima fatica della giornata. Al ventesimo penso a mamma, che aveva mani delicate e una voce musicale, quando m’intonava la buonanotte. Al quarantesimo arriva papà, che mi portava sulle spalle e aveva braccia forti, dure come il ferro, e tutta la tenerezza del mondo. Al sessantesimo tocca a Sasà, una roccia di fratello maggiore, che aveva il compito di vegliare su me e Fanu, il più piccolino tra noi. Al settantesimo scivola via Annita, la mia bambolina dai folti ricci biondi, arrivata un anno dopo di me. Le nuvole, sulla vetta dei monti Nebrodi, li portano via, in una scia di rosa e azzurro, slacciandosi in cielo, immacolate come zucchero filato. Mi tengono compagnia ogni volta. Impossibile nascondere a Nicola gli occhi lucidi. Così mi sono inventata un’allergia, ingrandita dalla fatica della scalinata. Forse lui mi crede, forse no. Tra qualche anno troverò la forza di raccontargli la verità. Ora preferisco vedermelo davanti spensierato e felice, mentre attraverso la porta di casa.
«Li hai portati, matri***?» domanda, con l’acquolina in bocca.
«E tu li hai meritati, hai tenuto compagnia all’ospite?»
«Lo ha fatto. Nicola è un bravo figliolo, Sofia» interviene zio Gaspare. Appoggio il pacchetto sul tavolo della cucina, al centro, in un ampio piatto ovale, tra posate e bicchieri. Zio ha portato vino delle sue vigne e coca-cola per mio figlio. Un’altra festa dei morti rispettata, come da tradizione, perché se Halloween li vuole allontanare, con zucche e mostri, il nostro costume li avvicina, tra doni e regali nascosti. Ci portano biscotti ricoperti di polvere di cacao e zucchero a velo. Sono gli ospiti che non ci sono, ma che esistono nella prelibatezza della pasta alle mandorle e diventano balsamo per il nostro respiro.

*Cestino.
**Ossa di morto e altri biscotti tipici.
***Madre.

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Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.

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Belladonna è preservata

«Tutto a posto, ziu Asparu*?»
«Mm… mm… ma lascia stare le mie lenzuola: A lavari la testa au sceccu si perdi acqua, sapuni e tempu.** Nicola sta bene? È tanto che non lo vedo qui a cascina. A scuola va sempre?»
Soffoco un risolino e scuoto il mento in basso: zio Gaspare è quanto mi resti di più vicino a un parente. Burbero con tutti, tranne che con me e mio figlio. Intento ad appuntire un paletto di legno indossa la sua immancabile giacca nocciola, con il pelo folto e scarmigliato, da pastore di pecore. È seduto cavalcioni su un masso, dirimpetto ai quattro legni raggruppati, sotto un tetto di lamiera, che chiama cascina.
Ho una pesante cesta di biancheria sporca tra le braccia, come ogni fine settimana. Quando sono rimasta sola con Nicola, questo era il rifugio più sicuro in cui ripiegare. Il borgo di Spannaci, là sotto, appare in un mellifluo splendore e ogni pericolo sembra lontano. Pare un altro mondo: un posto cupo e soffocante, che ha fagocitato la stirpe dei Belladonna. Papà, mamma, fratelli e sorelle si sono risvegliati un mattino d’autunno, quando il freddo aveva spezzato le reni di una delle più calde estati siciliane. La neve aveva ricoperto le mura diroccate del castello medioevale e imbiancato il bosco intorno, il candore vicino a casa era intriso di macchie rosse, quando tornai indietro con Nicola. Ho dei ricordi confusi, di quei momenti. Non so come sono riuscita a non crollare. Immagino di doverlo al senso di protezione per mio figlio. E a questo arcigno allevatore di ovini, dalle scarpe grosse, amico di papà. Mi sento in colpa: ha già fatto così tanto per noi…
«Ziu Asparu, dovrò evitare di venire, per un po’.»
Lui continua a lavorare sul legno con un moto incessante del coltello, ma tira su con il naso. Il volto tondo, incorniciato da una folta barba bianca e da una riccia chioma di pari colore, resta impassibile. I suoi pensieri un enigma.
«Ci sono gli uoi che ti corrono ancora appresso?»
Evito di rispondere. Torno dentro cascina. Voglio lasciargli tutto in ordine e tenerlo fuori da questa storia. Con un pizzico di fortuna, nessuno dovrebbe avermi seguito. Uoi compresi, come li chiama lui: dei buoi grossi e stupidi, ma abbastanza pericolosi per creare dei problemi. Cercano di farsi strada nelle famiglie eliminando i presunti ostacoli all’autorità delle stesse.
Il movimento mi ha sempre permesso di vedere le situazioni difficili da un’ottica diversa. Non ne conosco la ragione. Forse è questione di ossigeno. Perciò attacco il pavimento lercio con straccio e detersivo, per il resto della mattinata, su e giù dalle scale che portano alla cantina dove zio tiene il vino. L’umore peggiora: temo che gli uoi possano nuocere a Nicola, prima di riuscire a escogitare il piano migliore per sbarazzarmi di loro. Asciugo la fronte sudata con la manica della camicia, cambio l’acqua del secchio e mi appresto a rifare le scale per l’ultima volta. Il rumore improvviso di legno spezzato sovrasta grida di persone. Salto sui gradini tre alla volta: ho il fiato corto quando raggiungo zio Gaspare, seduto sopra il solito masso. Ha il legno appuntito in una mano, il coltello nell’altra. La lupara spunta a mezzo metro da lui, adagiata sul fianco della cascina. Gli occhi spiccano da lui al recinto dei maiali: ricoperte di escrementi e ghiande, a quattro zampe, due figure umane singhiozzano scuse giurando di lasciare Spannaci e la Sicilia.
Zio ha l’aria soddisfatta. «Gli uoi non dovrebbero correre appresso a te. Stanno meglio in mezzo ai miei porci.»

*Zio Gaspare
**Lavare la testa all’asino fa perdere acqua, sapone e tempo.

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Belladonna è materna

Dal forno, l’aroma della pasta frolla snoda invisibili scie che attraversano la cucina e lo attraggono con una gustosa promessa per il palato. Nicola non resiste al richiamo della Maria Stuarda. È il suo dolce preferito. Un’alchimia di zucchero, vanillina, strutto e uova che lo delizia sin dalla più tenera età. Oggi ha nove anni e vorrei non passassero mai. Perché non mi sono quasi accorta degli otto venuti prima. La schiena e le gambe mi dolgono: è il risultato di un lavoro impegnativo, che mi obbliga a maneggiare coltelli dall’alba al tramonto. Quando lui mi è vicino il peso, quell’incredibile insieme di responsabilità e fatica, di dolori e rabbia, scivola via come acqua di sorgente. Eppure, per mio figlio la stringerei nel pugno, troverei il modo di bloccarla senza perderne una goccia. La domenica mattina è un rito, di quelli da passare in due: una scompigliata alla sua chioma ribelle, una colazione insieme e la sapidità di un’insostituibile giornata di festa.
«Non la stai cantando, mamma» afferma Nicola, strofinandosi gli occhi e guadagnando la sedia del tavolo in cucina.
Il mio sguardo incrocia il suo e fatico nel trattenere una lacrima. Un giorno, prima di quanto vorrei, non la domanderà più. Avverto in me un pizzico di egoismo, ma prego il cielo perché quel momento sia ancora lontano.
«Credevo tu stessi ancora dormendo. Ieri sera hai fatto tardi, con la televisione, nonostante l’impegno preso con me.»
«Dai, mamma. Era sabato. Per una volta a settimana…» si giustifica lui, con quel tono tra il viziato e l’innocenza che riuscirebbe a penetrarmi il cuore persino dentro un ghiacciaio.
«Allora?» domanda, in attesa.
Nascondo il viso rifugiandomi verso il forno: non riuscirei a cantarla evitando la commozione, se dovessi incrociare anche i suoi occhi. Nicola trattiene il fiato, immobile. La bocca, immagino come al solito, aperta in un sorriso brillante e guascone, di quelli che, ne sono certa, tra poco tempo, riuscirà a fare breccia nelle ragazzine del borgo e correrà il rischio di spingerle a qualche tenera pazzia, come è accaduto a me, dieci anni fa, con suo padre.
È la festa principali / e scinneru li pasturi / pà adurari nostri signuri. / Bambineddu ruci, ruci, / io ti portu li me nuci / ti li scacciu e ti li manci / accussì sta zittu e nun chianci…* intono, schiarendomi la voce per allontanare il nodo che sento in gola. La schiena duole meno, le gambe diventano leggere, le mani abituate a stringere coltelli sembrano maneggiare petali di rosa.
Infine guardo Nicola. L’espressione candida allontana l’adolescenza. La scuola è ancora lontana e lui gorgoglia dalla sua culla d’infanzia. Nemmeno per tutto l’oro del mondo baratterei questo momento. La Maria Stuarda conclude il rito, in un’estasi di ripieno e crostata.
Lui esce, per la mattutina partita di pallone con gli amici. Mi rimangono le posate da lavare e un senso di leggerezza che permea l’aria sopra la mia testa.
Lì, confusa nei miei ricordi, si affaccia un’altra filastrocca e la voce di mia madre: Minn’acchianassi ‘ncielu si putissi, ccu una scalidda di triccentu passi, nun mi nni curu siddu si rimpissi basta ca ti stringissi e ti vasassi**.

*È la festa principale / e arrivarono i pastori / per adorare nostro Signore. / Gesù Bambino dolce, dolce, / io ti porto le mie noci / te le schiaccio e te le mangi / così stai zitto e non piangi…
**Salirei in cielo, se potessi, con una scala di trecento gradini, senza preoccuparmi che potrebbe rompersi, purché potessi stringerti e baciarti.

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Belladonna è integerrima

«Scrivi Lazzarone, scrivi. E non saltare gli articoli, come fai sempre. Altrimenti la denuncia non ha né capo e né coda.»
Tuona il commissario Di Dio, con il suo timbro spiccatamente baritonale. Se non avesse scelto la carriera in polizia, di certo non avrebbe sfigurato come cantante lirico.
«Lorenzon, commissario» farfuglia il sottoposto, per l’ennesima volta, rallentando il suo ossessivo picchiettare sulla tastiera. Magro come un chiodo, dal naso adunco e ancora pallido quanto un lenzuolo, nonostante sia stato trasferito dal nord, a Spannaci, quasi un anno fa, è l’esatto contrario del superiore.
«Larazzo, certo. E io che ho detto? Ci perdiamo nei dettagli o concludiamo la denuncia della signora…»
«Belladonna. Sofia Belladonna, commissario Di Dio» termino per lui, prima di sentirmi storpiare il nome.
Butto una rapida occhiata all’orologio a muro. Le quindici. Tra poco devo riaprire la pescheria. Nicola tornerà dalla palestra. E io sono bloccata qui con il poliziotto più analfabeta di tutta la Sicilia.
«La signora… appunto» gesticola il commissario, impicciato. «Forza, ti abbiamo fatto venire apposta dal Veneto per darci una mano e tu usi due dita?» tuona di nuovo, rivolto al sottoposto. Sta piegato all’indietro, contro lo schienale della vecchia sedia imbottita che, per un inspiegabile mistero, riesce a sostenere un peso imbarazzante.
«Dunque, se ho inteso bene, questo signor…»
«Giovannino Starabbaci, detto il Manuncula *.»
«Manu… che cosa?» domanda Lorenzon, bloccandosi ancora.
«Lorzattin, ma l’hai finita l’accademia almeno?»
Ho un movimento curioso al basso ventre: non capisco se sfocerà in un raptus omicida oppure in una risata isterica. Nel dubbio, massaggio la pancia controllando la respirazione.
«Quello, appunto» prosegue Di Dio, lieto per essersi tolto le castagne dal fuoco «Diceva: costui l’ha avvicinata fingendosi un fornitore, quindi le ha proposto la distribuzione di una partita di cocaina attraverso la vendita del pesce.»
«È andata proprio così. Ho visto troppi paesani, soprattutto ragazzini, sotto l’effetto di porcherie simili. Il posto di gente come Starabbaci è in carcere: non li voglio vedere, per le strade di Spannaci. Avete lui e avete la sua roba: buttate la chiave.»
Di Dio pare uscire dal torpore che lo attanaglia. Ho colpito in profondità. Sotto il lordume e l’indolenza. Posso elencarne i difetti fino alla nausea, ma ha almeno un pregio per nulla scontato: è una persona onesta.
Così, trattengo i miei raptus di follia massaggiando la pancia per un’altra mezz’ora, i timpani messi a dura prova dalla carica di elefanti che calpesta la tastiera del pc. Poi è l’aroma dei mandarini e dei limoni, a deliziarmi il naso, il calore rassicurante del sole a baciarmi la fronte: lungo l’acciottolato del borgo, scendendo in mezzo a due lunghe file di case e di terrazzi pieni di gerani, si arriva al mare. Onde sinuose e cristalline, incorniciate da una spiaggia dorata e dallo stridere dei gabbiani, sono il polmone vivo di Spannaci. Il respiro ed il cuore. Non cambierei nulla della mia terra. Nemmeno i parassiti e i tutori dell’ordine privi di acume. C’è un senso per ogni cosa. Persino per Sofia Belladonna, la penultima di una famiglia che, un tempo, aveva tutto. Mi resta l’anima.
E, quella, non la possiamo sporcare. Mai.

*Mano morta.

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Belladonna è aracnofila

Mi piacciono i rospi, i serpenti, i pipistrelli e, in genere, tutte quelle creature che la gente normale tende a evitare. Mio figlio, in un tema in classe, mi ha definita come la sorella gemella di Morticia Addams: minuta, ricoperta di nero da testa a piedi, con una folta e liscia chioma corvina alle spalle, ho solo un paio di occhi celesti che stonano con il resto. Tranne in alcuni casi, quando le pupille si anneriscono come la pece. Giovannino il Manuncula* è disorientato, perché non comprende il significato di questo cambio cromatico. Mi ha conosciuta nella fase celeste e mi ritrova dirimpetto nella fase tenebrosa: non c’è luce in nessuno spicchio del mio corpo, né tra le pieghe dei vestiti. L’unico candore sbuca tra i pesci ammassati nelle casse. E non è la trasparenza del ghiaccio.
«Credevo ci fossero accordi diversi, tra donna Pasqualina e donna Assunta. Mi sono sbagliata?»
«No, donna Sofia. Nessun errore. Io non rappresento più gli interessi della famiglia di Don Ciciu Vitale. Abbiamo avuto… beh, potremmo chiamarle divergenze in affari» risponde lui, mettendo in bella mostra il certosino lavoro di sbiancatura del suo dentista. Sopra di noi, senza sosta, il ragno prosegue nel moto meccanico che deposita le casse a pochi metri dai miei piedi. Amo i ragni. Allo stesso modo, detesto le persone che, alla loro vista, vanno in escandescenza e li calpestano.
Il Manuncula si abbassa per raccogliere una delle bustine bianche, la apre con un coltello a serramanico e ne saggia il contenuto portandoselo alla punta della lingua: ha espressione soddisfatta e occhi acquosi, quando si allunga verso me per offrirmene la degustazione. Impassibile, fingo di non vederla.
«E quindi? Non sono le due famiglie rivali a trattare questo genere di imprese? Avevo sentito dire che, con gli uomini in galera, le mogli si erano date da fare per ripulire Spannaci.»
Lui ridacchia, sarcastico. Non sa, come il resto del borgo, che ho dato un contributo fondamentale a deporre i due pupari**. Smilzo e dinoccolato quanto uno spaventapasseri tormentato dai corvi, il Manuncula improvvisa quattro passi di danza.
«Proprio per questo ho pensato a voi, donna Sofia. A ogni rifornimento di pesci, nel doppio fondo delle casse, potrete accumulare gli ordinativi da parte della gente per bene del paese. I Vitale e i Basile non ne sapranno mai nulla, voi però in capo a qualche mese guadagnerete a sufficienza per aprire un’altra pescheria e assumere una squadra di pescivendoli.»
In automatico, il ragno deposita l’ennesima cassa. Così ammiro il suo lavoro meccanico: un insieme di metallo, olio e circuiti elettrici manovrati da un’unica leva posta su un quadro grigio. Sembra facile, mi dico. È la complessità della natura ad affascinarmi, non i surrogati posticci delle menti umane. Tendo il braccio e afferro la leva, quando il ragno, maestoso, disegna un’ombra scura e immensa esattamente sopra le nostre teste. Fa pendant con il colore dei miei occhi, stamattina. L’artiglio metallico si apre, la cassa vola giù e colpisce le altre in uno sbuffo copioso di polvere bianca. Il Manuncula ne è ricoperto, da capo a piedi. Un attimo prima, la mandibola gli era arrivata alla punta delle scarpe, per la sorpresa. Del resto, se c’è una cosa che non sopporto nelle contrattazioni, sono le persone che danno per scontata la mia risposta. Era tutto più semplice da bambina e gli aracnidi si occupavano soltanto di eliminare gli insetti. Ora, con la robotizzazione, certe incombenze sono passate a noi: le donne di Spannaci sono salite al potere. E anche i ragni, naturalmente.

*Mano morta.
**Burattinai.

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Il ritorno di Belladonna

È trascorso qualche tempo dall’ultima presentazione di un personaggio inedito, per il blog. I motivi, di quest’attesa, sono molteplici: la programmazione dei serial già noti, che si sono guadagnati simpatia e affetto degli amici lettori; il risicato tempo disponibile, che mi vede impegnato su molteplici fronti, non solo – purtroppo – narrativi; il desiderio di offrire qualcosa che possa ripagare – almeno nelle intenzioni – la fiducia di chi mi legge. La protagonista della serie – in partenza con il prossimo aggiornamento, come altri scritti composta da racconti brevi e autoconclusivi, leggibili singolarmente ma collegati da una trama ad ampio respiro – è Sofia Belladonna, una giovane madre molto particolare (…)
Circa un anno fa, ho presentato in questo modo uno dei personaggi più recenti usciti dalla mia tastiera. Da quel momento, le cose non sono cambiate in meglio: porto avanti quest’attività con grande fatica, a causa del poco tempo disponibile e della malinconia per un seguito ridotto al minimo delle presenze. Ho sempre creduto che la linfa vitale di un blog – come di qualsiasi altra creatura editoriale – fossero i lettori. Mi ero anche ripromesso di chiudere, una volta sceso sotto un certo numero di commenti. Margine che, in negativo, ho da tempo superato. Certo, le cause sono molteplici: l’avvento dei social, che hanno sottratto i commenti ai blog; il disinteresse degli internauti a leggere, sostituito dallo scrivere; la mia incapacità a comprendere in quale modo attrarre nuovi amici.
Allora perché sei ancora tra le scatole? Potrà domandarsi il più malizioso. Una domanda alla quale non so dare una risposta precisa. Forse per affetto, nei confronti di una casa virtuale che ha conosciuto momenti migliori. Forse per amicizia, nei riguardi dei pochi che ancora oggi leggono qui sopra e acquistano i miei libri. Forse per piacere, amo e amerò sempre scrivere, anche se in questo periodo mi sento come l’autore che presenta un libro in biblioteca, davanti a una platea quasi deserta. Forse in attesa di pagare il conto, quando mi chiederò se il prezzo da pagare vale davvero una cassa vuota, con le sole monetine dei centesimi sparse a fare mucchio. Forse fino a domani, quando deciderò la chiusura di questa casa virtuale, o quando deciderò di rimandarla a dopodomani.
Per ora, visto che ne ho scritto una nuova stagione, almeno Belladonna sarà presto qui. Con il suo carattere anarcoide, astuto e fiero, con il suo desiderio a non mollare mai, tra i doveri di madre e quelli della pescheria del borgo: Sofia Belladonna vive a Spannaci, un paesino immaginario sui monti Madonie, vicino a Enna e nel cuore di una Sicilia carismatica. Il borgo dove vive Sofia è rimasto ancorato a un tempo lontano e caratteristico, per costumi e tradizioni. Qui, in mezzo a figure che si muovono tra i drammi della cronaca, situazioni che sfumano nel grottesco e nell’umorismo, ripropongo il mio amore per questa terra e per Belladonna che, nel mio immaginario, ha i tratti somatici dell’attrice Christina Ricci. Giovannino il Manuncula, la Maria Stuarda, e ziu Asparu ti stanno aspettando, ansiosi di farsi conoscere e di accompagnarti tra i banchi del pesce e i profumi dei limoni che abbondano nelle vie del borgo. Belladonna sta tornando.

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Immagini © Copyright aventi diritto: “Paesaggio-via” Comanche0 e “Christina Ricci” archivio personale.

Belladonna è faccendiera

Carmelo è immobile come uno stoccafisso. Farebbe un figurone, messo insieme agli altri pesci della mia pescheria. Taglio la testa al pesce castagna con un colpo secco; ricade dentro la bacinella sistemata a fianco del bancone, le orbite vuote fissano il picciarello* in gessato grigio, che gioca a fare il grande. Lui deglutisce, non me ne stupisco: l’ultima volta l’ho mezzo congelato dentro la cella frigorifera.
«Avete inteso, donna Sofia?» balbetta, con voce stridula.
«Ah. Sei tornato a darmi del voi, Carmelino?»
«In segno di massimo rispetto. Come meritate. Si capisce.»
«Credevo di meritare un’estorsione a mano armata. Ti sei impegnato il coltello da Rinuzzu l’ebbrèu**?»
Lui abbassa il capo, imbarazzato. Ho colpito nel segno; un pomodoro maturo è meno rosso di quanto sia lui ora. Tormentarlo è il minimo. Ed è un gioco che mi diverte.
«Vorrei… dimenticaste la nostra, ehm, precedente transazione, donna Sofia. Prima servivo Don Basile è vero, ma oggi sono alle dipendenze di donna Pasqualina. Vi prego di considerare la sua offerta, perché lei ci terrebbe davvero molto a considerarvi socia in affari. Del tutto onesti, voglio precisare» sottolinea il picciarello, rizzando il busto sull’attenti. Un’altra testa, questa volta di un’orata grossa quanto un gatto, rotola nella bacinella ormai piena. Agito la lama senza smettere un attimo di pensare: perché la moglie di Don Basile, che ho contribuito a far accomodare dentro le patrie galere, desidera stringere un accordo invece di chiudermi le mani attorno al collo?
«Puoi riferire alla tua padrona…»
«Vi prego, donna Sofia. Lo riterrei un favore personale che mi concedete, portare il vostro consenso a villa Terezzani.»
Si affretta ad aggiungere Carmelo, cambiando la tonalità delle gote in un biancore cadaverico. È straordinaria la sua capacità di riflettere le emozioni che prova variando i colori del viso; un semaforo lampeggiante non sortirebbe effetto migliore. Il picciarello ha la fronte imperlata di sudore, sotto il candido cappello a tesa larga, la mandibola gli trema quanto un treno a vapore che sbuffa e deraglia verso lo strapiombo. Dovrei ringraziarlo, in fondo, perché nel suo atteggiamento posso leggere le risposte che cercavo e smettere di decapitare pesci, almeno per un po’. Soffio via la ciocca di capelli che mi fende in due l’ovale del viso e gli pianto gli occhi addosso. Carmelo smette persino di respirare.
«Stavo dicendo, se hai la compiacenza di non interrompermi ancora, che puoi riferire alla tua padrona di starsene tranquilla a villa Terezzani, a sistemare le vigne e licenziare i ruffiani da cui è attorniata. Non ho intenzione di vendere pesce davanti alla pescheria dei Basile: possono contrabbandare in santa pace. E non voglio trattamenti di favore. Mi basta che se ne stiano fuori dai piedi. Ecco l’accordo: riferisci, se ti è chiaro.»
«Chiaro. Come acqua limpida di sorgente, donna Sofia. Vi ringrazio e vi porgo tutta la mia stima e simpatia» risponde lui, improvvisando una caricatura d’inchino che gli riesce ridicola, dentro gli abiti eleganti di una misura più grande.
Era una prova. Donna Pasqualina intende sfoltire il numero dei suoi picciotti: ho tolto dalla circolazione i due maggiori capifamiglia, ma con le loro donne occorreranno strategie più sottili. Ecco cosa accade ad avere il cuore troppo tenero, nonno me lo ripeteva sempre: Futti e futtitinni***. Ho salvato la pelle al picciarello, nessuno però taglierà queste teste al posto mio. Riprendo il coltello e lo affondo, decisa, in una carpa.

*Bambino.
**Ebreo e usuraio.
***Frega e fregatene.

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Belladonna è salomonica

«Siete sicura di quanto avete udito, donna Sofia?»
«Ne sono certa. Tanto quanto le campane che rintoccano dodici volte alla mezzanotte, Don Basile.»
Il padrino di Spannaci, l’uomo che aveva inviato un suo tirapiedi per farmi pagare il pizzo, spinge in avanti gli spaghetti alle cozze, disgustato. Un rivolo di sugo forma una curva, mentre scende in basso, lungo la collinetta dove il tovagliolo protegge la camicia. Don Basile avvampa e, con un gesto autoritario, ordina all’anziano maggiordomo di portare via i resti di un pranzo cominciato bene e terminato peggio. Il doppio mento del boss trema, mentre balbetta altre domande.
«È grave la vostra accusa. Minaccia la tranquillità del nostro paese. E voi, più di altri, ne dovreste conoscere l’importanza.»
«Ne sono consapevole. Ma l’acqua e il pesce, qui a Spannaci, non li abbiamo mai negati a nessuno. Dico bene, Don Basile?»
«Assolutamente» asserisce lui, alzando una mano.
Come immaginavo ho colto gli argomenti migliori, per convincerlo a darsi una mossa. Scosta la sedia dal pesante tavolo dell’ampio salone e troneggia, con la sua imponente stazza, sul resto della famiglia: ragazzi e ragazze della moglie di primo letto, una dozzina di figli in tutto, dai dieci ai trent’anni. Santino Basile è seccato, preferisce gestire il potere sfruttando la semplice aura di paura che lo circonda. Ed è stizzito ancora di più perché sono stata io, a portargli la drammatica ambasciata. Una donna. L’ultima rappresentante adulta dei Belladonna. Una stirpe antagonista che si augurava di veder sparire dalla faccia della terra. Mi costa, ma abbasso il capo, soffocando il desiderio di ucciderlo davanti a tutti. Perché, se pure mi hanno portato via il patrimonio di famiglia, non sono riusciti a togliermi la capacità di pensare. Ritta nel mio lungo abito scuro, con le mani giunte in grembo, muovo tre passi di lato, scostando Nicola, mio figlio. Soffoco un inchino plateale, per non osare troppo, e lascio libero il passaggio a Don Basile. Mi ritiro così. In silenzio. Abbandonando l’immensa villa dagli alti drappi e dagli sconfinati arazzi, gli infiniti saloni saturi di mobilia pregiata, mi tiro dietro Nicola e scendo la scalinata che porta al mare.
«Mamma e ora che succederà? Ieri, quando siamo andati a trovare Don Vitale, hai detto le stesse cose.»
«Oh, non preoccuparti. Si urleranno contro un po’ di brutte parole insieme a qualche gestaccio. Poi li chiuderanno in una stanza buia, per un po’, con altri loro amici, dove avranno la possibilità di riflettere bene sulla piega che hanno dato al nostro paese» rispondo a mio figlio, giunti ormai in fondo alla gradinata.
«Però Don Vitale aveva preso in mano la lupara, mamma. Sei diabolica.»
«Sono soltanto imparziale, Nicola. Infatti, ora telefoniamo al commissario Di Dio e gli riferiamo che, tra poche ore, troverà sulla spiaggia due grossi cilliuni* pronti a spararsi addosso per una cassa di pesce marcio e una botte d’acqua distillata.»
Stringo la mano di Nicola e saltello sopra la sabbia. Adoro stemprare le giornate pesanti come facevo da bambina, fischiettando allegramente E vui durmiti ancora**.

*Stupidotti, tontoloni.
**E voi dormite ancora.

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Belladonna si cautela

Ogni venerdì mattina, poco prima dell’ora di pranzo, Rosario Cellamare viene a comprarsi molluschi e crostacei per la frittura di pesce. Nonostante i consigli del medico e quelli che gli dispenso io stessa da dietro il bancone, lui ama accrescere il volume della sua pancia, per pavoneggiarsi con un profilo alla Alfred Hitchock: l’unico denominatore comune che divide con il leggendario maestro inglese della suspense. Perché Rosario si diletta di cinema ed è convinto di possedere i numeri per diventare un grande regista. Anzi, il più grande, a sentire lui.
«La produzione mi ha dato il via libera, Sofia. Ed ho ancora disponibile il ruolo di protagonista femminile della mia pellicola. Ti immagini i titoli dei giornali? Rosario Cellamare scopre la nuova Loren. Infatti, se ti ricordi…»
«Sophia Loren è stata lanciata da tuo nonno, l’immenso Petrosino Cellamare. Ma la sfortuna ha voluto riservargli un gigantesco torto e i suoi meriti sono andati a un altro» concludo per lui, ripetendo a memoria la storiella che mi racconta da mesi.
L’emulo di Hitchock non coglie nemmeno vagamente il mio sarcasmo e preferisce, invece, rincalzare la dose.
«Esattamente. Noi due, Sofia, abbiamo l’opportunità di riparare quell’incredibile ingiustizia e, allo stesso tempo lanciare, come meritano, i nomi dei Cellamare e dei Belladonna nel firmamento mondiale del cinema.»
«Suppongo al fianco di Angela Ghironiddi, la famosa star partita l’anno scorso, grazie a te, proprio da Spannaci» proseguo, spezzando con la punta del coltello un paio di molluschi più coriacei del previsto.
Il giovane regista diventa paonazzo e si gonfia in viso quanto un pesce palla. La mascella trema, sopra il doppio mento, le pupille gli si dilatano e diventano pezzi di vetro.
«Ehm… ho perso i contatti, con Angela. Purtroppo, certe attrici smarriscono il senso della realtà, una volta raggiunta la fama. La riconoscenza non appartiene a loro.»
«Dici? Strano, pensavo che la ragazza non avrebbe mai dimenticato il nome di chi le ha permesso di scalare le altissime vette del cinema internazionale. Di certo, qui al borgo non se l’è dimenticata nessuno. Un compagno di scuola ha mostrato al mio Nicola, proprio la settimana scorsa, la sua nuova pellicola: Angela ha le cosce calde e aperte. Un raro esempio di nona arte. A scuola ne parlano davvero tutti: preside, professori, genitori e, naturalmente, alunni» lo informo, mentre spezzetto in più parti un grosso merluzzo.
Rosario Cellamare è ammutolito. Balbetta un paio di frasi incomprensibili sulla facilità di smarrire la strada e sugli abbagli di alcuni contratti di lavoro. Basta una mia nuova occhiata per congelarlo all’istante.
«Portati via questi: sogliola, merluzzo, nasello e pesce azzurro. Niente frittura di pesce, dammi retta. Lascia il grasso ai registi inglesi e medita un po’ sopra sulle lezioni di tuo nonno.»
Lui, con i riflessi di un automa, prende il sacchetto, mi paga, abbassa lo sguardo sul ventre corpulento ed esce a prepararsi il pranzo. Oggi, fritto misto e cinema hanno subito un duro colpo.

Autore testi: Keypaxx © Copyright per questo testo dal 2017. Tutti i diritti riservati.
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Nella ideale parte di Belladonna ho scelto dal 2017 Christina Ricci.

Belladonna è sottile

Ho la borsa nella gerla che trabocca di aguglie, branzini e palombi, la gola secca e il bar di Filomeno, una piccola baracca quadrata pregna dell’odore di paste appena sfornate, sul lato opposto della strada. Amo il mio lavoro, ma la levata notturna per arrivare al mercato del pesce e rientrare in tempo per l’apertura del negozio è pura fatica. Comare Maria Lucetta e comare Onofria, come al solito, spettegolano sedute a uno dei tavolini lungo il marciapiede: da quando si sono entrambe incartapecorite – e io non ho memoria di averle mai viste con una pelle meno rugosa di questa – hanno adottato le malignità quale mestiere principale delle loro giornate, e la caffetteria il posto preferito per ingurgitare bottiglie di Erice, Alcamo e frutta martorana.
«Il solito per te, Sofia?» domanda Filomeno, ammiccando, scorgendomi arrivare sulla soglia del suo locale.
Troppo stanca, gli rispondo solo con un cenno del capo e mi lascio andare sopra una sedia vuota, a due passi dalle comari.
«Ah certo. Ai nostri tempi erano gli uomini che si prendevano cura del benessere famigliare. Le mogli stavano a casa per badare ai figli, al bucato, a rendere dignitoso e onesto il giaciglio» borbotta Onofria, gesticolando a mezz’aria come suo solito.
«Verissimo. La dignità della famiglia era ben salda nelle mani del marito, ma la moglie contribuiva con un comportamento morale fondamentale. Ecco perché i figli crescevano con un senso dell’onore che oggi nemmeno possono immaginare» le fa eco Maria Lucetta, agitando il capo in un’espressione amara e sconsolata. I discorsi delle due comari proseguono sugli stessi toni per un buon quarto d’ora, destinandomi occhiatacce allusive che non mi impediscono di gustare la dissetante granita e masticare i deliziosi piparelli di Filomeno.
«Una donna che esce prima del sorgere del sole, ai nostri tempi, non si era mai vista. Restavano in casa, a preparare la colazione dei loro figli e a stirare le camicie dei mariti» mormora Onofria, sporgendosi verso l’altra comare allibita.
«Assolutamente. E quando finivano le faccende domestiche, si dedicavano al pranzo della famiglia. In modo che i mariti non avessero mai da lamentarsi, neppure con le suocere» le risponde Maria Lucetta, con aria sempre più affranta.
Mi alzo, riprendo la gerla piena di pesce e passo tra le due comari, fermandomi giusto nel mezzo. Dedico uno sguardo compiaciuto a comare Onofria, e un secondo a comare Maria Lucetta, quindi punto il naso verso la fine del borgo, dove ci sono entrambe le loro case.
«Giusto. Una donna onesta non dovrebbe mai uscire prima dell’alba e rientrare a colazione, per occuparsi di portare il mangiare in tavola a suo figlio. Rischia di incrociare i mariti delle altre, quando entrano nelle case delle loro amanti, mentre le mogli comari se ne stanno al bar a sorseggiare vino, mangiare dolcetti e sfiorarsi ripetutamente i bozzi sulla fronte.»
Sento il bisogno di salutarle come si deve, giusto per evitar critiche anche sulla mia educazione.

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Belladonna è persuasiva

Gioacchino La Rosa è il bullo di Spannaci da quando portavo i calzettoni lunghi e le trecce: per alcuni una vita intera – pace all’anima loro –, per altri soltanto una parentesi di qualche stagione, nell’immota dimensione del nostro borgo. Sia come sia, ho messo al mondo un figlio e l’ho cresciuto fino alle scuole medie, ma Gioacchino è rimasto il gradasso di sempre.
Amara a tia*, gli zufola dietro il vecchio Cipuddruzza, quasi rovinando giù per la scalinata in pietra che porta a mare. Il bullo non ha rispetto neppure per gli anziani; serpeggiando mezzo ubriaco, in vespa, sopra i sanpietrini scheggiati della stradina che s’inerpica fino al castello dell’ultima contrada.
«Come state?» chiedo all’anziano, offrendo le mani per sorreggerlo, prima dell’irreparabile.
«Ah, santa ragazza. Grazie. Se avessi vent’anni di meno, gli farei vedere io a quel perditempo. E pensare che lo cullavo sopra le mie gambe. Ah, che gioventù sprecata.»
«Non dite così, compare Cipuddruzza. Vi prego. Io e lui abbiamo quasi la stessa età.»
L’anziano mi scruta da sotto le folte sopracciglia candide, alla ricerca di una reminiscenza.
«Sì… certo, santa ragazza. Mi ricordo. Andavo a prendere il marsala e la cuddura, con tuo padre. E tua madre mi riservava un bicchiere di rosolio, al ritorno. Che bella che eri. Come oggi: una Madonna.»
Il tempo è un avversario temibile per ogni uomo e non concede sconti. Così, lui s’inventa una dolcezza. Carezzo il dorso della sua mano rugosa e secca, gli regalo un sorriso caloroso. Lo accompagno alla porta di casa, con la promessa di andarlo a trovare, come la bambina inesistente della sua memoria.
Gioacchino La Rosa non se ne rende nemmeno conto; la ruota della vespa si blocca e lui ruzzola giù per la discesa, come un sacco di inutili patate.
«Oddio… oddio… mi sono ferito. Chiama un dottore. Presto.»
Piagnucola, quando mi avvicino.
«A occhio, ti sei sbucciato solo un gomito. Poteva andare molto peggio. Se tu avessi ascoltato gli avvertimenti di compare Cipuddruzza, ora saresti ancora in sella al tuo catorcio.»
Gioacchino cambia colore. Dal pallore dello spavento, assume quello rosso dell’ira: il viso avvampa e apre la bocca per ricoprirmi di ingiurie. Il fiato gli muore in gola, perché lui sì che mi riconosce. Torna al comodo pallore della tremarella, appena mi piego sulle ginocchia per recuperare il bastone che gli ho scagliato sui raggi della vespa.
«Cariu pampina**, Gioacchino… Cariu pampina» dico, battendo il legno sul palmo della mano.
Il bullo rimonta in sella della sua vespa, a capo chino. Passa di fronte a compare Cipuddruzza seduto fuori dal portone di casa, e striscia via, distrutto nel suo orgoglio di sbruffone. Sono Sofia dei Belladonna. Sono la strega del borgo. A volte, un bastone sortisce miglior effetto di un incantesimo.

*Guai a te, bada bene, stai attento.
**Bambino che cade come una foglia.

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